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Conoscere Gesù - To Know Jesus

"Gesù è mistero.
Non lo avremo mai esplorato abbastanza,
non mai compreso del tutto."

Ancora sul Natale.

Noi vorremmo che una tale festa non fosse celebrata senza lasciare tracce di sé negli animi di chi vi ha partecipato cordialmente.
Quali tracce? oh! il culto d’un tale mistero dovrebbe averne lasciate cento, e d’ogni genere nella gamma delle nostre impressioni spirituali, da quelle ben note di umana poesia, ad altre di riflessione storica, o di sentimento religioso. Natale è una fontana inesauribile di temi per la nostra pietà, per la nostra sensibilità umana, per la nostra educazione morale, per la nostra esplorazione teologica, per la nostra contemplazione mistica. Fermiamoci oggi ad una sola conseguenza, che noi vorremmo derivare da quella sempre memorabile festività, e che piuttosto suscita in noi un bisogno insoddisfatto invece di darci alla fine una placata conclusione. Dunque, di che cosa si tratta? Si tratta d’una cosa ovvia e apparentemente semplicissima: si tratta di conoscere Gesù, Colui che è nato, Colui che abbiamo ammirato e venerato nel presepio, Colui in onore del Quale abbiamo offerto tre Messe nel giorno commemorativo della sua natività, Colui che, in qualche modo, ha dato motivo alle varie celebrazioni domestiche, alla corrispondenza augurale, Colui la cui memoria della venuta al mondo ha segnato una data speciale nel calendario. Lui, il centro della festa, lo conosciamo?

Chi è Gesù? Non facciamo torto ad alcuno con questa domanda, perché supponiamo che tutti sappiate dare di Lui la definizione che ci offre il catechismo: è il Figlio di Dio, fatto uomo; e che tutti abbiate su di Lui un’informazione copiosa, nutrita di narrazioni evangeliche e di nozioni teologiche, e fors’anche d’immagini devote o artistiche. Questo va molto bene, e pensiamo che sia normale in chiunque porta il nome cristiano. Ma ecco una prima nota caratteristica e fondamentale circa la nostra conoscenza su Gesù Cristo: se davvero lo conosciamo, noi avvertiamo che non lo conosciamo abbastanza. Ciò che sappiamo di Lui non tranquillizza il nostro bisogno, il nostro dovere di intelligente cognizione, ma stimola, eccita, infiamma tanto questo bisogno, quanto questo dovere; tutti noi ci sentiamo invitati, quasi logicamente e spiritualmente costretti a conoscerlo meglio, a farci di Lui un concetto più chiaro, più concreto, più completo. La nuova curiosità non ci dà più pace, e urge sul nostro spirito con una domanda implacabile, insaziabile: chi è Gesù?

Donde, Fratelli e Figli carissimi, una seconda nota, relativa alla conoscenza circa il Signore Gesù: questa conoscenza è graduale.

Essa non solo non si esaurisce in una semplice immagine sensibile: un quadro, una scena evangelica, un racconto biografico . . . . ma se essa, questa conoscenza, si è davvero, in qualche modo, impressa nel nostro spirito, sveglia il desiderio di meglio identificarla, di approfondirla, di verificarne il significato, il contenuto. Diventa problema: insomma, chi è questo Gesù?
Ciascuno di voi ricorderà come questa indagine sia sorta negli stessi contemporanei di Gesù, nei quali, specialmente dopo qualche suo miracolo, fu ricorrente la domanda: «Chi è mai costui che comanda ai venti e al mare, e gli obbediscono?» (Luc. 8, 25). Voi ricorderete che Lui stesso, Gesù, provocò fra i discepoli una specie d’inchiesta; racconta l’evangelista Matteo: «Gesù, venuto nel territorio di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: - la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Matth. 16, 13). Le opinioni erano diverse. Segno che la rivelazione che Gesù faceva di se stesso lasciava, sì, trasparire qualche cosa di straordinario, ma non senza ricoprirlo di un velo umano non sempre e non a tutti trasparente. Perfino Maria e Giuseppe « restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambino» Gesù (Luc. 2, 33); e non tutto comprendevano di quel misterioso fanciullo (Luc. 2, 50).

I suoi stessi concittadini, di Nazareth, lo circondano di stupore e di diffidenza, non riuscendo a rendersi esattamente conto di chi Egli fosse (Cfr. Marc. 6, 2-4). Gesù, si direbbe, ama l’incognito. Tutto il Vangelo di Giovanni è pieno di questo assillante problema circa l’identità essenziale della personalità del Maestro («Si tu es Christus, die nobis palam») (Cfr. Io. 10, 24); ed intorno a tale problema si stringe il dramma della sua passione, nel duplice processo, religioso e civile, che porta il primo alla sua confessione di Messia, Figlio di Dio, il secondo alla sua ammissione di Re dei Giudei. Poi l’inconcepibile epilogo della sua risurrezione, che supera la comprensibilità stessa dei testimoni immediati, fino a meritare il rimprovero dello stesso Risorto: «O stolti e tardi di cuore a credere ciò ch’era pur preannunciato dai Profeti!» (Luc. 24, 25).

Gesù è mistero. Non lo avremo mai esplorato abbastanza, non mai compreso del tutto. La conoscenza di Lui ha dovuto finalmente risolversi nella fede, cioè in una conoscenza superrazionale; certissima, ma fondata su testimonianze che eccedono in parte un nostro sperimentale controllo; le quali testimonianze hanno però in se stesse la forza di convinzione, perché in fondo sono divine, e esigono da noi quella dilatante maniera di conoscere, con la mente e col cuore, senza tutto capire, perché troppo v’è da capire, che appunto chiamiamo fede.

