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Epifania  Epiphany  Epiphanie


"Cristo, come una scintilla, come una stella, appare in queste tenebre inverosimili;
e chi sa scoprirlo, chi sa conoscerlo, chi gli crede entra in una nuova zona di luce,
che rischiara non solo un mondo superiore, il regno dei cieli,
ma riflette raggi di intelligenza e di sapienza
anche sul regno della terra, sul mondo della vita terrena."

Epifania significa manifestazione; e noi diamo questo nome alla manifestazione di Cristo al mondo, a tutto il mondo.

Ci devono interessare due aspetti di questa grande, grandissima festa, voi lo sapete: il come ed a chi Cristo si manifesta; e sono aspetti che presentano le questioni più importanti, più gravi e più belle proprio per noi, per noi uomini di questo tempo: la questione prima, quella della conoscibilità di Dio, della vocazione cristiana, della fede, del come è offerta nei segni umili e silenziosi, eppure, a chi sa vederli e interpretarli, pieni di bellezza e di verità, con i quali la rivelazione, e possiamo addirittura dire oggi: la religione ci si presenta.

Un fenomeno di oscurità religiosa, come una notte spirituale, si è disteso sul mondo moderno; la scienza, che apre tante vie alla verità naturale, vigilia di quella soprannaturale, invece di accrescere il senso religioso, lo indebolisce e lo addormenta. Si osa perfino dire che « Dio è morto ». No, Dio non muore. Il sole non si spegne.

Sono i nostri occhi, che, abbagliati dalla luce della conoscenza scientifica, si sono chiusi e non vedono più l’aurora divina che si apre anche nell’orizzonte razionale e che dovrebbe diventare tanto più manifesta quanto più chiaro oggi è a noi il mondo della natura.

Cristo, come una scintilla, come una stella, appare in queste tenebre inverosimili; e chi sa scoprirlo, chi sa conoscerlo, chi gli crede entra in una nuova zona di luce, che rischiara non solo un mondo superiore, il regno dei cieli, ma riflette raggi di intelligenza e di sapienza anche sul regno della terra, sul mondo della vita terrena.

È un dramma, Figli carissimi, stupendo e tragico insieme, sebbene per tutti dovrebbe essere soltanto stupendo.  La luce della rivelazione, della fede è per tutti. Ecco la seconda questione, quella dell’apostolato, ecco il problema ecumenico e missionario.  Sì, per tutti, ma solo di fatto per coloro che la cercano, l’accettano e la vivono.  L’Epifania, come vedete, e meglio vedrete, se ci pensate, è una festa decisiva: per la fede e per la vita.

(PAOLO VI; ANGELUS DOMINI; Solennità dell’Epifania; Martedì, 6 gennaio 1970)

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"L’Epifania presenta due grandi temi:
il primo, come Dio si è manifestato in Cristo;
il secondo, come gli uomini possono trovare Cristo ed in Cristo trovare Dio."

Oggi è giorno estremamente interessante per la vita religiosa, e specialmente per le condizioni spirituali di molti uomini del nostro tempo, per i quali l’incontro con Dio è diventato così confuso e così difficile.

L’Epifania presenta due grandi temi: il primo, come Dio si è manifestato in Cristo; il secondo, come gli uomini possono trovare Cristo ed in Cristo trovare Dio.

Questo secondo tema ci riguarda tutti da vicino, cioè investe l’esperienza vissuta di ciascuno di noi, con una domanda fondamentale: siamo noi dei cercatori di Dio? perché Dio, per rivelarsi nella luce che deve guidare la nostra vita e deve condurci a salvezza, deve essere cercato. La grande aberrazione dello spirito moderno è proprio questa: l’uomo non cerca più Dio, e crede spenta la scienza e spenta la fede, che fanno risplendere, nel timore e nell’amore, Dio sul cammino della nostra vita; e ciò ha conseguenze pratiche molto gravi in ogni campo dell’attività umana.

Mentre invece, Figli carissimi, la ricerca di Dio in Cristo è la bussola della vita; ed è ricerca che può essere svolta su ogni sentiero dell’esperienza umana: quello della coscienza, quello del pensiero, quello dell’azione, quello della storia, quello della politica, quello del lavoro, quello del dolore, quello dell’amore, quello del progresso.

Cristo è al crocicchio di tutte le vie umane per chi lo sa cercare e trovare. E in Lui si raggiunge Dio e si conquista la vera vita.

E Maria ci conduca per mano a questa scoperta, a questa vera Epifania.

( PAOLO VI; ANGELUS DOMINI; Solennità dell'Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo; Sabato, 6 gennaio 1968)

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"Il Natale non ci rivela soltanto Cristo, ma Lui mediante,
per la manifestazione, l’epifania, che da Lui traspare di Figlio di Dio e di Figlio dell’uomo,
si apre la visione abbagliante e avvincente della Paternità di Dio,
e con questa il mistero della vita stessa di Dio, il mistero della santissima Trinità:
Dio è Padre eternamente generante in Se stesso il Figlio,
il suo proprio vivente Pensiero, il suo Verbo identico nella natura,
cioè nell’Essere, al Dio unico Principio assoluto,
e insieme, nell’identità di sostanza del Padre e del Figlio, spiranti l’Amore, lo Spirito Santo."

Chi ha celebrato il Natale, scoprendo nell’umile fatto della nascita di Gesù il mistero dell’Incarnazione, e cioè della venuta di Cristo nel mondo, vale a dire del Salvatore, del Messia, del Verbo eterno di Dio fatto uomo, è introdotto ad una successiva scoperta, la quale ci apre il punto focale di tutta la religione, il quale è il segreto della vita di Dio ed insieme il segreto della vita dell’uomo. Il Natale non ci rivela soltanto Cristo, ma Lui mediante, per la manifestazione, l’epifania, che da Lui traspare di Figlio di Dio e di Figlio dell’uomo, si apre la visione abbagliante e avvincente della Paternità di Dio, e con questa il mistero della vita stessa di Dio, il mistero della santissima Trinità: Dio è Padre eternamente generante in Se stesso il Figlio, il suo proprio vivente Pensiero, il suo Verbo identico nella natura, cioè nell’Essere, al Dio unico Principio assoluto, e insieme, nell’identità di sostanza del Padre e del Figlio, spiranti l’Amore, lo Spirito Santo. Unico l’Essere divino, ma sussistente in tre Persone eguali, distinte e coeterne (Cfr. DENZ-SCHÖN. 800); verità eccedente la nostra capacità di conoscenza; essa tratta della Vita di Dio in se stessa, e perciò ineffabile, ma non senza un minimo, ma meraviglioso riflesso, che riscontreremo nella nostra costitutiva, spirituale psicologia, e che ha dato tema a S. Agostino per le sue speculazioni teologiche. «Io dico, egli scrive, queste tre cose: essere, conoscere, volere, esse, nosse, velle. Io sono infatti, io conosco e io voglio . . . In queste tre cose quanto sia inseparabile la vita, . . . e quanto inseparabile la distinzione . . . veda chi può . . .» (Conf. XIII, 11; PL 32, 849).

