L'Incarnazione

"Grande mistero dell’Incarnazione di Cristo,
due volte generato, senza madre in cielo, senza padre in terra,
cioè Figlio eterno di Dio Padre, e Figlio nel tempo di Maria,
uno nella Persona divina del Verbo,
che associa alla sua divinità, l’umanità di Gesù l’uomo-Dio,
nostro Salvatore,  
centro della storia e dell’universo."

Diletti Figli e Figlie!

Questa udienza nell’imminenza del Santo Natale non Ci consente di pensare ad altro e di parlare d’altro che del grande fatto, del grande mistero dell’Incarnazione, della nascita di nostro Signor Gesù Cristo, due volte generato, come diceva un’iscrizione nell’antica Basilica di San Pietro: senza madre in cielo, senza padre in terra, cioè Figlio eterno di Dio Padre, e Figlio nel tempo di Maria, uno nella Persona divina del Verbo, che associa alla sua divinità, l’umanità di Gesù l’uomo-Dio, nostro Salvatore, nostro Maestro, nostro fratello, Sacerdote sommo fra cielo e terra, centro della storia e dell’universo. Chi avverte la realtà di questo avvenimento non può occuparsi d’altro; e quanto più esso supera la nostra capacità di comprensione tanto più attrae ed impegna la nostra avidità di contemplazione; tutto in Cristo si concentra, tutto s’illumina. E la grande meraviglia è poi questa, che ciascuno di noi è interessato al fatto prodigioso; esso ci tocca personalmente, e non in modo accidentale e fortuito, ma in modo essenziale; il nostro destino è collegato con esso; nessuno di noi può prescindere dal rapporto che la nascita di Cristo stabilisce fra Lui e ognuno di noi.

Se non che questo non è il momento per sostare in simile meditazione, di cui Ci basta qui fare ricordo per esortarvi a cercare nella prossima celebrazione della dolcissima festa ciò che ne costituisce il punto focale, il mistero cioè della venuta di Cristo fra noi. Tante sono le esteriorità che ornano e abbelliscono il Natale, che spesso il suo significato vero ci resta nascosto, così che ciò che abbiamo accumulato di feste, di riti, di lumi, di canti, di doni, di pranzi, di giochi intorno al Natale per farcene gustare la serena bellezza finisce talvolta per ostacolare il godimento del suo valore spirituale. Questo fatto, sembra a Noi, ha una sua spiegazione indulgente e legittima: se il Signore, Noi pensiamo, è venuto a questo mondo, fra noi, piccolo e povero, partecipe anche Lui della nostra scena terrena, vuol dire che possiamo andare a Lui per i sentieri comuni della nostra esperienza vissuta e sensibile; la maestà e l’ineffabilità di Dio si sono velate delle nostre sembianze umane; la sua umanità ci ha tolto il timore e la fatica di cercare per vie angeliche, più alte e difficili, l’incontro con Lui. Celebre, a questo proposito, la parola del grande dottore dell’Incarnazione, S. Leone Magno: il Figlio di Dio «invisibilis in suis, visibilis est factus in nostris», invisibile di sua natura, si è fatto visibile nella nostra (Sermo 22, 2 - PL. 54, 195). E questa è grande cosa: vuol dire che tutta la nostra espressività umana: logica, sentimentale, simbolica, artistica, popolare . . . può servire, se bene usata, al linguaggio religioso, senza profanarne la sacralità: è questa la giustificazione teologica dell’apparato esteriore liturgico, dell’arte, e, nel caso nostro, del decoro natalizio e specialmente del presepio.

La rappresentazione scenica del racconto evangelico sulla nascita di Gesù a Betlemme ha nel modo scelto da Dio per immettersi nel dramma umano la sua giustificazione. Il Prefazio della Messa natatalizia ce lo insegna: «Dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur», mentre veniamo a conoscere Dio in modo visibile, siamo da Lui attratti all’amore delle cose invisibili. E allora: se noi ci chiediamo qual è la via centrale e diritta del nostro mondo terreno, che ci porta a quell’umanità di Cristo, nella quale troviamo la rivelazione di Dio e la nostra salvezza, la risposta è pronta e bellissima: quella via è la Madonna, è Maria Santissima, è la Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra. Questo volevamo ricordare a voi in questa attesa del Natale.

