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Prefazione   Preface

Oh! Quante cosa vengono sullo schermo della coscienza quando noi ci domandiamo il significato di questa parola «Avvento», che troviamo sulle labbra e sui libri della Chiesa all’inizio del suo anno liturgico! Avvento vuol dire venuta. Venuta di chi? Chi non lo sa? Venuta di Cristo. Chi è Cristo? È Dio, diciamo Dio, fatto uomo. Subito, all’inizio del suo programma religioso, siamo introdotti in un mondo di cose e di fatti straordinari, sbalorditivi. A cominciare dalla prima affermazione, data per sicura, per conosciuta, per accessibile, per inserita in modo inatteso e sorprendente nel corso della storia, come un fatto preciso, identificabile, il quale naturalmente, se vero, assume un’importanza incomparabile, polarizzatrice di tutta l’umanità e di tutti gli avvenimenti di questa terra e di tutti i secoli del suo divenire cosmico e antropologico. Ma chi è Dio?

La grande domanda diventa la prima questione. Chi è Dio? questa interrogazione ci impedisce d’andare avanti, se pur ancora l’uomo d’oggi ne conserva il proposito, nel nostro studio della Bibbia, del Catechismo e del Messale; il Libro della Parola di Dio, il libro che ci spiega e ci condensa il primo, e il libro che ci guida nel colloquio trascendente e vitale con Dio. Anche perché intravediamo che la risposta a questa prima questione coinvolge l’ultima risposta, a cui può aspirare la nostra vita; infatti: «questa è la vita eterna (dirà il Cristo, il Dio fatto uomo) che - gli uomini fedeli - conoscano Te, solo vero Dio, e colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo» (Io. 17, 3).

Ora l’uomo d’oggi ha mai il desiderio, ed ha mai l’attitudine di porsi questa domanda? e molta gente del nostro tempo, che ha la sublime ambizione di essere libera, non si avvede d’essere vinta in partenza aderendo, spesso senza alcuna ragione critica, alla moda del dilagante disinteresse circa la questione di Dio, cioè circa il problema religioso? Esiste Dio? e chi è Dio? e quale conoscenza ne può avere l’uomo di Lui? quale rapporto ciascuno di noi deve avere con Lui?

Rispondere a questi interrogativi ci porterebbe a un discorso senza fine e complesso in mille discussioni, le più ardue, e oggi dall’opinione pubblica le più dimenticate, anzi le più avversate. Dio è ignorato, Dio è dimenticato, Dio è negato.

Per noi, in questo istante di colloquio religioso, basta l’avvertimento: bisogna pensare a Dio. Accenniamo appena.

L’indifferenza non è intelligente, non è umana. L’uomo è costituzionalmente fatto per conoscere, per amare, per servire Dio in questa vita e per goderlo eternamente nell’altra futura. Impedire all’uomo l’accesso a Dio significa porre un limite al processo intellettivo, affettivo, operativo dell’essere suo. Significa chiuderlo in se stesso, con tutte le conseguenze illogiche e dolorose che comporta un umanesimo compresso, limitato, cieco, illuso, privo dei supremi motivi per studiare, per amare, per sperare.

Due posizioni dello spirito contemporaneo dovrebbero essere considerate a questo riguardo: quella dell’agnosticismo e quella dell’ateismo. La ,prima è una posizione apparentemente onesta e praticamente facile, fondata sulla presunta inconoscibilità di Dio; per noi moderni educati alla conoscenza sperimentale, questa sembra la posizione logica e legittima: Dio, chi lo ha mai visto? (Cfr. Io. 1, 18) Ma è la posizione della pigrizia e della rinuncia, che umilia l’uomo, gli contesta la prerogativa regale della conquista della vetta suprema delle sue facoltà spirituali, la conoscenza della prima Verità, del primo Bene, nega alla ragione la sua capacità naturale di valicare la sfera sensibile e sperimentale, e di accedere alla conoscenza e alla certezza, sia pure limitata, ma fondamentale, della sfera dell’Essere invisibile (Cfr. Rom. 1, 20; DENZ.-SCH. 3004). La Chiesa, tanto spesso accusata d’oscurantismo, e di sacrificare la ragione alla fede, rivendica invece alla ragione il suo diritto e la sua validità (oggi forse rimane sola a sostenere la ragione, e con essa la complessa virtù conoscitiva dell’uomo, nel raggiungimento della Verità, anche trascendente, anche creatrice). È posizione che l’uomo di scienza, l’uomo perciò del nostro tempo, dovrebbe rifiutare, nella fiducia che il pensiero umano tanto più è stimolato a salire alle ragioni trascendenti, alla Causa Causarum, a Dio in una parola, quanto più feconda e profonda gli si scopre progressivamente davanti la realtà delle cose a cui è impegnata la sua sempre nuova ricerca.

