Latine
Verbum Dei
The Word of God - La Parola di Dio

«Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc. 11, 28)

L’ACCLAMAZIONE DI UN’ANIMA SEMPLICE

Desideriamo richiamare l’attenzione dei presenti sull’ultima frase del Vangelo di oggi, nel quale è l’annuncio di una beatitudine, proclamata da Nostro Signore: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc. 11, 28).

Più di una volta, sia nel Vangelo di San Luca, sia in altri Libri del Nuovo Testamento, è ricordata questa verità. È segno che qui c’è un pensiero caro e dominante nella predicazione del Divino Maestro.

La prima cosa da fare è chiederci che cosa intende Gesù, quando dice la parola. A quale parola Egli si riferisce?

Soffermiamoci subito a considerare la parentela esistente fra il Divin Salvatore - la sua Persona - e la parola. Non è detto nel Vangelo che Gesù è il Verbo, cioè la Parola fatta Uomo? Ma qui più che di parentela si dovrebbe parlare di identità. Non è forse Gesù stesso la Parola? È proprio così.

Su questa base di superna verità potremmo intanto esaminare in quali modi il Signore è presente in mezzo a noi.

GESÙ PRESENTE CON LA SUA PAROLA

In che modo Gesù è presente?

Naturalmente ci riferiamo subito alla sua presenza visibile e storica nel Vangelo: e il Divino Maestro proprio da ciò inizia l’insegnamento. Egli, nella scena a cui oggi ci riferiamo, da una umile donna del popolo - spinta da improvviso entusiasmo per la gioia di sentirlo parlare con tanta sapienza e con tanta forza - era stato acclamato: Benedetta la Madre che ti portò nel seno; benedetta Colei che ti nutrì bambino! Orbene, Gesù pone a confronto la sua presenza, questa sua associazione alla umanità con un’altra forma che Egli definisce superiore e preferibile. Alla maternità fisica della Madonna, il Signore contrappone una maternità spirituale, che certamente la stessa Vergine Santissima ha avuto in sommo grado insieme con quella fisica. È stata la Madre di Gesù nella carne ed è stata la Madre di Gesù per la sua fede in Lui: Beata quae credidisti, si legge in altra pagina del Vangelo.

Ma qui il Signore vuol porre in risalto che noi possiamo godere della sua presenza, anche prescindendo da ciò che ci manca, ossia il contatto sensibile, la visione immediata, materiale, nella conversazione umana. Il Signore ci dà e ci lascia la sua parola. La sua parola è un modo di presenza fra noi. Tale presenza ha due caratteristiche: essa dura, permane; e mentre la presenza fisica svanisce ed è soggetta alle vicende del tempo, la parola rimane. La mia parola resterà in eterno, leggiamo nella Sacra Scrittura.

In secondo luogo: l’altra presenza, quella di cui saremmo tanto avidi, invece d’essere esteriore, è interiore.

Come si fa presente Gesù nelle anime? Attraverso il veicolo, la comunicazione della parola - così normale, nei rapporti umani, ma che qui diventa sublime e misteriosa - passa il pensiero divino, passa il Verbo, il Figlio di Dio fatto Uomo. Si potrebbe asserire che il Signore si incarna dentro di noi, quando noi accettiamo che la sua parola venga a circolare nella nostra mente, nel nostro spirito; venga ad animare il nostro pensiero, a vivere dentro di noi.

Ci sono - è ben risaputo - altri modi con cui il Figlio di Dio ha voluto accentuare la sua presenza, a cominciare da quello sostanziale, sublime, della Santissima Eucaristia: Ia. presenza sacramentale di Gesù tra noi.

«SAPER ASCOLTARE»

E ancora: Gesù vuol essere presente con la sua autorità negli Apostoli e nei loro successori: «Chi ascolta voi, ascolta me»; vuoi essere presente altresì in una maniera che potrebbe dirsi a specchio, quale riflesso di Se stesso nei poveri: «Qualsiasi cosa avrete fatto a favore di questi, l’avrete fatto a me», ed in altre maniere ancora.

Ma la presenza della parola è la prima ed è indispensabile, giacché se non c’è l’aspettazione della prima venuta di Cristo nelle nostre anime, tutto il resto sarebbe inutile.

Da qui la raccomandazione del Papa: Figliuoli, bisogna saper ascoltare. Nessuno si meravigli di questo insistente invito. L’educazione moderna rende refrattari ad accettare la via di comunicazione silenziosa e spirituale. La comune psicologia non è ben disposta. Essa induce gli uomini a sentirsi autonomi in ogni campo, e a rivendicare persino una indipendenza nei confronti di Dio. Si è, quindi, dei pessimi ascoltatori. Si ammette più la cosiddetta civiltà dell’immagine che la comunicazione del pensiero e della parola. Tutto, insomma, sembra distogliere dalla concentrazione sulla verità.