Se vogliamo entrare nello spirito del Natale, nel segreto del Natale, nel godimento del Natale, dobbiamo avvicinarci a Maria, la cristifera, la portatrice di Cristo nel mondo. Dalla maternità virginale di Maria possiamo introdurci alla umanità di Cristo Uomo-Dio. Questa è la migliore stagione liturgica del culto alla Madonna. Dovremmo meditare ciò che il Concilio c’insegna sul culto che le è dovuto, e dovremmo lasciare che le nostre anime fossero invase dal fervore e dalla poesia, che tale culto suscita ed esige.

Uno dei grandi Padri greci, S. Cirillo Alessandrino, il protagonista del Concilio di Efeso (a. 431), nel quale fu proclamata Maria Madre di Dio, essendo di Gesù Cristo riconosciuta la divinità, pronunciando «la più celebre predica che su Maria abbia l’antichità» (Bardenhewer, Patrologie, 321; cfr. Grisar, Roma . . . I, 338, 2), esclama: «Salve, o Maria, Madre di Dio, tesoro venerando di tutto il mondo, lucerna che mai non si spegne, fulgida corona della verginità, tempio indistruttibile, madre e vergine ad un tempo; da Te infatti è nato Colui, del quale dice il Vangelo: benedetto quegli che viene nel nome del Signore» (PG. 77, 1054). Così dovremmo ripetere noi, traendo dai nostri cuori, ciascuno da sé e tutti insieme, la medesima lode, quale voce gentile e affettuosa per la Donna benedetta, che portò la Luce della salvezza del mondo.

È ciò che, a ricordo di questa Udienza, vi raccomandiamo, mentre a tutti impartiamo la Nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 21 dicembre 1966)



"In Cristo tutto acquista verità, ordine, significato, finalità. . .
«Egli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene al mondo» (Io. 1, 9). . .
La luce è per tutti; sì, per tutti quelli che aprono gli occhi
per goderne il raggio giocondo e benefico."

Diletti Figli e Figlie!

Buon Natale!

Noi dobbiamo invitarvi ad avvertire una nota profonda e, in certo senso, originale, che risuona in questo comunissimo voto. La potete scoprire da voi stessi questa nota, se vi domandate: qual è il Natale che il Papa può dire buono, e fare per ciò oggetto del Suo augurio? Che cosa il Papa può desiderare per noi in occasione della ricorrenza commemorativa della nascita di Gesù Cristo nel mondo? Se vi ponete, diciamo, questa domanda, comprendete subito che il Papa non può prescindere, nel Suo augurio, da un riferimento diretto all’origine, all’essenza, al significato, al valore della festa, che stiamo per celebrare; e cioè non può prescindere dal riportarci alla venuta di Cristo nel mondo, e dal trarre da questo fatto, da questo mistero il contenuto, lo scopo del Suo augurio natalizio. È così. I bambini lo capiscono subito, e pensano al loro presepio: un buon Natale vuol dire un bel presepio.

Sì, è così. Il Nostro augurio vuole polarizzare i vostri animi nel punto essenziale della festa: l’incarnazione del Verbo di Dio in Cristo Gesù. E se fissiamo aspirazioni e pensieri in questo straordinario avvenimento, la meditazione si fa luminosa e non finirebbe più. Non finirebbe più di considerare il mistero in se stesso, intorno al quale si concentra la teologia, la storia, il senso del mondo; ma non finirebbe più altresì di considerare l’importanza che tale mistero ha per noi tutti e per ciascuno di noi: Egli rischiara la nostra vita, i sentieri del nostro cammino nel tempo, le cose ed i fatti che ci circondano. Dice l’Evangelista Giovanni (secondo l’interpretazione comune): «Egli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene al mondo» (Io. 1, 9). E perciò, come quando in un ambiente oscuro è acceso un lume, gli occhi di tutti si rivolgono, con gioia, con riconoscenza, verso quel lume, così i nostri spiriti dovrebbero rivolgersi verso Cristo, che, venendo nella scena opaca e confusa del mondo, tutta dolcemente e misteriosamente la rischiara, e la rende comprensibile e - senza nascondere i punti negativi - bella la fa apparire. In Cristo tutto acquista verità, ordine, significato, finalità.

