| Prefazione Preface |
| Oh! Quante cosa vengono sullo schermo della coscienza quando noi ci domandiamo il significato di questa parola «Avvento», che troviamo sulle labbra e sui libri della Chiesa allinizio del suo anno liturgico! Avvento vuol dire venuta. Venuta di chi? Chi non lo sa? Venuta di Cristo. Chi è Cristo? È Dio, diciamo Dio, fatto uomo. Subito, allinizio del suo programma religioso, siamo introdotti in un mondo di cose e di fatti straordinari, sbalorditivi. A cominciare dalla prima affermazione, data per sicura, per conosciuta, per accessibile, per inserita in modo inatteso e sorprendente nel corso della storia, come un fatto preciso, identificabile, il quale naturalmente, se vero, assume unimportanza incomparabile, polarizzatrice di tutta lumanità e di tutti gli avvenimenti di questa terra e di tutti i secoli del suo divenire cosmico e antropologico. Ma chi è Dio? |
| La grande domanda diventa la prima questione. Chi è Dio? questa interrogazione ci impedisce dandare avanti, se pur ancora luomo doggi ne conserva il proposito, nel nostro studio della Bibbia, del Catechismo e del Messale; il Libro della Parola di Dio, il libro che ci spiega e ci condensa il primo, e il libro che ci guida nel colloquio trascendente e vitale con Dio. Anche perché intravediamo che la risposta a questa prima questione coinvolge lultima risposta, a cui può aspirare la nostra vita; infatti: «questa è la vita eterna (dirà il Cristo, il Dio fatto uomo) che - gli uomini fedeli - conoscano Te, solo vero Dio, e colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo» (Io. 17, 3). |
| Ora luomo doggi ha mai il desiderio, ed ha mai lattitudine di porsi questa domanda? e molta gente del nostro tempo, che ha la sublime ambizione di essere libera, non si avvede dessere vinta in partenza aderendo, spesso senza alcuna ragione critica, alla moda del dilagante disinteresse circa la questione di Dio, cioè circa il problema religioso? Esiste Dio? e chi è Dio? e quale conoscenza ne può avere luomo di Lui? quale rapporto ciascuno di noi deve avere con Lui? |
| Rispondere a questi interrogativi ci porterebbe a un discorso senza fine e complesso in mille discussioni, le più ardue, e oggi dallopinione pubblica le più dimenticate, anzi le più avversate. Dio è ignorato, Dio è dimenticato, Dio è negato. |
| Per noi, in questo istante di colloquio religioso, basta lavvertimento: bisogna pensare a Dio. Accenniamo appena. |
| Lindifferenza non è intelligente, non è umana. Luomo è costituzionalmente fatto per conoscere, per amare, per servire Dio in questa vita e per goderlo eternamente nellaltra futura. Impedire alluomo laccesso a Dio significa porre un limite al processo intellettivo, affettivo, operativo dellessere suo. Significa chiuderlo in se stesso, con tutte le conseguenze illogiche e dolorose che comporta un umanesimo compresso, limitato, cieco, illuso, privo dei supremi motivi per studiare, per amare, per sperare. |
| Due posizioni dello spirito contemporaneo dovrebbero essere considerate a questo riguardo: quella dellagnosticismo e quella dellateismo. La ,prima è una posizione apparentemente onesta e praticamente facile, fondata sulla presunta inconoscibilità di Dio; per noi moderni educati alla conoscenza sperimentale, questa sembra la posizione logica e legittima: Dio, chi lo ha mai visto? (Cfr. Io. 1, 18) Ma è la posizione della pigrizia e della rinuncia, che umilia luomo, gli contesta la prerogativa regale della conquista della vetta suprema delle sue facoltà spirituali, la conoscenza della prima Verità, del primo Bene, nega alla ragione la sua capacità naturale di valicare la sfera sensibile e sperimentale, e di accedere alla conoscenza e alla certezza, sia pure limitata, ma fondamentale, della sfera dellEssere invisibile (Cfr. Rom. 1, 20; DENZ.-SCH. 3004). La Chiesa, tanto spesso accusata doscurantismo, e di sacrificare la ragione alla fede, rivendica invece alla ragione il suo diritto e la sua validità (oggi forse rimane sola a sostenere la ragione, e con essa la complessa virtù conoscitiva delluomo, nel raggiungimento della Verità, anche trascendente, anche creatrice). È posizione che luomo di scienza, luomo perciò del nostro tempo, dovrebbe rifiutare, nella fiducia che il pensiero umano tanto più è stimolato a salire alle ragioni trascendenti, alla Causa Causarum, a Dio in una parola, quanto più feconda e profonda gli si scopre progressivamente davanti la realtà delle cose a cui è impegnata la sua sempre nuova ricerca. |
| In una città del Nord, anni addietro, città moderna e affannosa di traffico e di attività, si leggeva sopra uno striscione disteso dalluno allaltro lato duna via principale: Pensate a Dio! Noi siamo convinti che linvito fosse intelligente e originale, e documentasse tipicamente la possibilità, oltre che il dovere, della mente umana e moderna di trascendere dalle nostre cose, altrimenti da sé oscure inesplicabili e misteriose, al loro Principio creatore. |
| La seconda posizione, quella dellateismo, da una fase statica e puramente negativa, si è assai allargata ai nostri giorni, come tutti sanno, passando ad una fase attiva, propagandistica e spesso oppressiva; ciò esigerebbe unanalisi attenta e anche riguardosa per gli effetti che ne derivano nelle coscienze e nella vita pubblica, tenendo presente che tale negazione di Dio non ha potuto e ovviamente non potrà, con questa sua potente dilatazione, offrire ragione della propria consistenza, anzi verrà palesando certi aspetti della propria speculativa ed esistenziale vacuità, che danno almeno una speranza, per la stima che sempre abbiamo delluomo, quella dunevoluzione razionale e spirituale, per la quale deve essere vigilante la nostra attenzione e la nostra preghiera. |
| Ma ritorniamo là donde abbiamo preso le mosse: lAvvento, stagione spirituale questa, che ci deve scuotere dallindifferenza e da!la negazione religiosa, e ci deve riaccendere nellanimo linteresse, il desiderio, la speranza del prodigioso e umanissimo incontro con Dio in Cristo nascituro. |
| Con la nostra Benedizione Apostolica. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 6 dicembre 1972) |
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| Il bisogno di Dio è insito nella natura umana, e quanto più essa progredisce tanto più essa avverte, fino al tormento, fino a certa drammatica esperienza, il bisogno di Dio. Ovvero quella che, tanto per intenderci, potremmo dire la tendenza cosmica: chi studia, chi cerca, chi pensa non può sottrarsi ad una obiettiva onnipresenza di Dio, antica verità, che il Libro sacro sempre ci ripete: «Dove andrò io lungi dal Tuo spirito (o Signore), e dove fuggirò io dalla Tua faccia?» (Ps. 138, 7). Impossibile sottrarsi da questa presenza, di cui la materia, la natura è, per chi lo sa comprendere, un libro di lettura spirituale: «In Lui (cioè in Dio, dice San Paolo) noi viviamo, ci muoviamo, ed esistiamo» (Act. 17, 28). Il Dio ignoto è sempre lì; ogni studio delle cose è come un contatto con un velo dietro il quale si avverte un'infinita palpitante Presenza. |