Gesù dev’essere studiato con tutta la tensione della nostra capacità comprensiva (e la capacità comprensiva dell’amore supera quella della pura intelligenza). E così fu per la Chiesa: ripensò, studiò, discusse, ebbe per Sé la luce dello Spirito Santo; e con un cautissimo e fedelissimo travaglio di secoli riuscì a formulare la dottrina esatta, ma sempre sconfinante ed aperta sul mistero circa nostro Signore Gesù Cristo: chi Egli fu, che cosa fece per noi, e poi come Egli a noi si concede e si concederà. Chiamiamo questo centrale capitolo della nostra religione « Cristologia », e lasciamo pure che altri capitoli quali quelli della «Ecclesiologia» (tanto studiato dal Concilio), e quello della «Pneumatologia», cioè relativo alla dottrina sullo Spirito Santo, ora impegnino il nostro studio e la nostra vita spirituale, Ma non chiudiamo il volume della nostra dottrina su Cristo Signore, come se ormai fosse da ciascuno di noi già ben conosciuto. Bisogna riaprirlo questo volume; bisogna tenerlo sempre per noi aperto, e posto davanti alla nostra attenta riflessione, alla nostra appassionata contemplazione. «Per me vivere è Cristo» dice S. Paolo (Phil. 1, 21).

E poi bisogna esserne gelosi custodi e non lasciarsi sorprendere da opinioni erudite, spesso preconcette nel metodo o nel contenuto, che, fuori dalla scuola della Chiesa, pretendono dare un’interpretazione nuova (una ermeneutica) e alla fine vanificante dell’autentica teologia sul Cristo del nostro Natale.
Saremmo tentati di discutere con voi questa moderna e sottile contestazione sul nostro Cristo vivo e vero, e avremmo voluto suggerirvi la lettura di qualche buon libro. Ma vediamo che non è questo il luogo né il tempo; e poi questo lo potete facilmente fare da voi; cercatelo un po’ qualche libro su Cristo, cominciando da una nuova, ordinata e pia lettura del santo Vangelo. Con la nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì,13 febbraio 1974)

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"Gesù Cristo è mistero,
cioè un Essere che supera la nostra capacità di comprendere e di esprimere;
Egli c’incanta, ci inebria, e proprio così ci istruisce circa i nostri limiti
e circa le necessità di studiare ancora, di approfondire di più, di esplorare meglio
«quale sia la larghezza, e la lunghezza, e l’altezza, e la profondità» del suo mistero (Cfr. Hebr. 3, 13)."

Quando sul quadrante del nostro calendario ritorna il Natale una questione si presenta allo spirito dell’umanità: dunque Gesù: chi era Gesù? La nostra fede esulta, e grida: è Lui, è Lui, il Figlio di Dio fatto uomo; è il Messia che aspettavamo: è il Salvatore del mondo, è finalmente il Maestro della nostra vita; è il Pastore che guida gli uomini ai suoi pascoli nel tempo, ai suoi destini oltre il tempo, è la gioia. del mondo; è l’immagine del Dio invisibile (Col. 1, 15); è la via, la verità, la vita (Io. 14, 6); è l’Amico interiore (Io. 15, 14-15); è Colui che ci conosce anche da lontano (Cfr. Io. 1, 48); sa i nostri pensieri (Luc. 6, 8; Io. 2, 25); è Colui che ci può perdonare (Matth. 9, 2), consolare (Io. 20, 13; Marc. 5, 39), guarire (Luc. 6, 19), risuscitare perfino (Luc. 7, 14; Matth. 9, 25; Io. 11, 43); ed è Colui, che ritornerà, Giudice di tutti e di ciascuno (Matth. 25, 31),o nella pienezza della sua gloria (Ibid.) e della nostra eterna felicità. E questa litania potrebbe continuare, assumendo l’onda d’un canto cosmico, senza fine e senza confine (Cfr. Col. 2).

Ma esplosa la nostra anima in questo inno di gloria e di fede, possiamo noi dirci del tutto soddisfatti? o non rimane in fondo al nostro spirito un bisogno di conoscere meglio, di dire di più? Certamente, perché Gesù Cristo è mistero, cioè un Essere che supera la nostra capacità di comprendere e di esprimere; Egli c’incanta, ci inebria, e proprio così ci istruisce circa i nostri limiti e circa le necessità di studiare ancora, di approfondire di più, di esplorare meglio «quale sia la larghezza, e la lunghezza, e l’altezza, e la profondità» del suo mistero (Cfr. Hebr. 3, 13).

Questo è l’invito che ogni anno la Chiesa propone ai fedeli, iniziati alla scienza della divina rivelazione, invito che non ci distoglie dalla visione e dal godimento del quadro delizioso e ingenuo dei nostri presepii, né dalla serena e lieta conversazione della festa domestica. Che cosa v’è di più umano, di più bello, di più autentico che una celebrazione del Natale, come questa, in cui, per chi ha l’intelligenza della fede "humana et divina junguntur", le realtà umane e quelle divine si toccano e insieme si fondono?
Proponiamo dunque a noi stessi di dare al Natale il senso d’una ricorrente iniziazione alla comprensione, per quanto è possibile, alla dottrina su Cristo, nella sua duplice fondamentale questione: chi è veramente Gesù? (ecco la cristologia); e, seconda questione, che cosa significa la sua venuta fra noi; che cosa ha fatto Gesù? (ecco la soteriologia, cioè, la dottrina della salvezza operata da Lui).

Facciamo l’ipotesi che nessuna vana opinione, nessuna falsa teoria sia venuta a turbare la nostra fede in Gesù Cristo nostro Signore; noi proveremo allora tanto di più il desiderio e la pienezza, con la relativa gioia spirituale, di far risuonare nelle nostre anime le gravi, precise, solenni definizioni, che la Chiesa, con faticoso travaglio e con immenso ed unico amore di verità, ha formulato per il nostro pensiero, la nostra preghiera e la nostra conseguente condotta.

Rileggiamone una di queste formule, che altro non è se non il commento alla sentenza evangelica: «il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi» (Io. 1, 14); e suona così: «Gesù Cristo . . . è Dio vero e uomo vero» (DENZ-SCHÖN. 301-302). Questa è la vera definizione di Lui, è per noi la vera teologia. Restare ancorati a questa interpretazione di Gesù è la nostra fede, è la nostra sicurezza. Essa non duplica la figura di Gesù, quasi che il Gesù del Vangelo sia diverso dal Gesù dell’autentica dottrina teologica, ma difende gelosamente il tesoro misterioso di verità, che è in Lui e ci autorizza a penetrarne la profondità; essa non esaurisce la nostra avidità di ricerca e di sapere, ma le apre la strada e la guida; essa non inaridisce il linguaggio del cuore e della poesia, ma lo provoca e lo accende; esso non inorgoglisce il nostro pensiero, ma piuttosto umilmente lo innalza al piano della comunione con i fratelli in unica armonia di fede e di carità.