Sant’Ambrogio, scrivendo sulla verginità, in una celebre, bellissima pagina, esclama: «Noi abbiamo tutto in Cristo. Ogni anima a Lui si avvicini..., ogni cosa Cristo è per noi, omnia Christus est nobis» (P.L. 16, 291). Accenniamo appena, per avviare la vostra meditazione natalizia; ed oggi, quasi a preparazione del Natale e per dare al Nostro augurio un’intenzione particolare, diremo qual è il Nostro migliore voto per voi: che abbiate il desiderio di Cristo. Il desiderio di Cristo!

Egli è stato desiderato, aspettato, invocato lungo tutti i secoli dell’Antico Testamento; Egli è stato «il desiderato da tutte le genti»; Egli è venuto a soddisfare le aspirazioni messianiche d’un Popolo eletto ed educato da Dio per attendere, per prefigurare, per annunciare, per accogliere l’inviato da Dio; Egli è stato fatto intravedere da lontano all’«uomo dei desideri» (Dan. 9, 3; e 10, 19), il profeta Daniele: Egli è il termine della tensione storica e spirituale dell’umanità; verso di Lui si rivolge la timida, ma ormai fiduciosa domanda dei Gentili stessi, capitati nella sfera della sua presenza: «Volumus Iesum videre», vogliamo vedere Gesù (Io. 12, 21).

Il desiderio di Cristo, Figli carissimi, è la migliore disposizione d’animo per celebrare bene il Natale. Ricordiamo una legge dell’economia della salvezza portata da Cristo: essa è meravigliosamente gratuita, universale, facilmente accessibile; ma ad una condizione, d’essere desiderata, preparata, accolta. La luce è per tutti; sì, per tutti quelli che aprono gli occhi per goderne il raggio giocondo e benefico. Così Cristo; così il Natale: esso è vero, esso è salutare per chi desidera ritrovarvi la conoscenza migliore, l’umore maggiore, la presenza più nostra e più viva di Cristo Gesù. E questo è l’augurio che la Nostra Benedizione Apostolica vuol rendere per voi efficace e felice.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 22 dicembre 1965)



CRISTO NOSTRO MAESTRO

Diletti Figli e Figlie!

Il breve sermone, che riserviamo a queste Udienze generali, ha per scopo di immettere negli animi dei Nostri visitatori una. parola, semplice e viva come un seme, che dovrebbe poi essere coltivata, e dare da sé il segno della sua profondità e della sua fecondità. Noi qui Ci limitiamo a fare, come un Parroco ai suoi fedeli, dell’umile catechismo: grande dottrina in termini popolari.

E la dottrina, che ora Ci interessa, è quella che tormenta l’uomo moderno, quella su Dio, quella sul modo di cercare Lui, e sulla valutazione dei risultati, ai quali possiamo arrivare in questa difficile e inevitabile ricerca. E sappiamo una verità fondamentale: abbiamo un Maestro. Più che un Maestro, un Emmanuele, cioè un Dio con noi; abbiamo Gesù Cristo. È impossibile prescindere da Lui, se vogliamo sapere qualche cosa di sicuro, di pieno, di rivelato su Dio; o meglio, se vogliamo avere qualche relazione viva, diretta e autentica con Dio (cfr. Cordovani, Il Rivelatore).

Non diciamo che prima di Gesù Cristo Dio fosse sconosciuto: l’antico Testamento è già una rivelazione, e forma i suoi cultori ad una spiritualità meravigliosa e sempre valida: basta pensare ai Salmi, che alimentano ancor oggi la preghiera della Chiesa con una ricchezza di sentimento e di linguaggio insuperabile. Anche nelle religioni non cristiane si può riscontrare una sensibilità religiosa e una conoscenza della Divinità, che il Concilio ci ha ammonito a rispettare e a venerare (cfr. Dichiar. Nostra aetate, n. 2; cfr. Card. Konig, Dizionario delle Religioni, Herder, 1960, Roma). Ed in genere l’uomo, che pensa, che agisce, che comanda, che soffre, che si esprime artisticamente, coglie qualche cosa di Dio, al quale, per tanti titoli, la nostra vita è collegata; lo studio delle religioni ce lo dimostra; la storia, la filosofia, la psicologia, l’arte ce lo confermano. Ogni aspirazione alla perfezione è una tendenza verso Dio (cfr. S. Th. 1, 6, 2 ad 2; De Lubac, Pour les chemins de Dieu, c. 11, pp. 7 e 8).

