Faith   Fede   Fe   Foi   Glaube


"Se cercate di individuare quale sia la questione più importante,
che qui si ridesta, trovate che è la questione della fede.
Se ascoltate la voce, che sale dalle vostre coscienze,
sentite risonare la voce stessa di Gesù, quando interrogava Marta del Vangelo:
«Credis hoc?»; credi tu tutto questo?" (Io. 11, 26)

Diletti Figli e Figlie!

Voi che venite a visitare il Papa, con devozione filiale e con animo aperto, sentite certamente premere nelle vostre menti una quantità di domande, di curiosità, di reminiscenze d’ogni genere, storiche, artistiche, religiose; e se cercate di individuare quale sia la questione più importante, che qui si ridesta, trovate che è la questione della fede. Se ascoltate la voce, che sale dalle vostre coscienze, sentite risonare la voce stessa di Gesù, quando interrogava Marta del Vangelo: «Credis hoc?»; credi tu tutto questo? (Io. 11, 26). Viene alla memoria l’episodio dell’incontro di Dante con S. Pietro, nel canto XXIV del «Paradiso», quando l’Apostolo chiede al poeta pellegrino celeste: «Di’, buon cristiano, fatti manifesto: fede che è?» (vv. 52-53). La fede infatti qui subisce una specie d’interrogatorio circa la adesione a quanto qui è proclamato: ecco qui il successore di S. Pietro: lo credo io? ecco qui la voce del Signore, che è dall’Apostolo ripetuta, spiegata, applicata, difesa; ecco qui il magistero della Chiesa, che siede sulla sua cattedra più autorevole, e che esercita una delle sue supreme funzioni, quella d’insegnare, non una scienza qualunque, ma la Parola di Dio; e d’insegnarla in nome di Cristo, d’interpretarla e di custodirla nel suo genuino significato, e, se occorre, in modo infallibile, in certi casi speciali e in certe forme solenni.

CONSOLANTE FIDUCIA NELL'INSEGNAMENTO DELLA CHIESA

È importante esplorare l’impressione spirituale suscitata a questo riguardo nel visitatore del Papa. L’impressione spirituale più comune - la vostra, Noi pensiamo - è quella caratteristica del fedele cattolico rispetto al magistero della Chiesa, cioè quella d’una consolante fiducia. Il fedele cattolico sa che il Signore ha dato agli Apostoli un mandato e una autorità d’insegnare ciò che Lui stesso aveva insegnato; li ha incaricati d’essere i trasmettitori della sua Parola; egli sa che questa Parola è collegata col piano della salvezza: l’accoglienza di tale Parola, cioè la fede, è condizione fondamentale per essere ammessi alle fortune del regno di Dio; egli sa ancora che questa trasmissione avviene mediante una misteriosa ed efficace assistenza dello Spirito Santo, Colui che insegna agli Apostoli e alla Chiesa «ogni verità» (Io. 16, 13) relativa ai nostri rapporti soprannaturali con Dio; e sa che tale trasmissione si compie con quella fedeltà rigorosa e garante dell’univoco e stabile senso del messaggio divino, che si chiama tradizione. Sa cioé d’essere davanti ad un’istituzione misteriosa e meravigliosa della Bontà divina, che mediante questo apparato umano e gerarchico ha voluto che la Rivelazione fosse accolta, custodita, diffusa nell’umanità. Siamo sempre davanti all’idea generale del disegno di Dio, cioè quella che la sua gratuita e soprannaturale comunicazione con gli uomini deve avere gli uomini per collaboratori, per strumenti, per segni della sua carità.

ECO FEDELE E INTERPRETE SICURA DELLA PAROLA DIVINA

A coloro, che hanno sofferto vicende spirituali d’ogni genere per raggiungere la certezza obiettiva della fede, l’incontro col magistero ecclesiastico dà effettivamente un senso di riconoscenza a Dio, a Cristo, per aver affidato il suo salutare messaggio ad un organo inequivocabile e vivo, ad un servizio qualificato; cioè ad una voce autorizzata, non rivelatrice in realtà di nuove verità, non superiore alla sacra Scrittura, (sebbene essa sia sgorgata dal magistero profetico ed apostolico), ma eco subordinata e fedele e interprete sicura della Parola divina. E, con la riconoscenza, la pace, la luce, il desiderio di ben meditare e di più sapere sul fondamento d’una dottrina (altrettanto indiscutibile, quanto feconda.