Ma purtroppo sappiamo che ancora oggi, e forse oggi più che mai, Cristo Gesù, quale la Chiesa lo confessa e lo esalta e lo difende e lo ama, è «oggetto di contraddizione: signum cui contradicetur» , come disse a Maria, nell’atto della presentazione di Gesù al tempio il vecchio Simeone. Tutta una letteratura erudita e talora artistica, dal secolo scorso ad oggi, si è affaticata a vivisezionare il Vangelo per mettere il dubbio su Gesù, perfino su la sua esistenza: «Se Cristo sia o no esistito, non verrebbe a nessuno in testa di domandarlo, se per spingerlo a questa domanda non l’oscurasse il desiderio della ragione, e cioè che Cristo non fosse» (Cfr. D. MEREZKOVKSKIJ, Gesù Sconosciuto, 8).

E questa osservazione radicale ci dà la chiave per valutare gran parte di codesta letteratura, anche moderna; essa parte da presupposti soggettivi, sotto i quali piega la schietta e obbiettiva testimonianza del Vangelo.

L’ipotesi, l’opinione, l’artificio letterario, ambiguità scientifica, la subdola lode umanistica, la superficialità sentimentale, la trovata esegetica o ermeneutica, o quale altro virtuosismo, proprio di chi sostituisce un libero esame alla meditata e ispirata riflessione del magistero preposto da Cristo stesso alla divulgazione del suo Vangelo, conducono il lettore, diventato inconsciamente discepolo, a fermare lo sguardo su quel certo aspetto opaco (pur irradiante di luce e di segni), di cui Gesù ha voluto rivestire la sua presenza nel mondo, affinché la visione vera e penetrante di lui rimanesse nell’economia della libertà e della grazia, così che «videntes non vident et audientes non audiunt; coloro che guardano non vedono, e coloro che ascoltano non comprendono» (Cfr. Matth. 13, 13 ss.; Io. 12, 40).

Questo diciamo, Figli e Fratelli, col voto che il Natale sia per tutti voi epifania del Signore, cioè manifestazione autentica di Chi Egli è e di ciò che Egli ha operato per noi, risvegliando nei vostri animi il desiderio, il bisogno, il dovere di conoscerlo bene, di conoscerlo meglio, «nello Spirito e nella Verità» (Io. 4, 23).
Con la nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 11 dicembre 1974)

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"Quali voli dovremmo fare per superare i livelli,
spesso fallaci della bellezza degradata, sensibile, puramente estetica,
per arrivare a quello della verità risplendente;
tale è la bellezza; dell’Essere sfolgorante, della forma diafana della vita piena e perfetta!
Diciamo solamente: Cristo è Bellezza, bellezza umana e divina,
bellezza della realtà, della verità, della vita, «la vita era la luce» (Io. 1, 4)."

Il nostro discorso, un discorso molto breve e molto semplice, si rivolge ora ai cristiani, a coloro cioè che non rifiutano questa qualifica, anzi la rivendicano come una nota essenziale della loro personalità e della loro cultura. Ma in questa moltitudine amorfa di cristiani possiamo notare, grosso modo, due grandi correnti che camminano in direzione contraria: una che tende a diluire il significato di questo nome; lo rende quanto meno aderente possibile alla propria vita personale, lo svuota (oggi si dice: lo demitizza) quanto può del suo contenuto originario, religioso e teologico, ne conserva soltanto alcuni aspetti, divenuti ormai elementi del costume civile, ne accoglie alcuni valori generali ed utili per la definizione, lo sviluppo, il vantaggio dell’uomo come tale, quali la dignità, la interiorità, la libertà, la socialità, la speranza, ecc.; cioè si contenta d’un cristianesimo nobile e umano, se volete, ma vago e disponibile ad ogni personale e occasionale interpretazione. È stato detto: tutti siamo cristiani; ma potremmo aggiungere: ciascuno a suo modo.

IMPEGNO FONDAMENTALE

L’altra corrente invece tende a riconoscere al nome cristiano un riferimento impegnativo a realtà assai importanti: una dottrina, una forma di vita, una religione, una appartenenza alla Chiesa, un mistero di comunione con Dio, e finalmente una relazione personale di fede, di speranza, di amore con Cristo, col Cristo storico dei Vangeli, col Cristo Salvatore, di cui la Chiesa custodisce e dispensa la parola e la grazia, col Cristo pasquale che associa ogni autentico fedele alla palingenesi della sua redenzione, col Cristo celeste, vivo, presente e invisibile, che pende sui destini d’ogni uomo e dell’umanità, e che un giorno, quello della conflagrazione finale della storia, verrà. Cioè oggi, come sempre del resto, i cristiani camminano sopra un piano inclinato: verso un cristianesimo in discesa, nominale ed evanescente, da un lato; e verso un cristianesimo che sale, dall’altro, verso il Cristo vivo, personale, reale.

Noi naturalmente vogliamo inserirci in questa seconda corrente, anche se più ardua, ma più vera: verso Gesù Cristo, Nostro Signore, vivente e vero, Colui ch’è necessario e sufficiente a dare pieno e genuino significato alla nostra esistenza, e Colui che tanto più si dimostra indispensabile e incombente per il nostro mondo moderno quanto più questo cerca di dimenticarlo, di escluderlo, di vanificarlo.