Né noi ora ci fermeremo sopra così alta e impenetrabile speculazione. Solo faremo una deduzione, che ci deve rendere felici, e che deve formare il cardine della nostra fede e perciò della nostra vita religiosa.
Noi sappiamo adesso che Dio è Padre. Padre per la sua stessa natura divina, in se stesso, nella generazione del Verbo, del Figlio suo unigenito; ed è perciò Padre di quel Gesù, il Cristo, che si è fatto uomo; uomo come noi, uomo per noi; nostro simile, nostro fratello. Pertanto a titolo ben diverso, ma essenziale analogicamente, Dio è anche Padre nostro.
È Padre, perché Creatore; è Padre, perché a noi rivelato e a noi dato per adozione.
È stata una delle finalità principali dell’Incarnazione, uno degli scopi che ha dominato la vita di Cristo: Egli è il rivelatore del Padre. Egli ce lo dice in quella sua preghiera finale, rivolta appunto al Padre celeste, la quale riassume nei termini più alti e più densi il significato della sua venuta nel mondo: « Io ho manifestato il Tuo nome agli uomini . . .» (Io. 17, 6). E lo aveva già detto nei termini non meno alti e densi, ma piani e quasi familiari; ai discepoli che domandavano al Maestro d’insegnare loro a pregare, come tutti ricordiamo, Gesù rispose: «Così voi pregherete: Padre nostro, che sei nei cieli . . .» (Matth. 6, 9; Luc. 11, 1).

Ad ascoltarla così sembra la formula più ovvia. Sì, perché ce l’ha insegnata Gesù. Già nella pagina dell’Antico Testamento a Dio è attribuito il titolo di Padre del Popolo eletto, per l’elezione che Dio ne ha fatto e per l’intimo rapporto religioso che con esso Egli ha voluto stabilire (Cfr. Is. 45, 10; Deut. 32, 6; ecc.; cfr. A. HESCHEL, Dieu en quête de l’homme, 1955, Seuil 1968, Paris); ma nel Vangelo questo appellativo di Padre, riferito a Dio, mediante Cristo, diventa abituale, normale, e acquista una pienezza in cui si concentra non solo tutta la teologia, ma altresì tutta la spiritualità della vera religione.
Noi dovremmo valutare questa rivelazione della suprema verità ontologica e religiosa come la chiave di volta di tutto il nostro pensiero e come la sorgente beatifica di tutta la nostra vita spirituale.
Dio Padre! Noi ora siamo confusi di dovervi appena accennare, in modo fuggente e superficiale, quanto l’importanza primaria d’un tale tema e il suo inesauribile significato dovrebbero arrestare qui, e per sempre, il nostro discorso. Dio Padre! L’Essere primo, necessario, assoluto, infinito, eterno, Dio si qualifica Padre, ed è, per la generazione del Figlio unigenito, Dio da Dio, e per la generazione a noi in via adottiva mediante Cristo elargita nello Spirito Santo (Iac. 1, 18).

Qui è la nostra fede, qui è la nostra religione, qui è il nostro battesimo, qui è la nostra capacità. Di qui il nostro volo nel mistero della vita divina, di qui la radice della nostra umana fratellanza, di qui la intelligenza del senso del nostro presente operare, di qui la comprensione del nostro bisogno dell’aiuto e del perdono divino, di qui la percezione del nostro destino escatologico. Ma, in via pratica, per la pedagogia evangelica che vogliamo trasfondere nella psicologia apatica, o smarrita della moderna generazione, una nota ci sembra su tutte da rilevare: Dio è Padre, dunque ci ama. E allora: quale dev’essere il nostro atteggiamento fondamentale verso di Lui? La nostra religione non può essere perciò che beata, fiduciosa, serena, ottimista, piena di energia, e dominata da una sola parola filiale: Sì! sì, o Padre! la nostra felicità è tutta in questa risposta.
Questo significa, Figli e Fratelli carissimi, che d’ora innanzi la nostra pietà, la nostra fedeltà devono alimentarsi dell’orazione, che Gesù stesso ci ha insegnata e che noi, come diciamo, alla Messa: «osiamo dire: Padre nostro, che sei nei cieli . . .». Con la nostra Benedizione Apostolica (Cfr. R. GRÄF, Sì, Padre, Morcelliana; J. CARMIGNAC, Recherches sur le «Notre Père », Letousey 1969; vedere anche: S. TERESA, Cammino di perfezione; C. M. CURCI, Lezioni . . . 1, 552 ss.; così i commenti di G. Salvadori, P. Chiminelli, Carnelutti, ecc.).

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 2 gennaio 1974)

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"Dalla piattaforma della rivelazione naturale
noi potremo meglio apprezzare l'originalità eccezionale
della comparsa del Verbo di Dio stesso,
«per mezzo del quale tutto è stato fatto» (Io. 1, 3),
in un istante, in un angolo dell'opera sua, nel Vangelo.
Il Verbo di Dio, Dio lui stesso, si è manifestato in aspetto umano.
Egli ha abitato con noi. Meraviglia, delle meraviglie."

Figli e Figlie, in Cristo tutti carissimi!
Epifania significa manifestazione, apparizione, rivelazione. Epifania è un termine generico, astratto; esso acquista significato e valore dall'oggetto a cui si riferisce. Nel nostro caso sappiamo bene a chi 'ed a che cosa si riferisce; esso si riferisce alla manifestazione di Gesù Cristo in questa terra, al mondo, alla umanità (Cfr. S. AUGUSTINI Sermo 200; PL 38, 1029).