In una città del Nord, anni addietro, città moderna e affannosa di traffico e di attività, si leggeva sopra uno striscione disteso dall’uno all’altro lato d’una via principale: Pensate a Dio! Noi siamo convinti che l’invito fosse intelligente e originale, e documentasse tipicamente la possibilità, oltre che il dovere, della mente umana e moderna di trascendere dalle nostre cose, altrimenti da sé oscure inesplicabili e misteriose, al loro Principio creatore.

La seconda posizione, quella dell’ateismo, da una fase statica e puramente negativa, si è assai allargata ai nostri giorni, come tutti sanno, passando ad una fase attiva, propagandistica e spesso oppressiva; ciò esigerebbe un’analisi attenta e anche riguardosa per gli effetti che ne derivano nelle coscienze e nella vita pubblica, tenendo presente che tale negazione di Dio non ha potuto e ovviamente non potrà, con questa sua potente dilatazione, offrire ragione della propria consistenza, anzi verrà palesando certi aspetti della propria speculativa ed esistenziale vacuità, che danno almeno una speranza, per la stima che sempre abbiamo dell’uomo, quella d’un’evoluzione razionale e spirituale, per la quale deve essere vigilante la nostra attenzione e la nostra preghiera.

Ma ritorniamo là donde abbiamo preso le mosse: l’Avvento, stagione spirituale questa, che ci deve scuotere dall’indifferenza e da!la negazione religiosa, e ci deve riaccendere nell’animo l’interesse, il desiderio, la speranza del prodigioso e umanissimo incontro con Dio in Cristo nascituro.

Con la nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 6 dicembre 1972)

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Il bisogno di Dio è insito nella natura umana, e quanto più essa progredisce tanto più essa avverte, fino al tormento, fino a certa drammatica esperienza, il bisogno di Dio. Ovvero quella che, tanto per intenderci, potremmo dire la tendenza cosmica: chi studia, chi cerca, chi pensa non può sottrarsi ad una obiettiva onnipresenza di Dio, antica verità, che il Libro sacro sempre ci ripete: «Dove andrò io lungi dal Tuo spirito (o Signore), e dove fuggirò io dalla Tua faccia?» (Ps. 138, 7). Impossibile sottrarsi da questa presenza, di cui la materia, la natura è, per chi lo sa comprendere, un libro di lettura spirituale: «In Lui (cioè in Dio, dice San Paolo) noi viviamo, ci muoviamo, ed esistiamo» (Act. 17, 28). Il Dio ignoto è sempre lì; ogni studio delle cose è come un contatto con un velo dietro il quale si avverte un'infinita palpitante Presenza.

CRISTO PRINCIPIO E FINE DEL COSMO

Ora qui è l'attimo sublime, l'attimo della rivelazione, l'attimo in cui Cristo apre il velo e appare nella storica e semplice scena del Vangelo. Chi è Cristo? Ecco la questione decisiva. Risponde San Giovanni, al primo capitolo del suo Vangelo: è il Verbo, è Dio, è Colui per virtù del Quale tutte le cose furono fatte.. E San Paolo confermerà: è Colui che «è avanti a tutte le cose; e tutte le cose sussistono per lui» (Col. 1, 17); ed è Colui che un giorno, il giorno finale «della restaurazione di tutte le cose» (della «apocatastasi»: Act. 3, 21) nel quale Egli con la sua potenza «assoggetterà a sé tutte le cose» (Phil. 3, 21). Cioè Cristo è l'alfa e l'omega, il principio e il fine (cfr. Apoc. 1, 8; 21, 6; 22, 13), non solo per i destini dell'uomo, ma per il cosmo intero, che in Lui ha il suo punto focale, donde ogni senso, ogni luce, ogni ordine, ogni pienezza.

Non temiamo, Figli carissimi, che la nostra fede non sappia comprendere le esplorazioni e le conquiste, che l'uomo va facendo del creato, e che noi, seguaci di Cristo, siamo esclusi dalla contemplazione della terra e del cielo, e dalla gioia della loro progressiva e meravigliosa scoperta. Se saremo con Cristo saremo nella via, saremo nella verità, saremo nella vita. Con la Nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 23 luglio 1969)

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Riprendiamo il filo d’una riflessione che non può e non deve mai terminare: la riflessione circa il nostro atteggiamento davanti alla questione di Dio, la questione religiosa. Succede questo: l’audacia, temeraria o incosciente, con cui oggi s’impone la negazione di Dio, conclude a ridare a tale questione un’urgenza tormentosa. Dio è assente, abbiamo detto, dalla vita moderna, perché dimenticato, perché escluso; nulla succede nel mondo? nulla succede nella cultura umana? nulla succede nel foro interno della persona vivente e pensante? Noi ora non tentiamo nemmeno di rendere esplicite queste domande; ci limitiamo a lanciarle nei vostri spiriti, per stimolarli ad una ricerca, che può svolgersi percorrendo qualcuna delle cento vie, che si aprono loro davanti, proprio a causa dell’immenso e indefinito vuoto prodotto dall’assenza di Dio. Ci basta fare accogliere questa parola esplosiva: la ricerca. Che metteremo al posto di Dio?