LA FEDE: PRIMO ATTO DELLA NOSTRA VITA IN DIO

Se, invece, si riesce a divenire recettivi di una parola del Signore; se una sua frase, un solo suo accento venisse accolto dal cuore, quale eccelsa ventura!

Occorre adunque preferire questa presenza, che si potrebbe chiamare passiva, cioè di accettazione, di ascolto.

Cercate - insiste Sua Santità - di ascoltare bene; cercate, quando il Sacerdote parla non in nome suo, ma in nome di Cristo, di carpire qualche verità, almeno un qualche concetto.

Così, udendo le spiegazioni del Vangelo, assidua industria d’ogni cristiano sia quella di appropriarsi almeno di una preziosa nozione; e tornando a casa, di coltivarne il ricordo, dimodoché durante l’intera settimana successiva ci si alimenti di così sostanzioso cibo spirituale: la parola del Signore.

Questa accettazione produce il fatto più importante della nostra vita soprannaturale, per cui si decide anche il nostro futuro: e cioè la Fede.

Chi accetta, crede; chi accoglie, dice sì: io aderisco: obbedisco alla Parola di Dio e ad essa mi abbandono. È il segreto della salvezza: io consento ad essere in comunicazione vitale, appunto per mezzo della Fede, che mi comunica il pensiero di Dio. Se questo pensiero entra nel nostro intelletto, è la luce divina che si effonde nei meandri tanto complessi, profondi, insondabili della nostra psiche. Si parla tanto, oggi, di psicanalisi, e cioè d’una complicazione enorme del nostro essere. Ebbene; quando noi riceviamo la parola del Signore e ad essa aderiamo con umiltà, schiettezza e sincerità, in questo nostro complesso interiore, tanto difficilmente analizzabile, entra e si adagia e si effonde come una germinazione spirituale la Fede, misteriosa e luminosa insieme: il primo atto della nostra vita in Dio.

MEDITARE ED ATTUARE GLI INSEGNAMENTI DEL SIGNORE

Dunque, anzitutto ascoltare. Poi, è il Signore a proclamarlo, bisogna custodire.

Noi - anche qui basta dare uno sguardo alla vita quotidiana - siamo dei capitalisti della parola. Abbiamo giornali, libri, scuole, cinematografi, televisione; abbiamo la testa che rintrona sempre per il più svariato e multiforme ascolto. Sovente si tratta -pure di esortazioni religiose; di prediche, ritiri, istruzioni, ecc.

Che cosa resta? Il Signore dice: Beati coloro che ascoltano e custodiscono.

E cioè: occorre non soltanto un atto passivo di accettazione; è necessaria una reazione attiva, un atto riflesso. Bisogna, per usare una parola corrente, meditare.

Sappiamo noi meditare, riflettere, ossia ripiegarci sopra quanto abbiamo ricevuto, sopra la verità che ha varcato le soglie della nostra anima? Sappiamo davvero introdurla nel nostro pensiero, approfondirla, o per lo meno farle onore? Se non siamo capaci di discorrere nello svolgimento dialettico della meditazione, dovremmo almeno saper dire e ripetutamente: sì, vieni, o Signore! E quanto è bella la tua parola! La ricorderò; essa costituirà la mia divisa; sarà, in me, memoria e proposito.

Da ciò consegue che occorre favorire questa simpatia, la quale mantiene il contatto fra Dio e noi, mediante la forma prima e vitale della sua presenza: la sua parola a noi largita. Ecco quanto indispensabile e benefico è il meditare.

E v’è un terzo momento. La parola deve tramutarsi in azione, e guidare la vita. Essa va applicata al nostro stile, al nostro modo di vivere, di giudicare e di parlare. Allora solo possiamo dirci veri cristiani, quando la parola di Dio modella e informa il nostro modo concreto di vivere. È d’uopo quindi applicarci a dare il più possibile ai nostri atti la logica e la coerenza cristiana. Divenga la parola di Dio la sorgente d’ogni nostra virtù.

LA VERA BEATITUDINE

In tal modo, la vita cristiana si rivela oltremodo attraente. Lo ha detto il Signore: non solo essa sarà misteriosa e divinizzata; ma diverrà beata. «Beati coloro che custodiranno la mia parola!». Il fedele ascoltatore e custode avrà il gusto, la letizia di osservare: ho tradotto, in qualche mia azione, l’obbedienza che devo a Gesù Cristo. La mia adesione a Lui non è stata retorica, vana, puramente formale ed esteriore o, peggio, farisaica; bensì reale, umile e concreta.