Di per sé questa parola è comprensiva di tutto il piano rivelatore di Dio. La famosa lettera agli Ebrei si apre appunto con una visione sintetica. Come si è manifestato Dio agli uomini? Multifariam, multisque modis: a più riprese, ed in molti modi (Hebr. 1, 1). Il meraviglioso spettacolo del panorama naturale, e possiamo aggiungere, tutto il campo della creazione, il regno delle scienze, l'esperienza delle cose, la cosmologia, a chi bene la osserva, a chi penetra con l'intelligenza e con la simpatia della nostra capacità di conoscere e di individuare la ragione profonda degli esseri, sono già forme di linguaggio, mediante le quali Dio, Principio creatore dell'universo, parla a chi lo sa ascoltare: parla di potenza, parla di sapienza, parla di bellezza, parla di mistero. Per quanto miope, per quanto insensibile, l'uomo si dimostri davanti allo scenario delle cose, minime e massime che siano, microbi o astri di smisurata grandezza, un Disegno, un Pensiero, una Parola emana dagli esseri esistenti; e un'esigenza logica fondamentale reclamerebbe da lui, dall'uomo, e tanto di più quanto meglio egli è istruito ed evoluto, un riconoscimento religioso, un'adorazione, un cantico delle creature.

Citiamo un Autore, iniziato a questo confronto dell'uomo moderno con l'esplorato mondo circostante; egli scrive: «l'arricchimento e il turbamento del pensiero religioso, nel nostro tempo, derivano senza dubbio dalla rivelazione che si apre, intorno a noi ed in noi, dalla grandezza e dall'unità del Mondo. Intorno a noi, le Scienze del Reale distendono smisuratamente gli abissi del tempo e dello spazio, palesano incessantemente dei vincoli nuovi fra elementi dell'universo» (PIERRE TEILHARD DE CHARDIN, Le milieu divin, p. 2). Procuriamo noi religiosi, noi credenti, di non perdere di vista questo primo schermo della rivelazione naturale di Dio, ma di tenerlo presente sullo sfondo della nostra panoramica conoscitiva e spirituale, per alimentare con genuine impressioni il nostro sentimento religioso e la nostra meraviglia esistenziale circa l'opera di Dio e circa la nostra stessa vita; e per essere in migliore condizione di valutare la nuova, la gratuita, la sbalorditiva, la misteriosa epifania, che Dio si è degnato di compiere nella scena umana, mediante l'Incarnazione e la successiva economia della salvezza.

Dalla piattaforma della rivelazione naturale noi potremo meglio apprezzare l'originalità eccezionale della comparsa del Verbo di Dio stesso, «per mezzo del quale tutto è stato fatto» (Io. 1, 3), in un istante, in un angolo dell'opera sua, nel Vangelo. Il Verbo di Dio, Dio lui stesso, si è manifestato in aspetto umano. Egli ha abitato con noi. Meraviglia, delle meraviglie: Egli si è manifestato nelle sembianze più piccole e più umili, nel silenzio, nella povertà, bambino, poi giovane, poi artigiano, e finalmente Maestro e Profeta, capace di dominare miracolosamente le cose e le sofferenze umane, la morte stessa, e di presentarsi nella prospettiva preparata per secoli, quella del Messia, e più che Figlio dell'uomo, Figlio di Dio, l'Agnello espiatore di tutti i peccati umani presentati al suo riscatto, il Salvatore, il Risorto per il regno di Dio e per il secolo eterno.

Oh! Figli carissimi, voi conoscete questo grande e misterioso ciclo della rivelazione di Cristo, e sapete come messo investa tutta la terra, tutta la storia; e come la via, la verità, la vita, sia Lui, quel Gesù, di cui oggi noi, la Chiesa sua, celebriamo la manifestazione nel mondo. Avremo mai meditato abbastanza questa «storia sacra», questo disegno di Dio riguardo alla umanità, questo mistero di salvezza, da cui dipende ogni nostro destino? No, non mai abbastanza! Gli anni, tanto brevi e veloci della nostra esistenza terrena, non basterebbero a saziare il nostro studio, la nostra meditazione, la nostra contemplazione. E, sì, noi tutti non tralasceremo mai di prolungare questa indagine teologica e spirituale per tutta la durata della nostra vita. Essa sarà come la lampada accesa sul sentiero che si apre davanti. Ma ecco che una duplice conclusione, l'una e l'altra derivata dal mistero stesso dell'Epifania, si riflette, con chiarezza decisiva, sulla vostra vita vissuta. E di questa duplice conclusione, voi, Figlie e Figli carissimi, fate senz'altro programma della vostra vita.

La prima conclusione è la fede. Bisogna accettare in pieno la verità, la realtà dell'Epifania; vogliamo dire, della rivelazione di Dio, Padre e Creatore d'ogni cosa, mediante il Verbo, Figlio suo, Gesù Cristo, in virtù dello Spirito Santo, luce e forza delle anime battezzate, e fedeli a questa investitura della vita umana, associata per grazia a quella divina. Oggi è la festa del Credo. Di quel Credo, ch'è stato proclamato, come un'alleanza nuova, come una comunione vitale ineffabile, al momento del nostro battesimo. Dobbiamo oggi ripetere, con totale dedizione, con nuova convinzione, con incomparabile consolazione, il Credo, uno e cattolico, nostro e di tutti i fedeli al Cristo rivelato. Oh! noi sappiamo quale dramma relativo alla questione della Fede, dramma di ricerche, di controversie, di dubbi, di negazioni esista oggi in tanti spiriti e con un decisivo atto di fede sia non abolito, ma sia però superato. Siete missionari? E di quale missione, se non di quella della fede? È per la fede, che voi partite ed affrontate il mondo.

Diventate una gente speciale: in un mondo che sviluppa la sua scienza alla misura del proprio pensiero, voi misurate la vostra certezza sulla Parola di Dio, della quale la Chiesa, Madre e Maestra, garantisce l'autenticità. In un mondo, che sembra misurare la propria maturità razionale, in campo religioso specialmente, dalle incontentabili sottigliezze dei propri dubbi e dei propri sofismi, voi camminate diritti e sicuri, con mentalità, che chi non vi conosce potrà qualificare puramente elementare e popolare mentre essa attinge alla semplicità e alla lucidità della divina sapienza. Camminate con la logica della fede, diventata principio di pensiero e d'azione, come c'insegna S. Paolo: il giusto, cioè l'uomo buono, l'uomo autentico ex fide vivit (Rom. 1, 17; Gal. 3, 11), vive cioè traendo dalla fede i principii orientatori della propria vita.