Cioè: all’assenza di Dio, che caratterizza, con certi macroscopici aspetti, la vita moderna, succede, volere o no, la ricerca di Dio. Semplifichiamo questo fenomeno, classificandolo in alcune sue categorie elementari, cominciando da quella che pare la più ovvia e la più comoda.

La prima ricerca ritorna subito alla negazione di partenza, cioè la ricerca soffoca se stessa, cercando di convincersi che la questione religiosa è una pseudo-questione; è inutile, è dannosa. Anche se immense zone d’ombra si addensano in tal modo d’intorno alla mente umana, e se ormai nessuno pretende che la scienza possa soddisfare le supreme aspirazioni della mente umana, ci si rassegna a vivere entro i suoi orizzonti, resi sempre più ampli, ma senza avvertire che quanto più si estende il meraviglioso campo delle conoscenze scientifiche, tanto più cresce l’enigma dell’essere che tutte le pervade e che di per sé urge a salire in una sfera superiore, dove è pur necessario arrivare, la sfera appunto del necessario, dell’assoluto, la sfera della causalità creatrice, la sfera di Dio.

Sappiamo bene che lo sforzo logico per arrivare a questa prima e pallida conoscenza del primo principio spesso non giunge a stabilire quel rapporto vitale fra l’uomo e Dio, che chiamiamo religione, ma ne è la premessa: la premessa soggettiva, perché è spalancata davanti al pensiero, reso umile ed esaltato, la finestra della realtà trascendente; e la premessa oggettiva, perché al mistero sempre esplorabile delle cose finite si vede sovrastare il mistero ineffabile e inesauribile dell’Essere infinito, con questa incomparabile scoperta, basilare per tutto l’ordine religioso: che il nostro pensiero è fatto per raggiungere la vetta della divinità. Meravigliosa scoperta: noi siamo essenzialmente destinati al rapporto personale con Dio. Ricordiamo la sempre citata parola di S. Agostino: «Tu, o Dio, ci hai fatti per Te, e insaziato sarà sempre il nostro cuore finché non riposi in Te» (Conf. 1, 1). Togliere all’uomo questa meta vorrà dire tagliare le ali del suo spirito, abbassare la sua statura al livello degli esseri privi di anime spirituali, ingannare le sue supreme aspirazioni con oggetti di insufficienti dimensioni, alimentare la sua fame religiosa con cibo che la accresce, ma saziare non può (Cfr. S. TH. Contra Gentes, III, 25).

Si ferma qui la ricerca di Dio? Perché essa è così radicata nella nostra natura che in qualche maniera anche coloro che lo dimenticano, e lo negano percorrono questa ricerca, deviata su false, o incomplete, o impersonali ed astratte rappresentazioni di Dio. Noi moderni, allenati all’uso del pensiero, siamo particolarmente predisposti a questa mistificazione, a questa idolatria: di ogni desiderio, di ogni astrazione ideale di unità, di verità, di bontà, di ogni pur reale concezione di felicità, di potenza, di arte e di bellezza e di amore, ci facciamo un bene supremo, un assoluto che ci domina: ricadiamo, spesso non meno puerilmente degli antichi idolatri delle cose sensibili o dei fenomeni naturali, nella sfera dell’uomo. Ora l’uomo non basta all’uomo. Se si ascolta davvero la voce di questa sfera umanistica dobbiamo registrare l’antica risposta: cerca più su; quaere supra nos. E sopra l’uomo, ammesso che si arrivi alle soglie del mondo religioso, è finita, ripetiamo, la nostra ricerca?

No, rispondiamo. Essa piuttosto comincia sopra un piano nuovo, in un regno nuovo. Questo vorremmo compreso da quanti pensano, o dubitano che concedere il proprio spirito all’esperienza religiosa possa frustrare la sua libertà, la sua autonomia, la sua energia; riempirlo di fantasmi e di miti, di scrupoli e di paure. Dobbiamo ammettere che non tutte le espressioni religiose sono valide; ma noi abbiamo la fortuna e il dovere d’affermare che esiste una religione vera, soggettivamente modellata secondo le misure ed i bisogni del nostro spirito, oggettivamente istituita da quel Dio che andiamo cercando con la sorpresa, anche qui, di scoprire che ancor prima e infinitamente ancor più che noi ci movessimo alla ricerca di Dio, Dio è venuto in cerca di noi (Cfr. ABRAHAM HESCHEL, Dieu en quête de l’homme, Seuil 1968).