Con queste disposizioni è agevole avvertire la voce del Signore allorché bussa alla porta della nostra coscienza e ammonisce: Perché non fai così: non perdoni quella certa offesa; perché non rinunci a quella cosa pericolosa; perché non adempi bene un dovere che ti è gravoso; perché non togli dall’anima la tristezza e il malumore e non li sostituisci con la luce che vi deve rimanere sempre accesa, poiché sei cristiano, custode della gioia di Cristo?

Di qui il ricordo finale di queste umili, semplici, affettuose parole del Padre: Abbiate, figliuoli, il culto e l’amore per l’ascolto, la meditazione e la pratica della parola di Dio. Certamente, allora, il Signore ripeterà per voi le sue promesse indefettibili e splendenti: «Beati coloro che ascoltano la mia parola e la custodiscono!» .

Omelia di Papa Paolo VI; Domenica terza di Quaresima, 26 febbraio 1967; (Nella Chiesa Parrocchiale di S. Eusebio)

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Dilecti filii, salutem et Apostolicam Benedictionem.

. . . Seraphicus Doctor suo quidem modo officium implevit, quo ceterum quivis Ecclesiae fìlius astringitur quodque in eo positum est, ut «secundum propria dona et munera per viam fidei vivae, quae spem excitat et per caritatem operatur», incedat (Cfr. Lumen Gentium, 41). Theologicae vero inquisitioni, cui assidue studioseque incumbebat, ipse hunc constituit ordinem, «ut inchoetur a stabilitate fidei, et procedatur per serenitatem rationis, ut perveniatur ad suavitatem contemplationis» (De rebus theologicis, Serm. 4, 15: Opera orma, V, p. 571). Cum autem auctor fidei et consummator sit Iesus (Cfr. Hebr. 12, 2), «in quo summi Dei tota revelatio consummatur» (Dei Verbum, 7), illum potissimum aspexit ut «fundamentum totius fidei christianae . . . . totius doctrinae authenticae» )De rebus theologicis, Serm. 4, 5: Opera omnia, V, p. 568). Supremo enim sub magistro Filio Dei et hominis Filio, multa, quae soli rationi sunt impossibilia, possibilia fiunt rationi divinitus adiutae; quae ideo capax redditur «ad participanda bona divina, quae humanae mentis intelligentiam omnino superant» (Dei Filius, cap. 2: DENZ-SCHÖN. 3005), ac de iisdem etiam omnimodam certitudinem assequi valet. Nam licet intellectus humanus intrinsece, ut aiunt, arctioribus finibus sit circumscriptus, et falli possit, tamen ipsius Dei infallibilitate et immutabilitate quodam modo perfunditur.

Minime vero putandum est nos umquam irrationabiliter credere, «quia gratia et lux desuper infusa potius rationem dirigit, quam pervertat» (S. BQNAV. Quaest. disput. de mysterio Trinitatis, q. 1, a. 2, n. 3: Opera omnia, V, p. 57). Qua ro p pter, nedum in quodam fideismo, ut appellant, acquiescamus, ad ulterius inquirendum impellimur, ipsa etiam exempla atque vocabula usurpantes, quae ad omne genus doctrinae pertinent, cum fides nos doceat in quavis re, quae sentitur vel cognoscitur, interius latere ipsum Deum (Cfr. ID. De reduct. art. ad theol., 26: Opera omnia, V, p. 325).

Neque praepedienda est theologica inquisitio propter deceptiones, quae forte exinde oriantur et a quibus «vix aliquis tractator catholicus immunis fuit» (ID. In II Sent., dist. 15, dub. 3: Opera omnia, II, p. 390), dummodo omnes investigatores desiderio ducantur veritati serviendi eiusque vim, transcendentem qualiacumque sua ipsorum iudicia, agnoscant. Tota enim de Deo veritas vel ab eo proveniens voluntas, nulla humana comparatur industria, sed a Patre luminum descendit, qui «voluntarie genuit nos verbo veritatis, ut simus initium aliquod creaturae eius» (Iac. 1, 18). Hanc igitur veritatem numquam licet aspernari, sive certum proponendo ut dubium, sive dubium ut certum asserendo.