La seconda conclusione programmatica della vostra vocazione è la necessità di Cristo, perché è Cristo; cioè perché emana da lui una attrazione obbligante a militare per la sua gloria. Chi lo ha incontrato, chi, in profondità un po' almeno, lo abbia conosciuto, chi abbia udito l'invito incantevole e avvincente della sua voce, non può non seguirlo; e lo segue con uno spirito di fiducia e di avventura, che fa del seguace un eroe, un apostolo, anche qui come enfaticamente, ma realisticamente, conclude San Paolo: fratres nostri apostoli ecclesiarum, gloria Christi (2 Cor. 8, 23), questi nostri fratelli sono Apostoli delle Chiese, gloria di Cristo! Necessità di Cristo per se stesso; Egli ben merita l'amore, il dono, il sacrificio della vita e simultanea deriva la necessità di Cristo per gli uomini, per tutti i fratelli della terra, perché Egli, ed Egli solo è il Salvatore (Act. 4, 12), mentre l'annuncio della sua salvezza è condizionato all'azione apostolica, alla diffusione missionaria (Cfr. Rom. 10, 14 ss.). Voi, Missionari, personificate questa necessità di Cristo.

Oggi, come ieri. Se, infatti, da un lato, il Missionario cattolico dovrà riconoscere quanto vi è di vero e di santo anche nelle altre religioni (Cfr. Nostra Aetate, 2) e, in particolare, i tesori di fede e di grazia, che le Chiese e le comunità cristiane, da noi pur troppo tuttora separate, ancora conservano ed alimentano, e se nel suo zelo apostolico egli dovrà astenersi da ogni sleale proselitismo, resta pur sempre vera la parola del recente Concilio ecumenico, che «solo per mezzo della Chiesa cattolica di Cristo, la quale è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere ogni pienezza di mezzi salutari» (Unitatis Redintegratio, 3). Così dicendo, noi non facciamo . . . del trionfalismo. Noi cerchiamo, voi ben lo sapete, d'interpretare il sistema storico-sociale, cioè ecclesiale, che il Signore ha stabilito per la diffusione del Vangelo e per l'edificazione della sua Chiesa; e voi, Missionari, operai e collaboratori della Gerarchia apostolica, siete i cruciferi, i portatori della Croce, mandati nel mondo. Per questo vi sarà oggi consegnato, da noi benedetto, il Crocifisso: umile crocifisso, segno di pazienza e di confortante coraggio per voi; segno di fede, di liberazione e di gaudio a quanti voi avrete l'onorifico ministero di predicarlo e di portarlo.

(SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE; OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI; 6 gennaio 1975)


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«Il mistero occultato ai secoli e alle generazioni ora è stato rivelato . . .» (Col. 1, 26).

Questa solenne e piissima cerimonia si iscrive in tre grandi disegni, i quali si aprono sopra di noi e d’intorno a noi, come sconfinati orizzonti. Non possiamo restringere il nostro sguardo al rito, che stiamo compiendo, senza lasciare che da tali amplissimi disegni giungano al nostro rito la luce, il significato, il mistero, di cui sono superiore sorgente.

Il primo disegno, da cui l’atto religioso in via di celebrazione, acquista il senso ed il valore suo proprio, è quello liturgico. Noi celebriamo la festa dell’Epifania. Tutti sappiamo la densità di motivi culturali, ai quali tale festa si riferisce. A noi ora basti considerarli nel loro significato sintetico, e cioè la manifestazione di Dio avvenuta mediante 1’Incarnazione: la teofania che si è compiuta umanamente e storicamente in Cristo Gesù: l’apparizione di Dio nel quadro temporale e sensibile della rivelazione cristiana. «Il mistero occultato ai secoli e alle generazioni ora è stato rivelato . . .» (Col. 1, 26). Il problema spirituale dell’umanità, l’attesa profetica delle religioni vaganti sulla terra e nei tempi in cerca d’un incontro autentico e felice col Dio ignoto, o soltanto conosciuto per via di processi logici negativi o superlativi, per via di segni insufficienti, atti piuttosto a suscitare il desiderio di Dio, che a conferire la gioia d’un vero e ineffabile incontro con Lui, la questione religiosa nel suo contenuto reale e profondo, e nella sua universale estensione, ha avuto la sua soluzione, la sua chiave d’intelligenza e di possesso, ha avuto il suo punto focale di spiegazione e di ordinamento concreto. La vera religione ci è stata aperta ed offerta (Cfr. 1 Io. 1, 1-4). Merita un tale avvenimento una riflessione senza fine. L’interpretazione globale della storia è resa possibile. L’umanità ha trovato il principio della sua fratellanza, della sua unificazione. La salvezza ha inaugurato il suo dramma meraviglioso e tremendo: «è nato per noi un Salvatore» (Luc. 2, 11), e si chiama Gesù (Matth. 1, 21); Lui è l’immagine trascendente e pur visibile e a noi familiare del Padre (Cfr. Io. 14, 9); Lui è l’«Alpha e l’Omega, il principio e la fine» (Apoc. 1, 8). A Lui gridiamo con Tommaso: «mio Signore e mio Dio»! (Io. 20, 28)

Una tale visione del cielo liturgico odierno basterebbe per tenerci incantati in una indefinita contemplazione.

Se non che è per noi dovere e piacere cogliere nell’immenso panorama dell’Epifania un disegno che ci tocca direttamente, quello missionario; quello cioè della diffusione della rivelazione avvenuta in Cristo Signore. Gesù è venuto in silenzio ed in umiltà, ma non per nascondersi, non per circoscrivere l’irradiazione della sua presenza nel mondo; ma piuttosto per rendere accessibili a chi lo cerca, a chi lo accoglie i sentieri più piani (Cfr. IGN. ANT. Ad Eph. 18-19). Vi è un’intenzione missionaria nelle modalità stesse, con cui Gesù Cristo entrò nel mondo e svolse poi il suo disegno evangelico. Vi è un’economia storico-umana a cui certo presiede una guida divina circa la diffusione del Vangelo nel mondo. Ecco. La presenza dei Magi a Betlemme, commemorata in modo particolare oggi dalla Chiesa, indica che subito Gesù, appena nato, è disponibile per alcuni, quasi fosse per tutti; anzi piuttosto, secondo un’economia particolare, la quale sembra riservare ai più lontani i primi posti. Con la nascita di Gesù nel mondo è accesa una stella, è accesa una vocazione luminosa; carovane di popoli si mettono in cammino (Cfr. Is. 60, 1 ss.); vie nuove si tracciano sulla terra; vie che arrivano, e per ciò stesso vie che partono. Cristo è il centro. Anzi Cristo è il cuore: una circolazione nuova per gli uomini è incominciata; essa non terminerà mai più. Anzi essa è destinata a costituire un programma essenziale per la Chiesa, cioè per la comunità degli uomini credenti in Cristo e formanti corpo con Lui. Un programma, una necessità, una urgenza, uno sforzo continuo, che ha la sua ragion d’essere nel fatto che Cristo è il Salvatore, Cristo è necessario, Cristo è potenzialmente universale, e che Cristo vuole essere annunciato, predicato, diffuso da un ministero di fratelli, da un apostolato di uomini inviati apposta da Lui per recare all’umanità il messaggio della verità, della fratellanza, della libertà, della pace (Cfr. Ad Gentes).