Perciò la ricerca continua. E, voi sapete, in un oceano di verità e di misteri. In un dramma in cui ciascuno ha una sua parte da svolgere. È la vita. Potrà esaurirsi in questa nostra esistenza temporale? No. Nonostante l’immensa luce della nostra religione cattolica, la ricerca e l’attesa d’ulteriore rivelazione non sono compiute: anzi sono ancora all’inizio. La fede non è conoscenza completa, essa è fonte di speranza (Cfr. Hebr. 11, 1). Noi ora vediamo le realtà religiose, anche nella loro incontrovertibile realtà, nel mistero, nella loro impossibilità di ridursi alla misura puramente razionale; conosciamo queste realtà «come di riflesso, in uno specchio, in un enigma» (1 Cor. 13, 12). Lo studio, la ricerca, diciamo la parola che tutto comprende il processo umano-religioso, l’amore permangono attivi e dinamici.

Possibile che l’uomo d’oggi, teso in continua, ansiosa, esilarante conquista non sappia riascoltare questo invito perenne e stimolante alla ricerca di Dio?

Diciamo a noi stessi l’esortazione del Profeta: «Cercate il Signore mentre si pu0 trovare, invocatelo mentre è vicino» (Is. 55, 6).

Con la nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 31 gennaio 1973)

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Parliamo un momento di Dio. O meglio, parliamo di noi stessi di fronte alla grande questione di Dio. Noi vi invitiamo a questo atto fondamentale per il nostro pensiero, e di conseguenza per la nostra vita morale, per la nostra vita vissuta. È una questione permanente, di tutti i tempi, di tutti gli uomini; ma oggi per tutti è più urgente. Ciascuno s’interroghi: che cosa penso io di Dio? La risposta può essere molteplice; e la possiamo classificare in tre categorie di uomini del nostro tempo: la categoria di quelli che aderiscono alla religione, e accettano senza discutere, e forse senza riflettere, senza avvertire le vertigini, l’ebbrezza, la felicità d’un tale nome, senza approfondire quel senso vago, ma sempre profondo, che quel nome misterioso e potente produce, o dovrebbe produrre nel nostro spirito; ovvero la categoria di quelli che dubitano, di quelli per cui il nome di Dio è avvolto in una nebbia di incertezza, di dubbi, di insoddisfazione; e perciò preferiscono o non pensarvi più, o non aderirvi più, abbandonandosi ad uno scetticismo pratico, pseudo superiore, comodo apparentemente ed elegante, di moda specialmente nella gioventù che si avvia a studi scientifici, nei quali la certezza razionale diventa unico metro di verità; oppure la categoria dei negatori del nome, dell’idea, della realtà di Dio, sia con atteggiamento di semplice, ma cosciente rifiuto, e sono gli atei; sia con atteggiamento di ribellione, e sono gli antiteisti, i nemici dichiarati, nella teoria e nella pratica, di Dio.

LA RAGIONE E LA FEDE

Se cerchiamo un comune denominatore di queste sommarie categorie, possiamo forse identificarlo in una diversa e più o meno convinta sfiducia: l’impossibilità di conoscere Dio. Qualcuno è arrivato al punto di proclamare «la morte di Dio»; e forse, in alcuni, senza cattiva intenzione, perché questa negazione, dall’accento blasfemo e sacrilego, voleva riferirsi ai concetti falsi, incompleti, insostenibili di Dio, cioè agli idoli che tanto spesso gli uomini, in mentalità arretrate ed empiriche, in civiltà che chiamiamo pagane, in periodi storici di superstizioni superate, in espressioni filosofiche inaccettabili, propongono alla propria religiosità, o alla propria mentalità. In altri, questa divorante tentazione di sfiducia nella possibilità di conoscere Dio voleva essere un riconoscimento purtroppo agnostico della sua ineffabilità, della assoluta, e quindi irraggiungibile, sua trascendenza, della sua incomprensibilità; voleva essere quasi un atto di umiltà davanti al mistero infinito dell’Essere divino.

Ma più spesso, oggi, il modo di pensare non filosofico, ma esclusivamente scientifico, non rende facile all’uomo uscire dalla sfera sperimentale, e salire alla sfera della razionalità metafisica, e lo arresta alla conoscenza delle realtà che sembrano sole positive e utili a scopi tecnici, sociali, temporali; la mente umana si rassegna, anzi si compiace di ammettere questa impossibilità della conquista d’una vera conoscenza di Dio.
Avete mai fatto dell’alpinismo? Quattro giovanotti sono una sera intorno al fuoco, in un paese di montagna, e parlano delle cime dei monti che circondano il paesaggio. Naturalmente si pone l’audace progetto di una scalata; una scalata nuova, non mai da altri tentata, audacissima, e perciò attraentissima. Uno dice: si deve potere; l’altro aggiunge: certamente, si può; il terzo soggiunge: sì, ma occorre osservare alcune condizioni; il quarto domanda: quali? E la discussione procede, e termina in una comune risoluzione: la sfida alla vetta. L’alpinismo è fatto così. E così anche la teologia, la religione, la conquista della conoscenza di Dio.