L'ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO

Ma sta il fatto, enunciato nel capo primo del Vangelo di San Giovanni: «Nessuno ha mai veduto Iddio; il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, ce lo ha fatto conoscere» (v. 18; cfr. 1 Cor. 2, 9). Come pure sta il fatto che le condizioni reali, esistenziali dell’uomo denunciano il bisogno d’un aiuto della rivelazione divina anche per quelle verità religiose alle quali la ragione, per sé, potrebbe arrivare (cfr. S. Th. 1, 1; Denz. Sch. 3005 [1786], Conc. Vat. I, De Fide, c. 2), e ciò per ragione di speditezza, di sicurezza e d’integrità. Così che, ferma restando la capacità naturale dell’uomo a ragionare delle cose divine, non che il dovere di bene impiegare le nostre facoltà conoscitive allo studio teologico e alla vita spirituale (cfr. Denz. Sch. 3019-3020 [1799-1800]), è saggio, è utile mettersi alla scuola della Parola divina, e accogliere con fede gli insegnamenti ch’essa ci rivela, e che la Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura offrono «come uno specchio, nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal Quale tutto riceve, finché giunga a vederlo a faccia a faccia, com’Egli è» (Cost. dogm. Dei Verbum, n. 7).

Il Concilio, testé celebrato, si svolge tutto in questa luce, la quale conferisce alle sue dottrine una bellezza, una pienezza, una forza, che lo caratterizzano: né dubbi, né controversie, né anatemi, e nemmeno enunciazioni astratte dei dogmi della fede troviamo nel tesoro dottrinale lasciatoci dal Concilio, ma un senso di realismo vivo e di spiritualità animatrice tutto lo percorre, e irradia la corrente di verità e di grazia, dalla quale la Chiesa sta derivando il suo rinnovamento.

IL MISTERO E LO SPLENDORE DI GESÙ DIO ED UOMO

È ovvio pertanto che Cristo sieda maestro sulla cattedra conciliare (Dei Verbum, n. 4), e che stimoli così la nostra risposta di fede alla grande, ricorrente questione, posta inizialmente da Lui stesso su Se stesso: «Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?» (Matth. 16, 14), come Gesù usava chiamare Se stesso. Sorge cioè ancora una volta, dopo le molte e interminabili questioni della generazione precedente alla nostra (cfr. Lagrange, Le sens du christianisme d’après l’exégèse allemande, Gabalda, 1918), la domanda chi sia veramente Gesù. Un celebre scrittore russo fa chiedere ad un suo personaggio: «Un uomo colto, un europeo del nostro tempo, può credere ancora, può credere alla divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio? Poiché, alla fine, tutta la fede è là» (Dostojewski); e un famoso teologo cattolico tedesco commenta: «Il mistero di Cristo infatti non consiste, propriamente parlando, nel fatto ch’egli sia Dio, ma in ciò che Egli sia insieme Dio e uomo. Il prodigio inaudito, incredibile, non è soltanto che sul volto di Cristo risplenda la maestà di Dio, ma che un Dio sia al tempo stesso un uomo, che un Dio si sia mostrato sotto la forma di un uomo» (Adam, Iesus Christus, 1934). La nostra generazione risente la pressione di questa grande dottrina; e pur troppo le voci non cattoliche, che si diffondono oggi nel mondo ripetono con nuove parole, ma con motivi vecchi, le risposte aberranti (Matth. 16, 14): è un personaggio straordinario, si dice; ma non si sa bene chi Egli sia; meglio andare al sicuro, e con l’aria di magnificarlo moralmente, si finisce per minimizzarlo essenzialmente. Alla dottrina cattolica si fanno obbiezioni d’essere mitica, ellenica, metafisica, soprannaturale . . . . e l’apologia che gli autori eterodossi di moda fanno di Cristo si riduce ad ammettere in Lui «un uomo particolarmente buono», «l’uomo per gli altri», e così via, applicando a questa interpretazione di Cristo un criterio, diventato decisivo e dispotico, quello della capacità moderna a capirlo, ad avvicinarlo, a definirlo. Lo si misura col metro umano, con un dogmatismo soggettivo; e alla fine con uno scopo, seppur buono, ma utilitario, lo si accetta per quello che Cristo oggi può servire, uno scopo umanitario e sociologico.