L’IMMAGINE DI CRISTO

E allora sorge in noi, seguaci in spirito di sincerità e di coerenza, un desiderio prepotente: quello di avvicinarlo questo Gesù, di conoscerlo, di vederlo. Vi è un episodio nel Vangelo, appena accennato, ma assai significativo; lo riporta l’evangelista Giovanni quando narra l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, in forma volutamente pubblica e popolare, circondato dalle festanti acclamazioni della folla, che finalmente riconosce in lui il figlio di Davide, il Messia; l’episodio è questo: «Tra quelli che erano saliti alla festa per adorare vi erano dei Gentili, i quali, accostatisi a Filippo (uno degli apostoli), che era di Betsaida di Galilea, lo pregavano dicendo: Signore, vogliamo vedere Gesù» (Io. 12, 20-21). Vedere Gesù: questo è il desiderio costante degli uomini di buona volontà, ai quali sia giunta qualche rilevante notizia del misterioso Personaggio, intorno al quale si concentrano tante inquietanti curiosità, tanti presaghi amori.

Se lo potessimo vedere! Se fossimo almeno capaci di averne un’immagine sensibile e fedele! Noi, immersi nella cosiddetta «civiltà dell’immagine», avremmo grande pretesa di riempire i nostri occhi dell’aspetto fisico del nostro Maestro, del nostro Salvatore. Pare talvolta a noi che se avessimo questa fortuna, questo incentivo almeno, saremmo più disposti a credergli, a seguirlo, come avvenne a coloro che furono spettatori della scena storica e sensibile del Vangelo. Ma proprio dal Vangelo ci viene una parola, che delude la nostra avidità, e ci segna la via, ormai unica e sicura, della fede: «Beati coloro che avranno creduto senza vedere» (Io. 20, 29). Sì, bisognerà accontentarci di accostare Gesù mediante questo delicato e non sempre facile processo conoscitivo, che si chiama la fede, che non esclude, anzi reclama, lo studio razionale della rivelazione. Ma la psicologia stessa della fede ha bisogno di qualche immagine rappresentativa; la storia del cristianesimo ci dice che i fedeli, appena superato il divieto giudaico contrario ad ogni raffigurazione di esseri viventi, per timore della allora facile suggestione idolatrica, tentarono di delineare l’immagine di Cristo, prima come personaggio indistinto di qualche scena evangelica (il pastore, ad esempio), poi anche come volto umano (cfr., p. es., nelle catacombe di Commodilla), poi nelle sembianze ieratiche delle figure bizantine; e subito in seguito con la fantasia della pietà e dell’arte, che ancora oggi ci offre i lineamenti di Gesù, quali rispondono al concetto che di Lui la nostra mente si fa (Cfr. il culto all’effigie di Cristo detta della Veronica, DANTE, Par., XXXI, 103-108). Forse la singolare immagine della Santa Sindone meriterebbe studio speciale. Ma il fatto è che «dell’aspetto fisico di Gesù le fonti degne di fede non dicono assolutamente nulla» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 203, ss.). Siamo come ciechi davanti all’amico. Ci aiuti una buona iconografia religiosa dell’arte a supplire alla mancanza d’una rappresentazione sensibile di Lui.

BELLEZZA DELLA VERITÀ

Ma intanto il pensiero lavora: era bello Gesù? Era deforme? Le domande incalzano mentre interpretiamo parole bibliche, che a Lui si riferiscono, e che, enunciando ora l’uno, ora l’altro degli aspetti propri del Messia, ce lo dicono «bellissimo di aspetto fra i figli degli uomini», e poi ce lo presentano come «l’uomo del dolore», che «non ha alcuna bellezza, né splendore» (Ps. 45, 3). Ritorniamo al Vangelo, e lo vediamo trasfigurato: «Il suo viso risplendeva come sole» (Is. 53, 2-3); e poi sfigurato: «Uscì dunque Gesù (dal Pretorio), portando la corona di spine e mascherato di porpora. E Pilato disse loro: ecco l’uomo!» (Matth. 17, 2). Ma allora? Ci contenteremo di passare in rassegna le varie scene evangeliche, dal Presepio al Calvario, all’Uliveto dell’Ascensione, domandando ai maestri della figura di saziare la nostra fame amorosa delle sue sembianze? Questo si fa, e sta bene: la «Bibbia dei poveri», come dicevano una volta, non è forse quella delle immagini artistiche? Ma sia lode a chi ci aiuta mediante queste stesse immagini a fare un passo ulteriore.

Quale passo? Un passo verso il Cristo reale, ch’è quello della fede; il Cristo, che nella sua visibilità rispecchia l’Invisibile Divinità; ricordiamo il Prefazio natalizio: dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur; e ricordiamo la parola rivelatrice di Gesù stesso: «Chi vede me, vede anche il Padre mio» (Io. 19, 5). Cioè: noi siamo autorizzati a scoprire Dio in Gesù! (Cfr. Io. 1, 18) Avvertiamo noi ciò che questo significa? Noi siamo alle soglie della bellezza suprema (Cfr. S. AGOSTINO, Enarr. in Ps. 44; PL 36, 495). Che cosa è la bellezza? (Cfr. S. TH., I-II, 27, 1, 3) Oh! quale lungo discorso esigerebbe la risposta a questa elementare domanda! Quali voli dovremmo fare per superare i livelli, spesso fallaci della bellezza degradata, sensibile, puramente estetica, per arrivare a quello della verità risplendente; tale è la bellezza; dell’Essere sfolgorante, della forma diafana della vita piena e perfetta! Diciamo solamente: Cristo è Bellezza, bellezza umana e divina, bellezza della realtà, della verità, della vita, «la vita era la luce» (Io. 1, 4). Non è un’enfasi mitica o mistica, che ci fa esclamare questa definizione di Lui: è la testimonianza che dobbiamo al Vangelo. Testimonianza che dobbiamo a voi, Fratelli e Figli, che spinti dall’istinto del nostro tempo andate cercando il «tipo», il modello, l’uomo perfetto. Cristo è il «tipo», l’archetipo, il prototipo, dell’umanità (Cfr. Rom. 8, 29).

Ricordatelo, con la Nostra Apostolica Benedizione.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 13 gennaio 1971)

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"Si può dire che la storia, di cui il Vangelo ci offre il racconto,
è tutta tessuta intorno a questa questione:
la identificazione della realtà di Gesù: chi è Gesù?"

