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L'odierna solennità ci ricorda il Mistero della Incarnazione. È una realtà che non ha l’eguale, sbalordisce e sempre ci esalta: È il Signore, è Dio fatto Uomo. Se oggi tra gli uomini, come in altri tempi, vi sono coloro che negano o mettono in dubbio l’esistenza di Dio, sempre più valide sono le prove della sua realtà e della sua opera. Vi sono tante mirabili cose che noi ammettiamo e di cui godiamo pur senza vederle. Ebbene Dio c’è, esiste: da Lui tutto dipende e deriva: chi lo nega è nell’assurdo. Tra poco noi tutti ripeteremo: «Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra . . .». E ne celebreremo la gloria.

Infatti, questo Dio invisibile, eterno, che avvolge il creato, ha valicato l’abisso che ci separa da Lui, ed è venuto tra noi. In quale modo? Ecco il presepio a ripresentarci l’avvenimento in Betlemme. Maria depone il Divino Pargolo, nato per opera dello Spirito Santo, nella mangiatoia degli animali. Poteva apparire nel mondo in maniera più povera e squallida di quella prescelta? Certamente no. E allora, dinanzi a tanta benignità sono ovvie due domande: Perché e per che cosa è entrato nel mondo il Figlio di Dio fatto Uomo? Nello stesso Credo è la duplice risposta: «Per noi uomini e per la nostra salvezza . . .».

Il Natale è festa grande perché ricorda il fatto che Gesù è venuto sulla terra, assumendo le sembianze umane per avvicinare tutti noi; e proprio perché nessuno avesse timore o soggezione o addirittura diffidenza a causa della sua venuta, ha scelto, per nascere, il posto più umile, l’ultimo posto, là dove non è difficile a nessuno d’avvicinarlo. Ha voluto apparire a noi intenzionalmente piccolo ed è venuto al mondo umilmente, anche se l’umanità non aveva fatto nulla per andare incontro degnamente al suo amore. Nessuno gli aveva assicurato fedeltà; anzi, prima ancora che venisse, Egli era stato dimenticato, offeso con il peccato.

Per venire fino a noi Egli ha valicato lo stesso grande abisso che separava l’umanità dal Creatore. L’uomo era stato indegno del suo amore.

Egli è venuto proprio perché noi eravamo indegni; la nostra morte spirituale lo ha spinto a venire e a farsi povero e fragile come noi, tranne naturalmente che nel peccato. Anzi Egli è venuto per ognuno di noi. Si può ben ripetere con l’Apostolo: per me. Ognuno è stato oggetto di pensiero da parte di Dio. Egli ha voluto divenire fratello, collega, amico nostro. Ed è venuto per amore. Ciascuno di voi, dunque deve riflettere su questo; deve sentire dentro di sé: io sono stato amato da Dio. Quanto è felice un bambino, quando non tarda ad accorgersi che la sua mamma gli vuol bene; e come esprime la sua gioia! E ancora: osservate un giovane che va cercando, nella immensa città, un po’ di lavoro. Come è triste quando vede che tutti gli voltano le spalle e non tengono conto della sua richiesta; ma quanto è, invece, felice allorché sul suo cammino incontra qualcuno che lo comprende, che lo invita ad aprire il cuore a buona speranza! Così è sul piano dei nostri rapporti con Dio, venuto per noi sulla terra: quanta gratitudine gli dobbiamo per il bene che ci ha dimostrato e sempre ci manifesta: un bene infinito, perché promana su Dio. Noi siamo sotto il cono della sua luce, illuminati dall’effusione dei suoi raggi che ci scrutano per metterci davanti a Lui, proprio perché Gesù Cristo è venuto per volerci bene. Dio, dunque, ci pensa; ci ama.