Quaevis igitur circa divina terminalis seu definitiva sententia ad magisterium spectat a Christo institutum, eo quod quandam cum ipso verbo Dei habet connaturalitatem, quam dicunt, scilicet ad Ecclesiae magisterium, cui uni munus authentice interpretandi est concreditum (Cfr. Dei Verbum, 10). Quo fit, ut nemo fidelis discipulus esse possit Salvatoris Iesu, nisi illi magisterio, quod ipsius nomine in Ecclesia exercetur, fidele praestet obsequium. Utraque autem fidelitas singularem tribuit theologicae inquisitioni praestantiam et efficit, ut eadem cum munere salvifico eiusdem Ecclesiae arcte coniungatur, quatenus per ipsam supernaturalis hominum vocatio et profundius cognoscitur et suasive adiuvatur (Cfr. S. BONAV. In I Sent., Prooem., q. 3, concl.: Opera omnia, I, p. 13).
Quemadmodum Christus, principalis magister noster (Cfr. ID. De rebus theologicis, Serm. 4, 20: Opera omnia, V, p. 572), docuit, oportet a nobis in omnibus honorificetur Deus.

Est autem honorandus Deus imprimis in natura sua, quae, utpote humanam prorsus absoluteque transcendens, postulat, ut illi plane simus obnoxii: tunc enim «Deus regnat in nobis, quando nos sumus omnino ei subiecti» (ID. In Evang. Luc., c. 11, 12: Opera omnia, VII, p. 280). Etsi Dei dominium et nostra subiectio in fine tantum temporum perficietur, tamen discipuli Domini ad utrumque debent cotidie sedulo attendere.

Praeterea Deo honor est adhibendus operanti per ministros suos (Cfr. ID. Quaest. disp. de perfect. evang., q. 4, a. 1, 9: Opera omnia, V, p. 182), maxime quidem per ministros, i n quibus «adest in medio credentium Dominus Iesu Christus» (Lumen Gentium, 21). Peculiari modo honorandi sunt Ecclesiae «Pastores, quos qui audit, Christum audit, qui vero spernit, Christum spernit et Eum qui Christum misit» (Ibid. 20). Quamvis enim et ipsi idem habeant caput Christum, nihilominus ut medii interpretes inter ceteros fideles ac Deum sunt constituti, «ut eis referant divina responsa», quae verbo Dei exprimuntur quaeque omnia complectuntur ad salutem hominis necessaria: quid credendum, quid exspectandum, quid operandum (Cfr. S. BONAV. Sermones de B. Virgine Maria, De Annunt. Serm. 4, 2: Opera omnia, IX, p. 674 b: In Exaëm., Coll. 11, 13: Opera omnia, V, p. 338).

Quoniam vero inter sacros Pastores in ministerio salutis primum obtinet locum Summus Pontifex, honorem Deo denegat, qui reverentiam et oboedientiam eidem Romano Pontifici debitam recusat. Quare Sanctus Bonaventura, vir pius et miserens, haec gravia verba proferre non dubitavit: «Non potest ergo intra unitatem ecclesiasticam esse qui ab oboedientia recedit illius qui sedet in Cathedra Petri» (ID. Quaest. dìsp. de perfect. evang., q. 4, a. 3, 14: Opera omnia, V, p. 191).
Deus denique honorificetur oportet in imagine sua, nempe in homine, quia, in Verbo aeterno homine facto, divinam quodam mod assecutus est dignitatem. Quoniam Christus, ut ait Sanctus Bonaventura, «simul est proximus et Deus, simul frater et dominus, simul etiam rex et amicus» (ID. Itiner. ment. in Deum, c. 4, 5: Opera omnia, VIII, p. 307), postulatur, ut amor noster in universos feratur homines, neque ullis eorum peculiaribus contineatur condicionibus. Nam, cum caritas nostra a Christo originem trahat atque finem accipiat, eandem universalitatem habeat oportet ac dilectio, qua Christus dilexit nos (Cfr. Io. 15, 9).

Pariter ergo honorandi sunt varii in Ecclesia status, nam «humani generis Recreator diversa largitur charismatum dona, diversa dat graduum et praelationum officia, diversa tandem praebet exempla» (S. BONAV. Apologia pauperum, c. 6, 4: Opera omnia, VIII, p. 267).

Quodsi peccata defectionesque hic illic reperiuntur, tamen germina bonitatis, in quemvis hominem a Deo immissa, nedum penitus exstinguantur, talem efficaciam servant, ut, divina gratia adiuvante, ex malo etiam bonum valeant excitare. Nullus ergo, tot inter difficultates, quibus fit, ut humana vita interdum nec cum fide concordet nec cum honore Deo debito componatur, est desperandi locus: est enim maior misericordia Dei quam miseria nostra possumusque nos ad Deum trahere ipso pondere beneficiorum eius (Cfr. ID. In Ioan., Coll. XXVIII, 5: Opera omnia, VI, p. 567). Cum vero summum beneficium, hominum generi impertitum, sit ipsius Dei Incarnatio, per Christum et in Christo iidem homines consecuti sunt facultatem, qua, per bona temporalia transeuntes, non omittant aeterna. Propter hanc supremam divini amoris effusionem, tota creatura, licet ei inesse pergat periculum ne a Deo avertat, data Incarnatione, excellentiore modo ad Deum conducere valet.