In queste settimanali e familiari conversazioni con i Nostri visitatori ci siamo prefissi, a seguito della celebrazione del Natale, di rivolgere qualche riflessione, quasi più per curiosità che non per studio, a Gesù, al suo aspetto esteriore, alla sua figura umana, al suo profilo morale. Tutto resterebbe da dire; ed è già molto se ce ne accorgiamo, e se avvertiamo il fascino di questo tema. Tanto che non sappiamo rinunciare a proporre ancora una duplice sintetica istanza, esortando ciascuno di voi a ripescare nella vostra coscienza cristiana, formata alla scuola della nostra fede cattolica, la duplice risposta: chi era Gesù? che cosa ha fatto Gesù? Personalità ed opera: temi immensi; e proprio questa loro dimensione, superiore ad ogni nostro metro, invece di sgomentarci, ci deve attrarre. Fermiamoci, per questa volta, alla prima suggestiva domanda: chi era veramente Gesù?

Osserviamo subito una cosa. Questa domanda ci pone nel cuore del Vangelo. Si può dire che la storia, di cui il Vangelo ci offre il racconto, è tutta tessuta intorno a questa questione: la identificazione della realtà di Gesù: chi è Gesù? «Non è il figlio del fabbro?» (Matth. 13, 55). Così l’anagrafe dell’opinione pubblica lo classifica. «Non è il figlio di Maria?» (Marc. 6, 3): i più informati sapevano qualche cosa delle sue relazioni domestiche. Appena Gesù appare sulla scena esteriore, Giovanni, il battezzatore, lo vede venire verso il Giordano ed esclama: «Ecco l’Agnello di Dio ...» (Io. 1, 29): un titolo strano, che intravede in Gesù una vittima predestinata ad un sacrificio redentore. L’evangelista riporta il seguito della testimonianza del Precursore, la quale, fin da quei primordi, si conclude: «Questi è il Figlio di Dio» (Io. 1, 34). Giovanni ripeterà, il giorno dopo, il suo grido: «Ecco l’Agnello di Dio» (Io. 1, 36): e uno dei discepoli, Andrea, sarà il primo a decifrare l’annuncio traducendolo in un altro, nel dar notizia dell’accaduto al fratello Simone Pietro: «Abbiamo incontrato il Messia» (Io. 1, 41). Ormai intorno a Gesù aleggia un segreto: insomma chi è questo giovane e misterioso profeta? Giovanni stesso, dal carcere, per erudire i propri discepoli, e forse per cederli al nuovo Maestro, li manda a Gesù stesso per fare un’inchiesta risolutiva: «Sei Tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» (Matth. 11, 3). La curiosità si allarga, si fa tesa ed inquieta, tanto che Gesù stesso la esplora. Ricordate il celebre colloquio di Gesù con i suoi discepoli, nella regione di Cesarea di Filippo? È Gesù stesso che li interroga, non certo per informarsi, ma per stimolarli a precisare il concetto che s’erano fatto di lui, e a pronunciarsi secondo la nuova scienza, la fede che Dio avrebbe dato loro sopra la sua misteriosa personalità: «Chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?» (cioè Gesù stesso; così Egli si nominava) ; e poi, dopo le risposte disparate circa le voci correnti su di Lui, la grande domanda: «E voi, chi dite che Io sia?», subito seguita dalla risposta impetuosa di Pietro, ispirata da Dio Padre: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente» (Matth. 16, 13-16). La meravigliosa definizione, gioia dei credenti, problema per gli esegeti, tormento e bersaglio degli increduli, grandeggia per due successive conferme: l’una data da Gesù stesso, a suggello eterno della scoperta verità, con la sua risposta: «Beato te, Simone figlio di Giona (Giovanni), perché non te lo ha rivelato la carne e il sangue (cioè la via naturale della conoscenza), bensì il Padre mio che sta nei cieli, e Io dico a te che sei Pietro» (Matth. 16, 17-18). Com’è bello il commento che vi fa, da pari suo, S. Leone Magno mettendolo sulle labbra di Cristo: «Come il Padre mio ha manifestato a te la mia divinità, così anch’io faccio nota a te la tua eccellenza (Serm. 4, 2; PL 54, 150). L’altra conferma è data dal fatto della trasfigurazione notturna di Gesù, avvenuta sei giorni dopo, sul monte, mentre risuona una voce dalla nube luminosa: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale Io mi sono compiaciuto; ascoltatelo» (Matth. 17, 5; cfr. 2 Pet. 1, 16 ss.).

Seguire questo filo evangelico ci porta nell’area evangelica di Giovanni, l’evangelista, storico non meno degli altri, ma con intento dottrinale e spirituale, dove la questione circa l’identità sia personale che operativa di Gesù occupa tutta la trama del racconto. Sarebbe interessantissimo, a questo punto, fare l’elenco dei titoli, con cui è designato Gesù nei Vangeli; ciascun titolo potrebbe essere soggetto di studio e, ancor più, di estatica meditazione. Gesù, il Maestro, il Figlio di David, è detto l’acqua che sola disseta (Io. 4, 10), il Pane del cielo (Io. 6, 41), la luce del mondo (Io. 8, 12), la porta della salvezza (Io. 10, 9), il Pastore buono (Io. 10, 11), la risurrezione e la vita (Io. 11, 25), la via, la verità e la vita (Io. 14, 6), ecc. (Cfr. L. DE GRAND MAISON, Gesù Cristo, IV, La Persona di Gesù; L. SABOURIN, Les noms et les titres de Jésus, Desclée de B.; O. CULLMANN, Christologie du N. T., 1955).

E ci porta all’epilogo della vita temporale di Gesù, e precisamente all’istante decisivo del suo processo religioso: Gesù è dichiarato «reo di morte» (Matth. 26, 66), perché alla domanda risolutiva del principe dei sacerdoti giudaici, che lo scongiura nel nome del Dio vivente di dire «se tu sei il Cristo Figlio di Dio» (Matth. 26, 63), Gesù risponde affermativamente: «Tu l’hai detto».