Ecco l’arco dello sforzo missionario delinearsi sopra questa cerimonia; essa è di per sé missionaria, ed una circostanza speciale ne mette in gloriosa evidenza l’intenzione. Voi sapete che una data significativa, il trecentocinquantesimo anniversario dell’istituzione dell'organo specificamente missionario della santa Chiesa cattolica, ci ricorda questa legge intrinseca della fede: la necessità della diffusione del Vangelo e della fede, della Chiesa perciò; e ci ricorda come storicamente la Sacra Congregazione «de Propaganda Fide», oggi denominata «per L’Evangelizzazione dei Popoli», abbia sapientemente, coraggiosamente, tenacemente incarnato tale legge, dando alle Missioni cattoliche impulso, direzione, sostegno, diffusione, senza più tregua, né senza mai concludere l’opera ed attenuare lo sforzo; opera e sforzo, che dopo tante esperienze, non poche rinomate per santità e illustrate da sacrifici incalcolabili, perfino dalla testimonianza estrema del sangue, reclamano oggi nuova, anzi maggiore adesione. Le Missioni, si direbbe, sono sempre al principio! Né le ragioni supreme della loro necessità, né i bisogni della loro attività, né le difficoltà per la loro espansione sono venute meno. Crescono piuttosto, con l’evoluzione civile dei Popoli; la quale, mentre apre la loro recettività al messaggio evangelico, ovvero in alcuni luoghi piuttosto la rende più delicata e difficile, aumenta il loro bisogno, diciamo pure il loro morale diritto, a ricevere, e il nostro comune dovere a far loro ricevere dal missionario l’annunzio evangelico.

(SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE; OMELIA DI PAOLO VI; Sabato, 6 gennaio 1973)

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"Ci sembra che voi, Figli carissimi
dei Paesi dove l’annuncio di Cristo è ancora nella sua fase costitutiva della Chiesa,
diventiate in questo momento i rappresentanti - i Magi - delle vostre rispettive Nazioni,
e realizziate in questo momento un episodio tipico del mistero dell’Epifania:
quello della scoperta che la venuta di Dio nel mondo
è proprio a ciascuno di voi destinata, a ciascuno dei vostri Paesi. . ."

E proprio in questo giorno, Figli carissimi; in questa festa della Epifania, cioè della manifestazione di Cristo all’umanità. Quanta luce contiene questo fatto, questo mistero! Il Nostro discorso non avrebbe fine, se Noi lasciassimo la Nostra parola seguire il filo interminabile dei pensieri, che questa festa della rivelazione del Salvatore suscita nello spirito. Uno di questi pensieri, uno solo, a voi consegneremo, e non con parole Nostre, ma con quelle del Concilio ecumenico testé celebrato. Vi suggeriamo di considerare l’Epifania come la festa della vocazione dei Popoli, di tutti i Popoli, senza distinzione, alla medesima salvezza, alla medesima fortuna. E Ci sembra che voi, Figli carissimi dei Paesi dove l’annuncio di Cristo è ancora nella sua fase costitutiva della Chiesa, diventiate in questo momento i rappresentanti - i Magi - delle vostre rispettive Nazioni, e realizziate in questo momento un episodio tipico del mistero dell’Epifania: quello della scoperta che la venuta di Dio nel mondo è proprio a ciascuno di voi destinata, a ciascuno dei vostri Paesi; e ciò non per sconfessare ciò che voi siete e rappresentate, ma per assumere la vostra singola anima e la vostra personalità nazionale ai vertici d'una espansione, d’una coscienza, d’una capacità nuova di vita e d’una speranza di ineffabili destini, in cui consiste appunto la Redenzione di Cristo. Ascoltate il Concilio: «Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità di quella forza arcana, che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, anzi talvolta si trova la cognizione della Divinità suprema, ed anche del Padre! Sensibilità e conoscenza che compenetrano la loro vita d’un intimo senso religioso . . . La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra aetate, 2).

Pensate: quanto voi siete ha questo supremo significato: di vocazione, di predisposizione a Cristo. Quale gioia dev’esser la vostra nel riconoscere che nella chiamata alla fede un’immensa bontà divina si rivela, un dono è preparato, una felicità. Nulla toglie questa chiamata di ciò ch’è veramente umano, e tutto assume e redime.

(SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO; OMELIA DI PAOLO VI; Venerdì, 6 gennaio 1967)

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Diletti Figli e Figlie!

Non possiamo in questa nostra breve meditazione dell’udienza generale scostarci dal grande tema di stagione, quello natalizio, tanto più che ci avviciniamo ad un’altra solennità relativa alla venuta di Cristo nel mondo, l’Epifania, la quale, come ognuno sa, commemora e celebra la manifestazione di Cristo (cf. August. Serm. 202; P.L. 38, 1033). Come già il Natale, l’Epifania ci chiama alla conoscenza di Cristo; ad una conoscenza non soltanto relativa al fatto storico della nascita del Signore, ma più profonda, più essenziale e più misteriosa; ad una conoscenza che mette in fermento gli animi di chi la accoglie, e anche di chi, avendone qualche nozione, volontariamente la respinge; è la conoscenza teologale, nella quale si compie un facile, ma complesso processo conoscitivo, che termina all’atto di fede.

Non di questo parleremo! oggi a voi; troppo avremmo da dire; ma Ci basti ancora richiamare la vostra riflessione sopra il grande dovere, che scaturisce dal fatto storico e reale dell’Incarnazione, per ogni intelligenza umana, quello di studiare quel fatto, di considerarlo, di vederlo irradiare nel mondo - nel mondo delle anime specialmente - la sua luce, riservata e sorprendente ad un tempo.