Noi auguriamo che questa sia anche la vostra spirituale esperienza in questo incontro con la sede principale del magistero ecclesiastico. È così per tutti? Purtroppo no. Oggi da qualcuno dentro la Chiesa, da tanti che le sono sì e no fedeli, e da molti che le sono intorno, ma estranei, si guarda con riserva, con diffidenza al magistero ecclesiastico. Al magistero ecclesiastico si vorrebbe più che altro riconoscere oggi da alcuni l’ufficio di confermare la «credenza infallibile della comunione dei fedeli»; ed a questi si vorrebbe da altri, seguaci delle dottrine negatrici del magistero ecclesiastico, riconoscere la capacità d’interpretare liberamente, secondo il proprio intuito, che facilmente si pretende ispirato, la Sacra Scrittura. La fede così diventa apparentemente facile, perché ciascuno se la modella come meglio vuole, ma perde la sua autenticità, la sua sicurezza, la sua vera verità, e perciò la sua urgenza d’essere ad altri comunicata; diventa un’opinione personale.

UN’AUTORITÀ ESERCITATA NEL NOME DI GESÙ CRISTO

«Il soggettivismo dei moderni - scrive un teologo contemporaneo - ha obbligato a insistere sul fatto che questa obiettività del dato rivelato e tradizionale si troverebbe ridotta a niente, se fosse in potere di chi che sia di attribuirle il senso ch’egli giudica buono, e non in potere del corpo stesso (la Chiesa) al quale e per il quale la Parola divina è stata data, e specialmente, nell’interno di esso, ai membri responsabili del tutto, in virtù del loro mandato apostolico» (Bouyer).

Il Concilio ecumenico ha nuovamente proferito una autorevole parola, antica quanto la Chiesa, a questo proposito: «L’ufficio d’interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta, o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo».

Voi vedete, Figli carissimi, quanto sia formidabile l’ufficio affidato al magistero ecclesiastico, e quanto abbia bisogno della preghiera, della docilità, della conversazione, del consiglio anche e della fiducia dei fedeli, affinché sia rettamente e utilmente esercitato. Noi vi chiediamo perciò di pregare per il Papa, il Quale di ricambio prega per voi e vi benedice.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 11 gennaio 1967)

«Se tu puoi credere, tutte le cose sono possibili per chi crede» (Marc. 9, 23)

Diletti Figli e Figlie!

Vogliamo richiamare la vostra riflessione sopra una ben nota parola dell’epistola prima di San Giovanni, che . . . in questo tempo sembra acquistare particolare significato:
«Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede» (1 Io. 5, 4)  

Questa esortazione dell’apostolo Giovanni: la vittoria sul mondo proviene dalla fede, si ripete in diverse pagine del Nuovo Testamento; si vede che essa costituiva un pensiero ricorrente nella predicazione apostolica. Gesù stesso vi aveva dato origine, esigendo dai suoi, come condizione iniziale e indispensabile della sua azione nelle loro vite, la fede: «Si potes credere - dirà una volta Gesù -, omnia possibilia sunt credenti; se tu puoi credere, tutte le cose sono possibili per chi crede» (Marc. 9, 23). La fede è l’adesione al Signore, la quale rende possibile la dilatazione della sua potenza operante e salvatrice nel credente. «Non si turbi il Cuor vostro: credete in Dio, ed in Me credete» dice ancora Gesù (Io. 14, 1). «Colui che crederà e sarà battezzato, si salverà» (Marc. 16, 16); e così via. Gli Apostoli ripeteranno questo fondamentale precetto della vita cristiana; S. Pietro, ad esempio, scriverà: «. . . Resistite fortes in fide, resistete (al demonio) forti nella fede» (1 Petr. 5, 8-9); e il capo II della lettera agli Ebrei è una lunga e lirica esaltazione della fede come principio efficiente nella vita di coloro che la professano.

Il che significa che l’esortazione della Chiesa inserita nella liturgia dei neofiti vale per tutti, è permanente, vale per noi: dobbiamo così possedere, così professare la nostra fede, da trarne energia umano-divina di vittoria nelle traversie della vita, nelle tentazioni del mondo. Il che significa ancora che la vita cristiana non è facile; essa incontra ostacoli e opposizioni, pericoli e tentazioni; essa dev’essere vigilante e militante.

Figli carissimi! quale effetto producono in voi queste considerazioni? di conforto o di timore? quale concetto avete voi circa l’efficacia della fede? è una fonte di debolezza, o invece di fortezza? Queste alternative sono possibili; anzi sono frequenti negli animi delle persone del nostro tempo. Spesso la fede appare come un atto molto difficile; e anche quando esso è professato, esso è debole, esitante, dubbioso; appare come un dovere grave e conturbante, piuttosto che come un lume limpido e consolante. L’atto di fede è difficile per la mentalità moderna, tanto abituata al dubbio sistematico e alla critica, e persuasa di limitare la propria certezza entro i confini della propria esperienza (mentre poi la massima parte di ciò che si sa, si fonda sulla fede - umana - di ciò che altri, i maestri, gli scienziati, i competenti ci dicono di credere).