E quante altre affermazioni (Cfr. Matth. 11, 27; Io. 8, 52-58; 17, 1-6) e testimonianze dovremmo raccogliere (Cfr. Matth. 27, 43; 27, 54; Io. 20, 28) se una, un fatto dominante, la risurrezione, non le condensasse tutte e le certificasse, dando alla Chiesa nascente e alla successiva tradizione la fede nella divinità di Cristo. La fede, nell’aderenza rigorosa al dato storico, ma animata dalla chiaroveggenza dello Spirito e dal coraggio dell’amore, riuscirà finalmente a dare la definitiva risposta alla implacabile domanda: chi è Gesù? Ascoltiamo ancora una delle più alte voci, che troviamo nel Nuovo Testamento, quella di Giovanni: «In principio era il Verbo, . . . e il Verbo era Dio, . . . e il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi» (Io. 1, 1, ss.). È Dio, il Figlio di Dio, con noi. Ascoltiamo San Paolo: «Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Col. 1, 15). E nel gaudio d’aver raggiunto la vetta della definizione di Cristo proveremo quasi un senso di vertigine, come fossimo abbagliati, e non comprendessimo più: non è Gesù che riconosciamo Cristo e che confessiamo Figlio di Dio, Dio come il Padre, che ci diede i documenti d’una sua sconcertante inferiorità? Fu Lui a dire: «Il Padre è maggiore di me» (Io. 14, 28). Non incontriamo continuamente nel Vangelo Gesù che prega? (Cfr. Luc. 6, 42) Non ascoltiamo angosciati il suo gemito sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matth. 27, 46). E non lo vediamo morto, sì, morto come ogni altro mortale? Cioè: non vediamo in Lui un Essere, che congiunge in sé la divinità e l’umanità? Sì, proprio così. La definizione di Cristo, raggiunta dai primi Concili della Chiesa primitiva, Nicea, Efeso e Calcedonia, ci darà la formula dogmatica infallibile: una sola persona, un solo Io, vivente ed operante in una duplice natura: divina e umana (Cfr. DENZ.-SCH., 290 ss). Difficile formulazione? Sì; diciamo piuttosto ineffabile; diciamo adatta alla nostra capacità di raccogliere in umili parole e in concetti analogici, cioè esatti ma sempre inferiori alla realtà che esprimono, il mistero inebriante della Incarnazione.

Qui ci fermiamo, felici, forti, attaccati alla Verità, di cui la Chiesa e questa Cattedra su cui Noi stessi indegni sediamo, godono l’infallibile carisma. Ci fermiamo, impegnandoci a vivere in noi il mistero dell’incarnazione, nel quale il battesimo e la fede già ci hanno innestati; a viverlo: credendo, pregando, operando, sperando, amando, ed esclamando: «Per me vivere è Cristo» (Phil. 1, 21), pronti ad esplorare e, con la grazia di Dio, a sperimentare l’altro mistero di Cristo, che pure ci riguarda totalmente: la Redenzione.

Qui ci fermiamo. E impavidi lasciamo che la bufera delle avverse cristologie, del secolo scorso specialmente, e di oggi, del nostro secolo tutto luce e tutto tenebre, si scateni contro la nostra fede cattolica. Ammireremo lo sforzo estremamente erudito della cultura moderna su Cristo e su quanto riguarda la sua Persona, la sua storia, la sua documentazione; impareremo anzi anche noi a studiare di più. Ma saremo vigilanti, anzi diffidenti, osservando scuole succedere a scuole, e rilevando che nell’enorme erudizione di tanti maestri di solito s’insinua una loro ipotesi, un loro pregiudizio, una loro discutibile filosofia, che venendo in combinazione col tesoro scientifico da loro accumulato conduce spesso le conclusioni al naufragio nel dubbio invincibile o nella negazione radicale e irrazionale (Cfr. M. J. LAGRANGE, Le sens du christianisme . . . .; G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo par. 194-224; L. de GRAND MAISON, Gesù Cristo; S. ZEDDA, I Vangeli e la critica oggi, Treviso 1965; e per le recenti teorie negative: G. DE Rosa, La secolarizzazione del Cristianesimo, Civ. Catt. 1970, 2877, 2878).

Vigilanti e fidenti: «Chi ci potrà separare dalla carità di Cristo?» (Rom. 8, 35). Cantiamo il nostro Credo! Con la Nostra Apostolica Benedizione.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 10 febbraio 1971)

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". . . per il cristiano avido di modellarsi
secondo il vero, sommo ed unico archetipo dell’umanità,
cioè Cristo"

Noi faremo bene a rivedere continuamente il piano direttivo della nostra vita. Diciamo noi, rivolgendo il nostro pensiero a coloro che vogliono appartenere alla sequela di Cristo e che oggi si dimostrano esigenti circa l’autenticità della propria professione cristiana. Una serie di influssi esercita sopra di noi una forza spesso determinante: la tradizione, ad esempio, l’abitudine, il costume ereditato, la storia passata; e questo è uno degli influssi che la presente generazione sopporta meno; siamo smaniosi di novità, di originalità, d'indipendenza da quanto ci precede; i giovani specialmente, se sempre hanno tentato di affrancarsi dalla soggezione degli anziani e degli antichi, oggi sono più che mai restii, refrattari, ribelli alla tradizione, sono contestatori, vogliono una propria libertà, vogliono autodeterminarsi, anche se questo atteggiamento li porta a privarsi di preziose eredità: quelle dell’esperienza, della saggezza, e talora dello stesso progresso acquisito. E cercano nuovi criteri e nuove forme di vita.