Bisogna innanzi tutto avvicinarsi a Cristo, e riconoscere chi Lui è. È questo il tema centrale, su cui è tessuto il Vangelo. Tema ancor oggi, ed oggi più che mai, presente alla coscienza dell’umanità che pensa, che studia, che soffre, e che intravede essere in Gesù Cristo nascosto un qualche segreto, che attira e intimidisce e disturba, che sembra tutto spiegare ed essere impossibile: discussioni appassionate e sconcertanti sono tuttora accese sulla famosa domanda che Gesù stesso presentò su Se medesimo ai suoi discepoli: «Che ne pensa la gente del Figlio dell’uomo?» (Matth. 16, 13). Chi è Gesù? Qui sulla tomba di S. Pietro, è bello ricordare la grande, la vera, la luminosa risposta, che risuona ancora nella sua autentica e testuale verità: «Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio vivente» (ibid. 16). Ed è bello anche ricordare come questa risposta, che costituirà la prerogativa di Pietro nei secoli, è frutto d’una rivelazione; una rivelazione universale per sé, ma che solo agli umili, a chi accetterà d’essere discepolo d’una scienza, autenticamente divina, superiore a quella umana, sarà elargita, «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra - dirà un giorno Gesù, in un momento sublime della sua conversazione con Dio e tra noi - perché hai nascosto queste cose ai dotti ed ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli» (Matth. 11, 25). Ed è bello ancora rammentare come la meditazione prolungata nel tempo, vogliamo dire la dottrina teologica della Chiesa su Cristo, abbia avuto dai Successori di Pietro, in comunione con la Chiesa d’Oriente e d’Occidente, la sua formulazione piena e sicura; così che, Figli carissimi, dovete pensare quale momento importante sia per voi trovarvi localmente, e certo anche spiritualmente, nel punto prospettico migliore, e in un certo senso unico (perché garante d’ogni altra visuale ortodossa), per conoscere Cristo. Qui è la sua Epifania centrale. La fede e di conseguenza l’amore a Cristo, la contemplazione del suo volto, mite ed umile, deliziosamente umano, immensamente grave e raccolto in un’interiorità che parla d’infinito, infinitamente perciò adorabile ed amabile, dovrebbero qui avere per tutti la loro prima scuola, la loro palestra, la loro fontana.

Vi ricorderete? Dobbiamo conoscere Cristo nella sua realtà, umana e divina, nella teologia cristologica, che la Chiesa cattolica custodisce e diffonde di Lui. E troverete allora come sia vera l’affermazione d’uno studioso contemporaneo, il quale dimostra come Cristo non possa essere presentato agIi uomini del nostro tempo, se non mediante la Chiesa, e come essi non dicano sì a Lui, se non dicendo sì alla Chiesa (Volk).

E questo sì, che voi certamente qui pronunciate oggi con vigore e con gaudio, questo atto di adesione cosciente alla Chiesa, madre e maestra, è accolto con immensa compiacenza da Noi, e da Noi avvalorato con la Nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 4 gennaio 1967)

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Ecco la Befana, festa del Signore, diventata festa dei bambini: e sta bene, purché i vostri piccoli sappiano che devono al fratellino Gesù la loro gioia innocente e imparino da lui quanto sia bella la vita. Li benediciamo tutti di cuore i vostri bambini, e con loro le famiglie e quanti li assistono con amore provvido e riverente.

Ma poi ricordiamo la grande solennità religiosa: oggi è la festa della manifestazione di Cristo, e della rivelazione di Dio in Cristo; la festa per noi della fede e delle missioni. È festa tanto celebrata nell’Oriente cristiano; e Noi ne profittiamo per mandare un religioso saluto a tutte le Chiese cattoliche orientali. E anche alle Chiese cristiane orientali, ancora da noi divise, con le quali tanto desideriamo ritornare in perfetta comunione.

Mandiamo tutti un devoto pensiero al Patriarca di Costantinopoli, Atenagora; e così ai Patriarchi ortodossi di Gerusalemme, di Mosca, di Romania, di Serbia e di Bulgaria, e ai catholicos degli Armeni; a quanti festeggiano l’Epifania nella fede di Cristo.

E Maria, Madre di Cristo, tutti ci protegga e ci benedica.

(PAOLO VI; ANGELUS DOMINI; Solennità dell'Epifania del Signore; Venerdì, 6 gennaio 1967)


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  Français
 

Nous voudrions Nous adresser simplement:
d’abord au Christ, puis à l’Eglise, enfin au monde.

1. Au Christ, en cette fête de l’Epiphanie - qui revêt le double aspect de la manifestation de Dieu et de l’appel des peuples à la foi -Nous présentons d’un coeur humble et modeste, mais sincère et joyeux, l’offrande de Notre foi, de Notre espérance et de Notre amour.

Solennellement, Nous lui adressons à Notre tour la profession de foi de Pierre: «Tu es le Christ, le Fils du Dieu Vivant» (Matth. 16, 16).

Nous lui disons encore, comme Pierre: «Seigneur, à qui irions-nous? Toi seul possèdes les paroles de la Vie Eternelle» (Io. 6, 60).

Nous faisons encore Nôtre le cri de regret et l’aveu sincère de Pierre: «Seigneur, Tu sais tout; Tu sais que Nous t’aimons» (cfr. Io. 21, 17).

A ses pieds, comme jadis les Mages, Nous déposons ici les dons symboliques, reconnaissant en Lui le Verbe de Dieu fait chair et l’homme, fils de la très Sainte Vierge Marie, notre Mère, le premier né de l’humanité. Nous le saluons comme le Messie, le Christ, le Médiateur unique et irremplaçable entre Dieu et les hommes; le Prêtre, le Maître, le Roi, Celui qui était, qui est et qui vient.

C’est cette même confession que proclame aujourd’hui l’Eglise de Rome; cette Eglise qui fut celle de Pierre et que Vous avez Vous-même fondée, Seigneur, sur cette même pierre, et qui est, de ce fait, votre Eglise. Et voilà pourquoi aujourd’hui encore votre Eglise se prolonge à travers la succession apostolique ininterrompue depuis les origines; cette Eglise, Vous la suivez et la défendez, Vous la purifiez et la fortifiez; Vous êtes sa Vie, ô Christ de l’Eglise de Rome!

Cette profession, Seigneur, est celle de toute Votre Eglise, que Vous voulez et rendez une, sainte, catholique et apostolique. Tous les pasteurs et les prêtres, tous les religieux et les fidèles, tous les catéchumènes de votre Eglise universelle vous présentent avec Nous, cette même profession de foi, d’espérance et d’amour.

Tous, nous accueillons Votre humilité et confessons Votre grandeur; tous, nous écoutons Votre Parole et attendons Votre retour à la fin des temps. Nous Vous remercions tous, Seigneur de nous avoir sauvés, élevés à la dignité de fils de Dieu, d’avoir fait de nous Vos frères et de nous avoir comblés des dons de l’Esprit-Saint.

Tous, nous vous promettons de vivre en chrétiens, dans un effort de docilité continuelle à Votre grâce et de renouveau dans les moeurs.