Noi, figli della Chiesa, affermiamo: è possibile conoscere Dio. Per due vie maestre: la ragione e la fede. La sola ragione è forse una via valida per arrivare alla conoscenza di Dio? Valida, sì, anche se non del tutto sufficiente. Valida, purché ne siano rispettate le esigenze costitutive; cioè basta impiegarla come si deve. Questa è la prima condizione. E queste esigenze non sono poi così ardue da superare le forze normali del pensiero; esse non sono difformi da quelle del «senso comune» (Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, Le sens commun.).
E si può anche osservare, di passaggio, che non è solo la scienza su Dio, la teodicea, a fare ricorso alle medesime esigenze della ragione, ma anche le scienze sperimentali e positive, le quali parimente in tanto sono intellegibili e autorevoli in quanto impiegano anch’esse, secondo la natura dei loro studi, i medesimi principi razionali, come la ragion d’essere, la finalità, la causalità, ecc.
Noi, figli della Chiesa, spesso accusati di oscurantismo, siamo invece ottimisti circa la capacità del pensiero umano a risolvere, in certa misura, s’intende, il suo massimo problema, quello della verità, e della Verità suprema, che è Dio. Se non bastasse la testimonianza della sapienza dei secoli e dei grandi pensatori, quella della Sacra Scrittura, e quella della nostra coscienza e della nostra esperienza, noi possiamo essere grati al Concilio Vaticano I d’aver difeso la ragione umana e di averci dato, a questo proposito, un insegnamento sicuro, pieno di chiarezza, di conforto di nobiltà (Cfr. DENZ.-SCH. 3016).

IL CREATORE E LE CREATURE

Ma bisogna fare attenzione ad una distinzione fondamentale in questa questione della conoscibilità di Dio. Un conto è affermare che Dio esiste, e un altro è dire Chi Egli sia. L’esistenza di Dio la possiamo conoscere con certezza, la natura invece di Dio ci è misteriosa, e ciò che noi possiamo intravedere di Lui è per via di analogia, per via di negazione, per via di esaltazione di ciò che noi conosciamo delle cose che non sono Dio: il loro essere limitato ci serve per intuire qualche cosa di ciò che può essere detto delle sue perfezioni infinite; ed il magistero della Chiesa ci ammonisce che «fra il Creatore e la creatura non si può notare tanto somiglianza, quanto sia piuttosto da notare la dissomiglianza». Così il Concilio Lateranense IV (DENZ-SCH., 806-532). Dio rimane mistero.

Ma un mistero positivo, che attrae dalle nostre incipienti nozioni a sempre successive e interminabili investigazioni e scoperte. La nostra conoscenza di Dio è una finestra su la luce del cielo, un cielo infinito. Ma esigenza intrinseca del pensiero, principio assoluto dell’essere: Egli è. «Io sono, Egli si definisce, Colui che sono» (Ex. 3, 14).
Che se alla testimonianza della ragione noi uniremo quella della fede, la nostra conoscenza di Dio diventerà meravigliosa. «Nessuno, dice il Vangelo, ha mai visto Dio, ma il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Egli ce lo ha manifestato» (Io. 1, 18). E avremo per specchio di Dio Padre il volto stesso di Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo: «Chi vede me, Egli ci dirà, vede il Padre» (Io. 14, 9); Cristo, ancor più che Maestro, è immagine; ce lo annuncia San Paolo: «Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Col. 1, 15). Così che per conoscere Dio abbiamo una Via, in cui tutte le altre - se pur altre vi sono - confluiscono, tutte si collaudano, si rettificano e si convalidano: Egli è la Via, la Verità e la Vita (Io. 14, 6).

«EGLI È VICINO»

Noi dobbiamo superare la tentazione, tanto forte ai nostri giorni, di ritenere impossibile una conoscenza di Dio, adeguata alla nostra maturità culturale, e rispondente ai nostri bisogni esistenziali e ai nostri doveri spirituali. Sarebbe pigrizia, sarebbe viltà, sarebbe cecità. Dobbiamo invece cercare. Cercare nel libro della creazione (Rom. 1, 20); cercare nello studio della Parola di Dio; cercare alla scuola della Chiesa, Madre e Maestra; cercare nella profondità della propria coscienza . . . Cercare Dio, cercarlo sempre. Sappiate: Egli è vicino (Cfr. Is. 55, 6).
A voi la Nostra esortatrice Benedizione.