Est autem creatura ipsa quasi liber legendus luce afIulgente sacrarum Scripturarum, quae ad Deum cognoscendum, laudandum, amandum alliciunt. Quoniam autem nemo ad plenum intellectum earundem divinarum Litterarum possit pervenire, nisi per crucem Christi, qui omnem Scripturam implevit fundendo Dei veritatem (Cfr. ID. In Exaem., Coll. XIII, 12: Opera omnia, V, p. 390; In Evang. Luc., c. 4, 45 et c. 16, 33: Opera omnia, VII, pp. 99 e t 4 1 5 ; Sermones de tempore, Fer. VI in Parasc., Serm. 2: Opera omnia, IX, p. 28 b.), Christum crucihxum omnes imitentur oportet, quippe qui venerit, ut hominem ab amore terrenorum revocaret et ad amorem Dei provocaret (Cfr. S. BONAV. Sermones de tempore, Domin. I Advent., Serm. 3: Opera omnia, IX, p. 28 b), atque pro nobis sit passus, nobis relinquens exemplum, ut sequamur vestigia eius (Cfr. 1 Petr. 2, 21).

Haec igitur sequela Christi ad continuam impellit reformationem eamque in rectam convertit animi propensionem, quae in eo est posita, ut per Verbum incarnatum, quatenus est humani generis reformativum, cuncta ad primigeniam reducantur formam, quam a Verbo increato acceperunt (Cfr. S. BONAV. Breviloqu., p. 6, C. 13: Opera omnia, V, p. 279 b.). Christus enim, utpote «simul perfectus viator et comprehensor» (ID. De rebus theologicis, Serm. 4, 19: Opera omnia, V, p. 572), dum omnium terrestre iter comitatur, omnes simul ad se, in caelestibus constitutum, invitat. Unde efficitur, ut vita hominis in terris ipsa natura sua sit peregrinatio eschatologica, videlicet itinerarium seu reditus cum Christo ad Christum «a quo procedimus, per quem vivimus, ad quem tendimus» (Lumen Gentium, 3).

Huiusmodi itinerarii exemplum Sanctum Bonaventura in patre suo Francisco laudibus praedicat, qui, in monte Alvernae Christo truci affixo singularem in modum conformis effectus, cum Domino «pascha» celebravit, transitum ad Deum quasi consummans. Quo exemplo fulgente, ad eundem transitum cuncti homines invitantur (Cfr. S. BONAV. Itinerar. menf. in Deum, c. 7, 2-2: Opera omnia, V, p. 312).

Quod quidem itinerarium mentis in Deum componens, Sanctus Bonaventura, maxime ardua speculationis culmina supergrediens, de mystica theologia ita exponit, ut in ea «habeatur facile princeps» (Cfr. LEONE XIII Alloc. ad professores Collegii S. Antonii de Urbe abita 11 Nov. 1890: Acta Ord. Min. 1890, p. 177).

Ipse sane arbitratur contemplationem Dei cuilibet viro iusto esse quaerendam et ad bonum infinitum esse pertingendum, quo anima, quamvis capacitatem habeat finitam, compleatur (Cfr. S. BONAV. In II Sent., dist. 23, 2, a. q. 3, 6: Opera omnia, II, p. 546 a; In I Sent., dist. 1, a. 3, q. 2, 2: Opera omnia, I, p. 41 b.).

Simul vero persuasum sibi habet eos reprehensibiles esse «qui, dum volunt arcem contemplationis ascendere, volunt quiescere et ad laborem actionis recusant descendere» (Cfr. S. BONAV. In Evang. Luc., c. 1, 62: Opera omnia, VII, p. 236). Cum enim perfectio ad caritatem ducat, homo, quo magis Deo adhaeret, eo magis Regni Dei incremento incumbat oportet. . .

Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die xv mensis Iulii, anno MCMLXXIV, Pontificatus Nostri duodecimo.; PAULUS PP. VI

(DISCORSO DEL SANTO PADRE PAOLO VI; IN OCCASIONE DEL VII CENTENARIO DEL TRANSITO DI SAN BONAVENTURA ALLA GLORIA ETERNA; Giovedì, 2 agosto 1974)