Nous nous efforcerons tous de répandre dans le monde Votre message de salut et d’amour.

2. Devant cette crèche, Seigneur, Nous voulons ensuite adresser Notre parole à l’Eglise, à la tête de laquelle Vous avez voulu choisir Notre pauvre personne comme pasteur universel.

Cette parole, la voici, simplement: que l’Eglise du Christ veuille être aujourd’hui avec Nous et s’associer à l’offrande qu’en son nom aussi Nous présentons au Seigneur. En cette communion réside son efficience, sa dignité et son harmonie avec ces notes qui authentifient la véritable Eglise. Nous vivons l’heure historique où l'Eglise du Christ doit vivre son unité profonde et visible. C’est l’heure pour nous de répondre au voeu de Jésus Christ: «Qu’ils soient parfaitement un et que le monde reconnaisse que Toi, Père, Tu m’as envoyé» (Io. 17, 23). A l’unité interne de l’Eglise correspond à l’extérieur, sa force apologétique et missionnaire.

Nous devons achever notre Concile Oecuménique; nous devons assurer à la vie de l'Eglise une nouvelle façon de sentir, de vouloir et de se comporter; lui faire retrouver une beauté spirituelle sous tous les aspects: dans le domaine de la pensée et de la parole, dans la prière et les méthodes d’éducation, dans l’art et la législation canonique.

Il faudra un effort unanime auquel tous les groupements devront apporter leur collaboration. Que chacun entende l’appel que lui adresse le Christ par Notre voix.

Ceci, Nous le disons aux catholiques qui appartiennent déjà au bercail du Christ. Mais Nous ne pouvons pas ne pas adresser la même invitation aux Frères chrétiens qui ne sont pas en communion parfaite avec nous. Il apparaît désormais clairement à tous qu’on ne peut éluder le problème de l’unité; aujourd’hui cette Volonté du Christ s’impose à nos esprits et nous impose d’entreprendre avec sagesse et amour tout ce qui est possible pour permettre à tous les chrétiens de jouir du grand bienfait et du suprême honneur de l’unité de l’Eglise.

Même dans les circonstances toutes particulières où nous nous trouvons aujourd’hui, Nous devons dire qu’un tel résultat ne peut être obtenu au détriment des vérités de la foi. Nous ne pouvons pas être infidèles à ce patrimoine du Christ; il n’est pas le nôtre mais le sien; nous n’en sommes que les dépositaires et les interprètes. Mais, répétons-le encore, Nous sommes disposé à prendre en considération tout moyen raisonnable capable d’aplanir les voies du dialogue, dans le respect et la charité, en vue d’une rencontre à venir, - et Dieu veuille qu’elle soit proche - avec les frères chrétiens encore séparés de nous. La porte du bercail est ouverte. L’attente de tous est loyale et cordiale. Le désir est fort et patient. La place disponible est large et commode. Le pas à franchir est attendu avec toute Notre affection et peut être accompli avec honneur et dans la joie mutuelle. Nous Nous abstiendrons de solliciter des démarches qui ne seraient pas libres et pleinement convaincues, c’est-à-dire mues par l’Esprit du Seigneur, qui soufflera où et quand Il le voudra. Nous attendrons cette heure bienheureuse. Nous ne demandons pour le moment à Nos très chers Frères séparés que ce que Nous Nous proposons à Nous-même: que l’amour du Christ et de l’Eglise inspire toute démarche éventuelle de rapprochement et de rencontre. Nous ferons en sorte que le désir d’entente et d’union demeure vif et inaltéré; Nous mettrons Notre confiance dans la prière. Même si elle n’est pas encore commune, celle-ci peut être au moins simultanée et monter parallèlement de nos coeurs, comme de ceux des chrétiens séparés, pour se rejoindre aux pieds du Très Haut, le Dieu de l’unité.

En attendant, Nous saluons avec beaucoup de respect et d’affection les illustres et vénérés Chefs des Eglises distinctes de la Nôtre, réunis ici; Nous les remercions cordialement pour leur participation à Notre pèlerinage, Nous rendons hommage à la part qu’ils possèdent de l’authentique trésor de la tradition chrétienne et leur exprimons Notre désir d’une entente dans la foi, dans la charité et dans la discipline de l’unique Eglise du Christ. Nous envoyons Nos voeux de paix et de prospérité à tous les pasteurs, prêtres, religieux et fidèles de ces mêmes Eglises; sur tous Nous invoquons la lumière et la grâce du Saint-Esprit.

Nous sommes maintenant profondément heureux que la rencontre, que Nous avons eue ici, pendant ces jours bénis, avec le Patriarche oecuménique de Constantinople se soit réalisée de la façon la plus aimable et se soit révélée pleine des meilleurs espérances: Nous en remercions le Seigneur de tout Notre coeur et Nous le prions que Lui-même qui coepit in nobis opus bonum ipse perficiat : Le Seigneur qui a commencé en Nous cette oeuvre bonne de la paix et de l’union, veuille la conduire à bonne fin (cfr. St. Paul).

3. Nous voulons enfin de ce lieu béni et en cette heure toute particulière adresser quelques mots au monde. Par «monde» Nous entendons désigner tous ceux qui regardent le christianisme comme du dehors, qu’ils soient ou qu’ils se sentent à son égard comme des étrangers.

Nous voudrions avant tout nous présenter, une fois encore, à ce monde au milieu duquel nous nous trouvons. Nous sommes les représentants et les promoteurs de la religion chrétienne. Nous avons la certitude de promouvoir une cause qui vient de Dieu; nous sommes les disciples, les apôtres, les missionnaires de Jésus, Fils de Dieu et Fils de Marie, le Messie, le Christ. Nous sommes les continuateurs de sa mission, les hérauts de son message, les ministres de sa religion, que nous savons posséder toutes les garanties divines de la vérité. Nous n’avons pas d’autre intérêt que celui d’annoncer notre foi. Nous ne demandons rien, sinon la liberté de professer et de proposer à qui veut bien, en toute liberté, l’accueillir, cette religion, ce lien nouveau instauré entre les hommes et Dieu par Jésus-Christ, notre Seigneur.

Nous voulons ensuite ajouter un autre point que Nous prions le monde de bien vouloir considérer loyalement. Il s’agit du but immédiat de Notre mission, et qui est le suivant: Nous désirons travailler pour le bien du monde, pour son intérêt, pour son salut. Et Nous estimons même que le salut que Nous lui offrons lui est nécessaire.