LA PIENA RISPOSTA DI PIETRO E DELLA CHIESA

La verità non conta che nella misura della sua comprensibilità; il mistero perde il suo contenuto teologico e religioso, e si risolve nei riflessi pratici applicabili alla società moderna e ai volubili gusti d’un mondo in trasformazione. Per nascondere il vuoto dottrinale, che così si produce, si ritorce talvolta su la Chiesa cattolica, fedele alla sua secolare cristologia, l’accusa di non averlo abbastanza imitato, il Signore: d’averlo chiuso in formole dogmatiche incomprensibili e superate. Pensiamo a queste accuse, amaramente, onestamente, serenamente. Ma Noi non vogliamo ora entrare in discussioni né polemiche, né apologetiche; non è qui la sede. Vogliamo solo mettere sull’avviso voi, Figli fedeli, e con voi quanti si fidano della confessione vittoriosa di Pietro sul mistero di Gesù, il Figlio dell’uomo: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente» (Matth. 16, 16), a rimanere «forti nella fede» (1 Petr. 5, 9). Noi dobbiamo stare alla parola del Pontefice, teologo del mistero dell’Incarnazione, S. Leone Magno, che c’insegna: «Il Verbo di Dio, Dio Lui stesso, perché Figlio di Dio, . . . si è fatto uomo: così piegandosi a prendere la nostra piccolezza, senza abdicare alla sua grandezza, da rimanere ciò che Egli era e da assumere ciò che Egli non era, e da unire la vera natura del servo alla natura ch’Egli aveva eguale a quella di Dio Padre» (Serm. XXI; P.L. 54, 192).

IL MEDIATORE UNICO NECESSARIO PER NOI

È la dottrina del Concilio di Calcedonia (Denz-Sch. 301-302 [148] anno 451); è la dottrina della Chiesa cattolica, la quale, per nulla dimentica dell’aspetto dell’«Uomo per gli altri», preferito da una cristologia moderna non cattolica, ripete di Cristo l’incisiva parola di S. Agostino: «Fortitudo Christi te creavit, infìrmitas Christi te recreavit», la potenza (divina) di Cristo ti ha creato, la debolezza (della passione) di Cristo ti ha rigenerato (In Ev. Io. XV, 6; P.L. 35, 1512); la Chiesa nostra ben sa che per annunciare con pastorale efficacia il dogma di Cristo oggi deve studiare con amorosa premura le risorse della sua pedagogia e le esigenze della psicologia moderna (cfr. Volk, L’homme d’aujourd’hui et le Christ, nel volume: Problèmes actuels de Christologie, pp. 264-294, Desclée de Br.), ma non cambia, non mutila la verità, di cui è depositaria e maestra, nella certezza che in tale verità sarà sempre e a tutti possibile ritrovare il vero volto di Cristo, e nel volto di Cristo la visione, a noi ora possibile, del Padre, come pure la visione, sempre da scoprire, dell’uomo.

L’amore, Figli carissimi, l’amore a Cristo sperimenta questo prodigio. L’umanità di Cristo, c’insegna S. Teresa, è il tramite per arrivare a Dio (cfr. Vida, c. 22; Castillo, c. 7); e S. Caterina ci descrive il corpo crocifisso di Cristo come una scala, che l’amore percorre per salire alla perfezione (Lettera 74), e ci parla del Signore come d’un ponte che ripara l’abisso prodotto fra Dio e l’uomo dal peccato. Cristo, come sempre ci ricorda il Concilio, è il Mediatore della nostra salvezza (cfr. Sacr. Conc. n. 5). Il Mediatore unico, necessario, nostro, dolcissimo. Viene il suo Natale: così pensiamolo! Con la Nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 18 dicembre 1968)