Ma la tradizione non è sola ad influire sulla vita stessa; vi è anche l’attualità, cioè l’ambiente, la moda, il mondo esterno. Questo influsso è fortissimo, e tende a ridurre gli uomini ad un solo tipo, ad una statura morale comune, ad una democrazia impersonale. I giovani si arrendono assai facilmente a questa potestà anonima del modello dominante, della maggioranza prevalente, del tipo imposto da fattori esteriori oggi operanti con estrema invadenza e con insensibile ma preponderante efficacia. Pensate ai mezzi di comunicazione sociale: stampa, radio, televisione, cinema, teatro, letteratura (i così detti «best-sellers» ) ; pensate ai fenomeni collettivi della scuola, dello sport, delle correnti sociali, della politica . . . L’uomo non è più persona; è individuo, più o meno cosciente; è numero anonimo nel gregge trascinante della moltitudine. Giustamente si apprezza in questo fenomeno quantitativo un fatto qualitativo di primario valore, e cioè la società che si compagina in modo unitario, la comunità, la umanità rivolta a caratteri universali e concordi. Ma resta la questione per il cristiano avido di modellarsi secondo il vero, sommo ed unico archetipo dell’umanità, cioè Cristo. Può l’uomo moderno, circondato e sopraffatto dall’organizzazione dominante ed aggressiva del mondo presente, difendere, conservare e promuovere una sua propria personalità, autenticamente fedele al modello evangelico e divino?

Ciascuno comprende come sia difficile rispondere, specialmente sul piano pratico, realistico, a simile domanda!

L’AUTORITÀ

Altro influsso, dal quale oggi, con simultaneità che sa di mimetismo, tutti cercano di sottrarsi è l’autorità. Una volta era considerata con immenso rispetto, anzi con gratitudine. È ricorrente nella storia e nella prassi umana che chi comanda sia considerato un benefattore (Cfr. Luc. 22, 25); E tale è il superiore che fa dell’esercizio dell’autorità non un motivo di prestigio egoista, ma un servizio. Ma il fatto è che oggi, anche se resa più indispensabile d’un tempo, a causa della complessità sociale, l’autorità è considerata nemica della libertà personale e collettiva, al punto da renderne più incombente e pressante la funzione; donde si rinnova la questione circa la necessità di verificare se la nostra vita segua, rispetto all’orientamento cristiano, una linea diritta, una norma sua propria, un’interpretazione personale e fedele.

Noi ci limiteremo, per questa volta, ad affidare alla vostra riflessione una sentenza scritturale, la quale non solo è sempre valida, ma pare a Noi che ci offra un criterio fondamentale per mantenere e per perfezionare un vero carattere cristiano alla nostra vita, assediata da tanti pericoli che ne possono deformare, come dicevamo, l’autenticità cristiana. La sentenza è di S. Paolo, e suona così: «Se noi viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal. 5, 25). Non è qui che noi possiamo fornire l’esegesi d’una proposizione, nella quale si condensa grande parte della dottrina dell’Apostolo. Diremo soltanto che essa, mentre è liberatrice dall’osservanza della legalità propria dell’Antico Testamento, trasferisce, come già Cristo fece nel Vangelo e specialmente nel discorso della montagna, nell’interno dell’uomo la radice della vita morale, diciamo pure (salvo integrare questi termini con le debite spiegazioni relative) : nella coscienza, nella libertà della persona umana. E dobbiamo subito domandarci: che cosa vuol dire «vivere dello Spirito»? Qui si apre la teologia della vita cristiana, la quale non si può concepire fuori del piano di salvezza, instaurato da Cristo. La nostra vita non è un fenomeno isolato, non è un fatto che sia fine a se stesso. È un’esistenza, chiamata ad un destino straordinario, che la trascende e l’avvolge nello stesso tempo, al quale possiamo e dobbiamo aderire mediante un atto capitale, che si chiama la fede; e la fede ci mette nel circolo d’una vitale comunicazione divina che si chiama la grazia, e la grazia è l’azione dello Spirito Santo in noi; è una partecipazione alla vita divina (Cfr. LAGRANGE, Epître aux Galates, p. 147). Tutto questo suppone un magistero e un ministero: la Chiesa ce li offre, e ci rende possibile «vivere dello Spirito». Questo è il principio autentico della vita cristiana.

I PRINCIPI

Osserviamo una cosa importantissima: la vita ha necessità di principi. Le confusioni e le rivoluzioni, di cui soffre la nostra vita moderna, derivano principalmente da questo: che essa non ha principi veri, saldi, fecondi. O li ha errati e mutevoli; o mitici, gratuiti e utopistici. Posticci e arbitrari. Ammessi per l’occasione, per comodità e necessità di azione; ma senza vera radice nella realtà. E pur troppo la nostra età si è rassegnata a questo scetticismo di pensiero e di morale. Non sappiamo affermare la verità, oggettiva e stabile; si gioca sulle teorie e sulle opinioni. Non avendo più un patrimonio sicuro e valido di idee, necessario per dare alla vita la sua espressione ideale, coerente ed organica, sostituiamo sistemi provvisori di volontarismi, teorici o personali, nello sforzo di salvarci dal baratro dell’anarchia speculativa e pratica. Occorre una filosofia vera ed umana. Ricordiamo ancora Pascal: . . . travaillons à bien penser; voilà le principe de la morale: sforzarsi di pensare bene, questa è la base della vita morale (Pensées, 347).

E per un cristiano, sopra il castello delle verità razionali, deve splendere la luce della fede; diciamo per ora: lo Spirito.

Donde la grande norma della vita cristiana: la logica, la coerenza, la fedeltà. Ammesso un principio, bisogna avere la lucidità e l’energia per derivarne le conseguenze. Il cristiano è un uomo coerente, un uomo di «carattere». «L’uomo giusto, dice ancora S. Paolo, vive di fede» (Gal. 3, 11). Non soltanto con la fede, ma di fede.

Questa coerenza qualifica la autenticità del cristiano. Essere insigniti di questo nome senza aderire alle esigenze, ch’esso comporta, è doppiezza, è fariseismo, è forse utilitarismo e conformismo. Se vogliamo edificare un cristianesimo sincero e forte, bisogna fare legge a se stessi di questa dirittura logica e morale: non è un arcaismo etico, non è un’intransigenza cieca sulla complessità della storia; è sequela di Cristo.

Ci aiuti Lui stesso, Cristo: con la Nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI;Mercoledì, 16 giugno 1971)

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  English

". . . for the Christian eager to model his conduct
on the true, supreme and unique archetype of humanity,
that is Christ"

"We will limit ourselves this time to entrusting to your reflection a sentence from Scripture which is not only always valid, but seems to us to offer us a fundamental principle to ensure that our lives. . . will maintain and perfect a real Christian character."