La «Casa Divin Maestro»

Un paterno saluto rivolgiamo ora al folto gruppo di laici professionisti, convenuti ad Ariccia presso la « Casa Divin Maestro » per una settimana di studio, a conclusione del corso annuale di teologia per corrispondenza, promosso dal Centro «Ut unum sint».
Ecco un’iniziativa che raccoglie la Nostra aperta lode e il Nostro vivissimo incoraggiamento, diretta com’è a promuovere lo studio approfondito della nostra religione in mezzo a un ceto di persone così qualificate e volenterose. Vi esprimiamo tutta la Nostra gratitudine, Figli carissimi, per il grande conforto che ci procurate col vostro impegno e con la vostra presenza. Dal vostro studio avrete senza dubbio compreso che la fede cristiana non mortifica affatto l’intelligenza, ma, al contrario, le apre orizzonti nuovi e le dona la chiave per rispondere alle ragioni più profonde della nostra esistenza. Ciò, tuttavia, non rimanga in voi circoscritto nella sfera della conoscenza, ma alimenti il vostro spirito e penetri il vostro modo di pensare e di agire, aiutandovi a diventare cristiani maturi, autentici, coerenti. Vi diremo di più: sappiate donare agli altri le ricchezze che avete scoperto, diventando apostoli, secondo il dovere che il Concilio ha tratteggiato per tutti i laici cristiani, affinché vivano la propria vocazione configurati a Cristo, a servizio dei propri fratelli. È in questo senso che Noi formuliamo l’augurio per il pieno successo del vostro Corso e impartiamo a tutti la propiziatrice Apostolica Benedizione.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 22 luglio 1970)

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  English

    Need for God is inborn in human nature; the further human nature progresses, the more it becomes aware of the need of God, and does so even to the point of torment, of a certain dramatic experience.  And there is the other tendency which, for the sake of clarity, we may call cosmic.  Anyone who studies, who searches, who thinks, cannot escape an objective omnipresence of God, and this is an ancient truth which Scripture is always repeating: "Whither shall I go from Thy Spirit (O Lord), and whither shall I flee from Thy face?" (Ps. 138, 7).  It is not possible to escape this presence, the matter and nature of which is a book of spiritual reading for anyone who can understand.  Saint Paul tells us: "In Him we live and move and have our being" (Acts 17, 28).  The unknown God is always there; all study of the things around us is like making contact with a veil behind which we become aware of an infinite Presence.

God's Presence

    Now comes the sublime moment, the moment of revelation, the instant in which Christ draws away the curtain and appears in the historical and simple setting of the Gospel:  He is the Word, He is God, the one through whom all things were made.  And Saint Paul confirms this:  "He is before all things; and all things subsist through Him" (Col. 1, 17).  He it is who one day, the final day "of the restoration of all things" (of the apocatastasis, Act 3, 21), "will subject all things to Himself" (Phil. 3, 21) by His power.  That is, Christ is Alpha and Omega, the Beginning and the End (cf. Apoc. 1, 8; 21, 6; 22, 13), not only of man's destiny, but also of the entire cosmos, of which He is the focal point, whence come all meaning, all light, all order, all fullness.

    We are not afraid, dearly beloved children, that our faith may not be able to comprehend the explorations, and conquests which man is making in creation; that we, Christ's followers, may be shut out from contemplating the earth and the sky, from the joy of progressive and marvellous discovery of them.  If we are with Christ, we are in the Way, the Truth and the Life.
With Our Apostolic Blessing.

(General Audience of Pope Paul VI; Wed. July 23, 1969)

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    Let us pick up again the thread of a reflection that can never and must never end: reflection about our attitude to the question of God, the religious question.  This is what is happening: the boldness, rash or unconscious, with which the negation of God imposes itself today, reinvests this question with a tormenting urgency.  God is absent, we have said, from modern life, because He is forgotten, because He is excluded.  Is nothing happening in the world?  Is nothing happening in human culture?  Is nothing happening in the conscience of the living, thinking person?  We will not try now even to make these questions explicit; we will merely mention them, to stimulate you to a search that can take any of the hundred paths that open up before you, precisely because of the immense and indefinite emptiness produced by the absence of God.  It is enough for us to drive home this explosive word: the search.  What shall we put in God's place?

    That is to say, the absence of God, which characterizes modern life with certain macroscopic aspects, is followed, willingly or unwillingly, by the search for God.  Let us simplify this phenomenon, by classifying it into some of its elementary categories, beginning with the one that seems the most obvious and the most convenient.

    The first search returns at once to the original denial, namely, the search suffocates itself, trying to convince itself that the religious question is a pseudo-question; it is useless, harmful.  Even if immense areas of shadow gather around the human mind in this way, and if no one now claims that science can satisfy the supreme aspirations of the human mind, people are resigned to live within its horizons, which are continually expanding, but without realizing that the more the marvellous field of scientific knowledge is extended, the more the enigma of the being that pervades them all, grows.  This being of himself urges us to rise to a higher sphere, where it is necessary to arrive, the sphere of the necessary, the absolute, the sphere of certain causality, the sphere of God.