Che cosa diremo? come convertire la debolezza della nostra fede in un atto di fortezza interiore ed esteriore? La risposta si farebbe lunga e difficile, se volessimo costruirla logicamente, come si dovrebbe. A Noi qui basterà ricordare che anche la fede è una grazia. E qui, sulla tomba di San Pietro, primo maestro, dopo Gesù, della fede, domanderemo questa grazia; e sarà grande fortuna, grande gioia l’ottenerla. In secondo luogo ricorderemo che la fede non è un atto puramente speculativo; è atto ragionevole, ma non frutto della sola ragione. Una componente volontaria lo rende possibile e meritorio: bisogna voler credere, quando, è ovvio, vediamo ch’è ragionevole, ch’è umano, ch’è bello il farlo. La certezza diventa un dovere, ad un dato momento (Newman); e la fede che ne risulta diventa un atto religioso; l’atto religioso fondamentale del cristianesimo. «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dall’intelligenza umana, è un atto incontestabilmente religioso. Ma lo è a un titolo ancora più profondo: l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è orientata da Dio» (AUBERT, in Prob. e Orient. II, 694).

Diremo dunque, come l’umile personaggio del Vangelo: «Credo, Domine, adjuva incredulitatem meam; credo, Signore, Tu aiuta la mia incredulità!» (Marc. 9, 24). E cantando ora il Credo sul sepolcro dell’Apostolo, che ha avuto da Cristo la missione di confermare nella fede i fratelli (Luc. 22, 32), meglio comprenderemo il valore della fede nella vita cristiana; non più peso essa ci sembrerà, ma energia e gaudio; non più temeremo di immergerci nella vita profana del mondo, dove non saremo sperduti e naufraghi, ma testimoni sereni e forti d’una luce vigiliare e notturna, la fede nel tempo presente, foriera della luce piena del giorno eterno.
Con la Nostra Apostolica Benedizione.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 20 aprile 1966)

Diletti Figli e Figlie!

A ricordo di questa Udienza Noi vi ripeteremo una parola della prima lettera di S. Giovanni: «Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede» (5, 3). L’abbiamo ascoltata nella Messa della scorsa domenica, quando la liturgia della Chiesa era occupata a dare le ultime istruzioni ai neofiti, entrati nella Chiesa mediante il Battesimo; ma è parola che si riferisce ad ogni cristiano, e che, mentre svela a lui la realtà drammatica in cui si svolge la vita del cristiano, lo conforta con la certezza ch’egli potrà superare ogni difficoltà, e gliene suggerisce il segreto: la fede. Merita, Figli carissimi, che qui facciamo uno sforzo d’intelligenza per comprendere il significato di una affermazione, che sembra avere un’importanza decisiva nella condotta della nostra vita cristiana. Tre sono le parole in giuoco: vittoria, mondo, fede.

L'ESSENZA E IL VALORE DEL COMBATTIMENTO CRISTIANO

La parola vittoria è relativa all’idea d’un combattimento, che sembra investire sia la condizione, sia la durata della nostra presente esistenza; un’idea punto piacevole all’uomo moderno, che rivolge ideali, desideri, attività a togliere dalla concezione della vita e dal pratico suo svolgimento ogni disturbo, ogni contrasto, ogni presa di posizione forte e militante. La vita comoda, la vita libera, la vita pacifica costituisce il tipo migliore di esistenza, a cui rivolgere aspirazione e ammirazione. Un edonismo fondamentale ispira la filosofia pratica d’ogni individuo. Il benessere gaudente e incurante sembra il vertice delle umane ascensioni. E anche quando si ammette come nobile e necessario lo sforzo, il coraggio, il rischio, non esclusa la lotta, unta tendenza si nota, quella di eliminare il fine (se non il carattere) morale d’un’attività combattiva: si parla di morale senza peccato, si cerca di giustificare ogni sorta di azioni in sede psicologica e sociologica; non si vuole il combattimento né contro il demonio, di cui si nega l’esistenza; né contro il mondo, di cui si celebrano i valori fascinatori; né contro la carne, diventata l’idolo del piacere e della libera esperienza.