    We will do well to revise continually the plan governing our lives.  We say "we", thinking of those who wish to belong to the followers of Christ and who question themselves today about the authenticity of their Christian profession.  There are series of influences which exercise upon us a force that is often determining: tradition, for example, habit, the customs we have inherited, past history; and this is one of the influences that the present generation tolerates least.  We crave for novelty, originality, independence of what precedes us.  Young people particularly, if they have always tried to shake off dependence on the old and their elders, are more restive than ever today.  Recalcitrant, rebelling against tradition, contesting, they want a freedom of their own, they want self-determination, even if this attitude leads them to deprive themselves of a precious heritage, the heritage of experience, wisdom, and sometimes even of the progress acquired.  And they look for new principles and new forms of life.

    But tradition is not the only influence in our lives.  There is also contemporary appeal, that is the environment, fashion, the outside world.  This influence is extremely strong, and tends to reduce men to one type, to a common moral stature, to an impersonal democracy.  Young people surrender very easily to this anonymous power of the dominant model, the prevailing majority, the type imposed by external factors which today are extremely intrusive, insensitively but effectively making their way by sheer preponderance.  Just think of the media of social communication: the press, radio, television, the cinema, the theatre, literature (the so-called "best-sellers").  Just think of the collective phenomena of the school, sport, social movements, politics. . .

    Man is no longer a "persona"; he is an individual, more or less conscious; he is an anonymous number borne along in the herd of the multitude.  In this quantitative phenomenon, a qualitative fact of primary value is rightly appreciated, that is, the unitarian texture of society, the community, humanity straining towards universal and concordant characteristics.  But the question remains for the Christian eager to model his conduct on the true, supreme and unique archetype of humanity, that is Christ.  Can modern man, surrounded and overwhelmed by the dominant and aggressive organization of the present world, defend, keep and promote a personality of his own, really faithful to the evangelical and divine model?

    Everyone understands how difficult it is to answer such a question, especially on the practical realistic plane!

Authority

    Another influence that everyone is trying to shake off today, with a simultaneousness that is redolent of mimesis, is authority.  Once it was considered a benefactor (cf. Lk. 22, 25).  And a person that wields authority not to satisfy a selfish desire for prestige, but as a service, is indeed one.  But the fact is that today authority, even is it is more indispensable than ever owing to the complexity of society, is considered the enemy of personal and collective freedom, to such an extent that its function becomes more incumbent and urgent.  Hence the question rises again about the necessity of checking whether our lives follow, as regards Christian orientation, a straight line, a norm of their own, a personal and faithful interpretation.

    We will limit ourselves this time to entrusting to your reflection a sentence from Scripture which is not only always valid, but seems to us to offer us a fundamental principle to ensure that our lives, beset by so many dangers which can warp, as we said, their Christian authenticity, will maintain and perfect a real Christian character.  The sentence is by Saint Paul and sounds as follows: "If we live in the Spirit, let us also walk in the Spirit" (Gal. 5, 25).  We cannot give here the exegesis of a proposal in which a great part of the Apostle's doctrine is condensed.  We will just say that while it releases from observation of the legality characteristic of the Old Testament, it transfers the root of moral life, as Christ did in the Gospel and particularly in the Sermon on the Mount, inside man, let us even say (subject to completing these terms with the relative due explanation) to conscience, to the freedom of the human person.

    And we must ask ourselves at once: what does it mean "to live by the Spirit?".  Here there opens the theology of Christian life, which cannot be conceived outside the plan of salvation, installed by Christ.  Our life is not an isolated phenomenon, it is not a fact that is an end in itself.  It is an existence called to an extraordinary destiny, which transcends it and envelops it at the same time, to which we can and must adhere by means of an essential act, which is called faith.  And faith puts us into the circle of a vital divine communication, which is called grace, and grace is the action of the Holy Spirit in us; it is a participation in divine life (cf. Lagrange, Epitre aux Galates, p 147).  All this presupposes a magisterium and a ministry: the Church offers them to us, and makes it possible for us "to live by the Spirit".  This is the authentic principle of Christian life.

Principles

    Let us observe one very important thing: life needs principles.  The confusion and revolution, from which our modern life suffers, are due mainly to the fact that it has no true, strong, fertile principles.  Its principles are either wrong and changeable; or mythical, gratuitous and utopistic; artificial and arbitrary.  They are admitted for the occasion, for the sake of convenience and necessity of action; but they are without real roots in reality.

    And unfortunately our age has resigned itself to this skepticism of thought and morality.  We cannot affirm truth, objective and stable; we play on theories and opinions.  No longer having a certain and valid patrimony of ideas, necessary to give life its ideal, consistent and organic expression, we substitute provisional systems of voluntarism, theoretical or personal, in the effort to save ourselves from the abyss of speculative and practical anarchy.  A real human philosophy is necessary.  Let us recall Pascal again: "travaillons . . à bien penser; voilà le principle de la morale", let us endeavour to think well; that is the principle of moral life (Pensées, 347).

    And for a Christian, above the castle of rational truths, there must shine the light of faith; let us say for the present: the Spirit.

    Hence the great norms of Christian life: logic, consistency, faithfulness.  Having admitted a principle, one must have the clear-sightedness and the energy to draw its consequences.  The Christian is a consistent man, a man of "character".  "The just man", Saint Paul says further, "lives by faith" (Gal. 3, 11). Not just with faith, but "by faith".

    This consistency qualifies the authenticity of the Christian.  To be decorated with this name without complying with its requirements, is deceitfulness, pharisaism, maybe utilitarian and conformism.  If we wish to build  up a sincere, strong Christianity, we must take this logical and moral rectitude as our own law.  It is not an ethical archaism, it is not blind intransigence on the complexity of history; it is following Christ.

    May He Himself, Christ, help us: with our Apostolic Blessing.

(Pope Paul VI; General Audience; June 16, 1971)