    We are well aware that the logical effort to arrive at this first pale knowledge of the first principle often does not succeed in establishing that vital relationship between man and God, which we call religion, but is its premise: the subjective premise because the window of transcendent reality is thrown wide open before thought, which is made humble and exalted; and the objective premise, because above the mystery, which can always be explored, of finite things, we see the ineffable and inexhaustible mystery of the infinite Being, with this incomparable discovery, which is fundamental for the whole religious order: that our thought is made to reach the peak of divinity.  A marvellous discovery: we are essentially destined for a personal relationship with God..  Let us recall the ever quoted words of Saint Augustine:  "Thou hast made us for Thyself, O God, and our heart will never rest until it rests in Thee" (Conf. 1, 1).  To deprive man of this goal would clip the wings of his spirit, lowering his stature to the level of beings of insufficient dimensions, feed his religious hunger with food that increases it, but cannot satisfy it (cf. S. TH. Contra Gentes, III, 25).

    Does the search for God stop here?  It is so deeply rooted in our nature that in some way even those who forget Him and deny Him, continue the search, deflected to false, incomplete, or impersonal and abstract representation of God.  We moderns, trained to think, are particularly predisposed to this abstraction of unity, of truth, of goodness, every conception, real though it may be, of happiness, power, art, beauty, and love, we make them a supreme good, an absolute that dominates us.  We fall back again into the human sphere, often no less childishly than the ancient worshippers of sensible things or of natural phenomenon.  Now man is not enough for man.  If we really listen to the voice of this humanistic sphere, we must record the ancient answer: seek higher up; quaere supra nos.  And above man, supposing we arrive at the threshold of the religious world, is our search finished, we ask again?

    No, we answer.  It rather begins on a new plane, in a new kingdom.  We would rather liked this to be understood by those who think, or doubt that to give one's spirit to the religious experience may frustrate its freedom, its autonomy, its energy; fill it with ghosts and myths, scruples and fears.  We must admit that not all religious expressions are valid; but we have the good fortune and the duty to affirm that there exists a real religion, subjectively modeled according to the measures and the needs of our spirit, objectively is up by that God whom we are seeking, with the surprise, here too, of discovering that even before we moved in search of God, to an infinitely greater degree, God came in search of us (cf. Abraham Heschel; Dieu en quete de l'homme; Seuil; 1968).

    So the search continues.  And, as you know, in an ocean of truths and mysteries.  In a drama in which each one has his own part to play.  This is life.  Can it be exhausted in this temporal existence of ours?  No.  In spite of the immense light of our Catholic religion, the search and expectation of further revelation are not complete: on the contrary they are still at the beginning.  Faith is not complete knowledge, it is the source of hope (cf. Heb. 11, 1).  Now we see religious realities, even in their incontrovertible reality, in mystery, in their impossibility of being reduced to the purely rational yardstick;  we know these realities "in a mirror dimly" (1 Cor. 13, 12).  Study, research, let us say the word that comprises the whole human-religious process, love, remain active and dynamic.

    Is it possible that man today, ever striving, anxiously, elatedly, for conquest, is not able to listen again to this perennial stimulating invitation to seek God?

    Let us repeat to ourselves the exhortation of the Prophet:  "Seek the Lord while He may be found, call upon Him while He is near" (Is. 55, 6).

With our Apostolic Blessing.

(General Audience of Pope Paul VI; Wed Jan 31, 1973)

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"Christ is an image even more than a Teacher."

   Let us talk about God for a while.  Rather, let us talk about ourselves in regard to the great question of God.  We ask you to perform this act which is fundamental for our thought, consequently for our moral life, for the lives we lead.  It is a permanent question, existing at all times and applying to all people, but it is more urgent for all today.

    Let everyone ask himself, What do I think about God?  The answer can be many-sided, and we may classify these aspects according to three kinds of people living today.  One group accepts religion: they accept it without discussion, perhaps without thought, and without feeling the giddiness, the inebriation, the happiness which the name of God can cause, without going deeply into that vague, yet always profound feeling which that mysterious and potent name produces or should produce within us.  Then there is the kind of person who doubts, those for whom God's name is wrapped in a cloud of uncertainty, doubts, dissatisfaction.  They therefore prefer not to think of it, not to believe in it any more.  They abandon themselves to practical skepticism, a pseudo-superior and apparently convenient and elegant attitude, particularly in fashion among young people engaging in scientific studies in which rational certainty becomes the sole gage of truth.  Finally, there is the kind of people who deny the name, the idea and the reality of God.  They who do this by adopting an attitude of simple but conscious rejection are the atheists; those who do it with an attitude of rebellion are anti-God, God's declared enemies both in theory and practice.

Reason and Faith

    If we look for a common denominator in these summarily describes categories, perhaps we may find that it is a different and more or less deep-seated lack of confidence: a belief that it is impossible to know God.  Some have even gone so far as to say that "God is dead".  Perhaps some say this without bad intentions, because this blasphemous and sacrilegious negation was meant to refer to false, incomplete and insupportable concepts of God.  These are the idols which men have often set up to suit their own religious feeling or ideas, in backward and empirical states of mind, in cultures which we call pagan, in historical periods of superstitions that have passed away and within philosophical systems which are not acceptable.