Non così la vita cristiana. Essa continua ad asserire la necessità d’un conflitto morale implacabile. Voi tutti, Noi pensiamo, avete rinnovato, in occasione della Pasqua, le rinunce e le promesse battesimali; e tutti ricordate gli insegnamenti di Cristo, il quale non tace l’asprezza della sua sequela, che esige di portare la croce con Lui, e che, per la voce dell’Apostolo, ci ammonisce: «Non vogliate conformarvi alla vita del secolo» (Rom. 12, 2); e «Non sarà coronato se non colui che avrà combattuto come si deve» (2 Tim. 2, 5). Questa concezione militante della vita cristiana è molto importante, perché la caratterizza, la distingue, la tonifica in modo inalienabile e originale. Ogni cristiano è un soldato dello spirito, è un aspirante alla santità, è un impegnato alla testimonianza.

E donde viene l’ostacolo, che obbliga il cristiano alla resistenza? L’ostacolo è molteplice, perché ciascuno lo incontra dentro di sé, per la disfunzione morale lasciata in noi dal peccato originale: carne e spirito si agitano e si contrastano dentro di noi (cf. Matth. 26, 41; Gal. 5, 17; cf. il famoso libretto di Lorenzo Scupoli: Il combattimento spirituale).  Poi l’ostacolo lo troviamo spesso vicino a noi, nella convivenza che dovrebbe invece confortarci a virtù (cf. Matth. 10, 36); e - ciò che ci spaventa - d’intorno a noi, nell’atmosfera spirituale ed invisibile, ma potente ed operante, che oscuramente ci circonda (cf. Eph. 6, 12). Povera sorte umana, quante difficoltà, quante insidie, quante tentazioni la minacciano! quanta vigilanza è necessaria «per non cadere in tentazione»! (Luc. 22, 40, 46), e quanta preghiera! Non diciamo ogni giorno, con le parole insegnateci da Gesù: «Non c’indurre in tentazione»? (Matth. 6, 13).

Ma nella frase dell’evangelista Giovanni, che stiamo commentando, l’ostacolo, contro il quale dobbiamo combattere, è un altro: è il «mondo». E qui dovremo fare attenzione al molteplice significato di questo termine, che nel linguaggio di Cristo, riferito dallo stesso evangelista, assume spesso un significato negativo e malefico.

SUPERARE IL «MONDO» OSTILE AI. REGNO DI DIO

Mondo può significare il creato, il cosmo: è questo l’immenso universo della creazione, che non avremo mai finito di conoscere e di scoprire, e che può magnificamente servire come scala alla scoperta di Dio (cf. Act. 17, 27); noi moderni, noi alunni delle scuole scientifiche, siamo invitati ad una nuova ricerca di Dio, ad una nuova religiosità - non all’ateismo - proprio per questa via, che fedelmente percorsa ci farà conoscere meraviglie non solo naturali, ma anche spirituali. Il mondo è una grande, stupenda, misteriosa parola di Dio.

E mondo può significare l’umanità. È il senso considerato dal Concilio (cf. Gaudium et spes, 2), teatro del dramma umano, devastato dal peccato, ma amato e virtualmente salvato da Dio e da Cristo. «Così Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna» (Io. 3, 16). È il campo umano in cui si svolge la storia della salvezza.

LA DOTTRINA DI CRISTO VINCE OGNI INSIDIA

Ma vi è un terzo significato del termine «mondo»; ed è il significato cattivo e ostile. Il mondo, in questo senso, è ancora l’umanità, ma quella resa schiava del mistero del male; è la negazione e la ribellione al regno di Dio; è la coalizione delle false virtù, rese tristemente potenti dal loro affrancamento dal fine supremo; è in pratica una concezione della vita deliberatamente cieca sul suo vero destino, e sorda alla vocazione dell’incontro con Dio; uno spirito egocentrista, drogato di piacere, di fatuità, d’incapacità di vero amore. Ed è, tutto sommato, la «fascinatio nugacitatis» (Sap. 4, 12) la seduzione dei valori effimeri e inadeguati alle aspirazioni profonde ed essenziali dell’uomo; una seduzione, che incontriamo ad ogni passo della nostra esperienza temporale, e che ci può essere fatale. Analisi e riflessione da continuare.

Per superarla, diciamo ora, questa seduzione, di che cosa disponiamo? Disponiamo della fede, della sicurezza cioè che Cristo è veramente il Figlio di Dio, e che la concezione della vita che da ciò deriva è vittoriosa di questa terribile insidia. E qui invitiamo i vostri pensieri a sostare, e a ricevere come viatico a questo vittorioso superamento, dopo che insieme avremo recitato la professione della fede cattolica, la Nostra Apostolica Benedizione.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 5 aprile 1967)