Cette affirmation en implique beaucoup d’autres. Ainsi: Nous regardons le monde avec une immense sympathie. Si le monde se sent étranger au christianisme, le christianisme ne se sent pas étranger au monde, quel que soit l’aspect sous lequel ce dernier se présente et quelle que soit l’attitude qu’il adopte à son égard. Que le monde le sache donc: les représentants et les promoteurs de la religion chrétienne ont de l’estime à son égard et ils l’aiment d’un amour supérieur et inépuisable: l’amour que la foi chrétienne met au coeur de l’Eglise; celleci ne fait pas autre chose que de servir d’intermédiaire à l’amour immense et merveilleux de Dieu à l’égard des hommes.

Cela veut dire que la mission du christianisme est une mission d’amitié parmi les peuples de la terre, une mission de compréhension, d’encouragement, de promotion, d’élévation; et, disons-le encore une fois, une mission de salut. Nous savons que l’homme moderne met sa fierté à faire les choses par lui-même; il invente du nouveau et réalise des choses étonnantes. Mais toutes ces réalisations ne le rendent ni meilleur, ni plus heureux; elles n’apportent pas aux problèmes de l’homme une solution radicale, définitive et universelle. L’homme, Nous le savons encore, lutte contre lui-même; il connaît des doutes atroces. Nous savons que son âme est envahie de ténèbres et assiégée de souffrances. Nous avons à lui dire un message que Nous croyons libérateur. Et Nous Nous croyons d’autant plus autorisé à le proposer qu’il est pleinement humain. C’est le message de l’Homme à l’homme.

Le Christ que Nous apportons à l’humanité est «le Fils de l’homme», comme il s’est appelé Lui-même. Il est le Premier-né, le Prototype de la nouvelle humanité; il est le Frère, il est le Compagnon, il est l’Ami par excellence. De lui seul on a pu dire en toute vérité qu’«il connaissait ce qu’il avait dans l’homme» (Io. 2, 25). Il est l’envoyé de Dieu, mais ce n’est pas pour condamner le monde, c’est pour le sauver (cfr. Io. 3, 17).

Il est le bon Pasteur de l’humanité. Il n’est pas de valeur humaine qu’Il n’ait respectée, rehaussée et rachetée. Il n’est pas de souffrance humaine qu’Il n’ait comprise, partagée et valorisée. Il n’est pas de besoin humain, - exception faite de toute imperfection morale - qu’Il n’ait assumé et éprouvé en Lui-même et proposé à l’ingéniosité et au coeur des autres hommes comme objet de leur sollicitude et de leur amour, et pour ainsi dire, comme condition de leur propre salut. Même pour le mal qu’en qualité de médecin de l’humanité Il a connu et dénoncé avec la plus énergique vigueur, Il a eu une infinie miséricorde, jusqu’à faire surgir, par le moyen de la grâce, dans le coeur de l’homme, de surprenantes sources de rédemption et de vie.

Eh bien! qu’on sache de par le monde comment le Christ, qui vit encore aujourd’hui dans son Eglise, se manifeste au monde à partir de ce lieu, de ce berceau qui marqua son apparition sur la terre.

Que le monde qui Nous entoure daigne donc recevoir aujourd’hui, au nom de Jésus-Christ, Notre salut plein de respect et d’affection. Ce salut déférent, Nous l’adressons d’une manière particulière à quiconque professe le monothéisme et avec nous rend un culte religieux à l’unique et vrai Dieu, le Dieu vivant et suprême, le Dieu d’Abraham, le Très-Haut, celui que justement sur ce sol – en un jour lointain que rappellent la Bible et le Missel – un personnage mystérieux, dont l’Ecriture ne nous a transmis ni la généalogie ni la fin, et dont le sacerdoce royal a servi à qualifier celui du Christ lui-même, Melchisédech, célébra comme «le Dieu Très-Haut, créateur du ciel et de la terre» (cfr. Gen. 14, 19). Nous chrétiens, instruits par la révélation, nous savons que Dieu subsiste en trois Personnes, Père, Fils et Saint-Esprit, mais toujours nous célébrons la nature divine comme étant unique, nous proclamons unique le Dieu vivant et vrai. Qu’à ces peuples adorateurs d’un Dieu unique aillent aussi Nos voeux de paix dans la justice.

Notre salut s’adresse pareillement à tous les peuples auxquels nos Missionnaires catholiques apportent, en même temps que l’Evangile, une invitation à partager son universalisme et un ferment capable de faire monter la civilisation.

Mais Notre salut aujourd’hui ne peut connaître de limites: il surmonte toutes les barrières et veut atteindre tous les hommes de bonne volonté, y compris les hommes qui pour le moment ne témoignent aucune bienveillance pour la religion du Christ, qui s’efforcent d’en empêcher la diffusion et d’en combattre les fidèles. Même aux persécuteurs du catholicisme et aux négateurs de Dieu et du Christ, Nous envoyons Notre souvenir triste et douloureux et sereinement Nous leur demandons : Pourquoi, pourquoi?

Au moment de quitter Bethléem, ce lieu de pureté et de calme où naquit, voici vingt siècles, Celui que Nous prions comme le Prince de la paix, Nous sentons l’impérieux devoir de renouveler aux Chefs d’Etat et à tous ceux qui portent la responsabilité des peuples Notre appel pressant en faveur de la paix du monde. Que les Gouvernants entendent ce cri de Notre coeur et qu’ils poursuivent généreusement leurs efforts pour assurer à l’humanité la paix à laquelle elle aspire si ardemment. Qu’ils puisent auprès du Tout-Puissant et au plus intime de leur conscience d’homme une intelligence plus claire, une volonté plus ardente et un esprit renouvelé de concorde et de générosité, afin d’éviter à tout prix au monde les angoisses et les affres d’une nouvelle guerre mondiale, dont les conséquences seraient incalculables. Qu’ils collaborent encore plus efficacement à instaurer la paix dans la vérité, dans la justice, dans la liberté et dans l’amour fraternel. Tel est le voeu que Nous n’avons cessé de présenter à Dieu dans une prière instante tout au tours de ce pèlerinage. Toutes les initiatives loyales, qui tendent à la réaliser, trouveront Notre appui et Nous les bénissons de grand coeur.

C’est le coeur plein de ces pensées et de ces prières que de Bethléem, patrie terrestre du Christ, Nous invoquerons pour l’humanité tout entière l’abondance des faveurs divines.

(PÈLERINAGE EN TERRE SAINTE; DISCOURS DU PAPE PAUL VI; EN LA SOLENNITÉ DE L'ÉPIPHANIE; À LA SAINTE GROTTE DE BETHLÉEM; 6 janvier 1964)