    In others, this devouring temptation to lack of confidence in the possibility of knowing God was felt as an unfortunately agnostic acknowledgment of His being inconceivable, of His absolute, consequently unreachable transcendence, of His incomprehensibility.  It was almost as if it were understood as an act of humility before the infinite mystery of the divine Being.

    But nowadays non-philosophic, exclusively scientific thought more frequently does not make it easy for man to get beyond the experimental sphere of metaphysical rationality.  It halts him at knowledge of realities which seem to be the only positive ones, the only useful ones for technical, social and temporal purposes.  The human mind resigns itself to, or rather takes pleasure in admitting that it is impossible to acquire real knowledge of God.

    Have you ever done any mountain-climbing?  Four young men were once sitting around a fire in a mountain village, talking of the great peaks surrounding them.  Naturally someone brought up the bold idea of attempting a climb, but a new climb, one never tried before by anyone, a very daring one, therefore a most attractive one.

    One said: it must be possible.  The second said: Of course it is.  The third added:  Yes, but certainly conditions must be fulfilled.  The fourth asked: What conditions?  The discussion continued, and they ended by agreeing to try the climb.  That is what theology and religion are: conquest of knowledge of God.

    We children of the Church declare:  It is possible to know God.  There are two royal roads to it: Reason and Faith.  Is reason alone perhaps good enough for attaining to knowledge of God?  Yes, it is valid, but not entirely enough sufficient.  It is good enough, on condition that the constituent requirements fe respected - that is to say, you must use it as it ought to be used.  This is the first condition.  These conditions are not so difficult that they surpass the normal powers of thought.  They are not out of accord with those of "common sense" (cf. Garrigou-Lagrange, Le sens Commun).

    We might also remark in passing that it is not only the science of God, Theodicea, which has recourse to those same requirements of reason.  The experimental positive sciences do so too.  They likewise are intelligible and authoritative to the degree that they too make use of the same rational principles, such as reason for being, finality, causality, etc., according to the nature of their work.

    We children of the Church are often accused of obscurantism.  But we are actually optimistic about human reason's capacity to solve (to a certain extent, of course), its greatest problem, the problem of truth, of supreme Truth, which is God.  If the testimony given by the wisdom of the centuries and of our own conscience and our own experience were not enough, we might at least be grateful to the I Vatican Council for having defended human reason and provided us with teaching in this regard whcih is certain, and full of clarity, comfort and nobility (cf. Denz-Sch. 3016).

The Creator and the Creature

    But we have to pay attention to a fundamental distinction in this matter of the knowableness of God.  It is one thing to say that God exists and another thing to say who He is.  We can know the existence of God with certainty, but His nature is mysterious to us.  What we can glimpse of Him comes by way of analogy, by way of negation, by way of exaltation of that which we know of things which are not God;  their limited being helps us to have some intuition of what may be said of His infinite perfections.  The Church's Magisterium warns us that "between the Creator and the creature we note not so much similarity but rather dissimilarity" (Denz-Sch., IV Lateran, 806-432).

    God remains a mystery.  But a positive mystery, which gives rise to ever continuing and never ending investigations and discoveries from our incipient notions about it.  Our knowledge of God is a window looking our on the light of heaven, the infinity of heaven.  But He is the intrinsic requirement of though, the absolute principle of being.  "I am, who am" (Ex. 3, 14), He said of Himself.

    If we join the evidence of reason to the evidence of faith, then our knowledge of God will become marvellous.  "No one", the Gospel says, "has ever seen God, but the only begotten Son, who is in the bosom of the Father, has manifested Him to us" (Jn. 1, 18).  We shall have the very face of Christ, the Son of God and son of man, as the mirror of God the Father.  "Who sees Me", Christ said, "sees the Father also" (Jn. 14, 9).  Christ is an image even more than a Teacher.  Saint Paul told us this when he said: "He is the image of the invisible God" (Col. 1, 15).  So, in order to know God we have a Way to which all other ways - if such there be - lead, by which all are tested, are straightened and are strengthened:  He is the Way, the Truth and the Life (Jn. 14, 6).

    We must overcome that temptation which is so strong nowadays, of thinking that it is impossible to acquire knowledge of God such as shall be adequate for our cultural maturity and respond to our existential needs and spiritual duties.  To think so would be sloth, it would be cowardice, it would be blindness.  Instead we must seek.  Seek in the book of creation (Rom. 1, 20); seek in study of God's Word; seek in the school of the Church, the Mother and Teacher; seek in the depths of one's own conscience . . .  Seek God, seek Him always.  Know that He is near (cf. Is. 55, 6).

To you our encouragement and Blessing.

(Pope Paul VI; General Audience; July 22, 1970)