Ed ecco: in questo santissimo giorno del Natale l’annunzio ci viene ripetuto: il divino Amore per tutti noi. Avete sentito poco fa la lettura dell’Epistola nella quale San Paolo ricorda che oggi «è apparsa la bontà del Signore!». Il Natale va considerato, appunto, come un fiotto di bontà che si riversa su ogni uomo. Non possiamo, davvero, rimanere inerti, indifferenti di fronte al mistero di questo amore che ci insegue e ci accompagna, in un mondo dove la gente non si comprende e dove tutti cercano di eliminare gli altri o almeno difendersi da coloro con i quali si convive, in un mondo fatto di indifferenza, se non addirittura di odio. Invece il Signore ci vuole ed invita, ci capisce, ci chiama per nome, suggerisce al nostro cuore parole attraverso le quali sentiamo chiaramente di essere degli eletti e prediletti nel senso più alto e più vero di questa realtà.

Sentiamo, quindi, profondamente l’insegnamento particolare del Natale 1969 e della sua presenza a S. Agapito. Il Papa ricorda alla folla degli umili che Cristo si è fatto simile a loro, ha voluto prendere, Egli, il Figlio di Dio, la statura dell’uomo, assumere le sue miserie, i suoi bisogni, addossarsi perfino i suoi peccati. È venuto non per chiedere, ma per dare; è venuto per mettersi in una relazione con Lui che diventa misteriosa, stupenda, e che è il centro della fede. È venuto - qui è la risposta alla seconda domanda - non per chiedere, ma per dare; per essere pane e nutrimento dell’uomo; per essere con lui in comunione, cioè per fondersi in lui, come dice San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me!».

Possiamo soffermarci sui motivi di così ardente Carità: Gesù Cristo è venuto sulla terra per essere conosciuto e capito dall’uomo, si è rivelato prendendo le sue sembianze e dire: Guarda quest’uomo e vedrai Dio! Lo ha detto, del resto, il Divino Maestro nell’ultima cena: «Chi vede me, vede il Padre mio». D’altra parte, il Signore diventa esigente quando chiede all’uomo ciò che c’è di più suo e di più prezioso in lui, il suo cuore. Così Gesù è venuto per essere compreso, amato, corrisposto. Qui, attraverso il diaframma della natura umana, il Salvatore diventa esigente: vuole, in realtà, che noi lo amiamo. Dice a ogni redento: dammi il tuo cuore. Questo è il cristianesimo che fa amare Dio oltre gli affanni e le preoccupazioni terrestri, anche attraverso i dolori che spesso incontrano, e quanto è addirittura difficile vivere nella alternativa di dolorose esperienze.

In tutto ciò è il ricordo del Natale che il Papa intende lasciare ai cari ascoltatori: il Signore è venuto per amarvi e per essere riamato: non respingete tale richiesta di amore, quando Egli bussa al vostro cuore per chiedervi la vostra persona, la vostra anima, non per rubarvela, non per rendervi schiavi, non per farvi perdere, come oggi si dice con linguaggio solenne, la vostra personalità, ma per darvi, invece, una felicità completa. Si può essere, infatti, malati, si può essere poveri, ma nello stesso tempo sentire l’adorabile voce che ripete: «Beati voi che siete poveri».

Orbene, sembra umanamente inconcepibile dire questa parola oggi anche a voi; eppure, se voi amate Cristo e avete capito qualche cosa di lui, non potrete non essere felici, né giammai vi mancherà una grandezza di animo, una dignità interiore, una coscienza umana. Di conseguenza, vi sentirete davvero felici, assurgendo a una statura che nessuna professione, o carriera, potenza, ricchezza potrà dare. Allora, vi sentirete uomini elevati al privilegio d’essere figli di Dio, amati da Dio, anche se vivete in difficoltà, in povertà e nella continua sofferenza. Questa non è parola mia, ma l’eco di una Parola che trascende la sua umile persona, e domina il mondo: «Beati voi, perché vostro è il regno dei cieli». Questo è il Natale. Siate buoni, attenti a ben accogliere il grande messaggio, e sarete felici con la benedizione del Successore di Pietro, con la benedizione stessa di Dio.

(SANTA MESSA NATALIZIA NELLA CAPPELLA PARROCCHIALE DI S. AGAPITO; OMELIA DI PAOLO VI; Santo Natale, 25 dicembre 1969)

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Fratelli e Figli tutti carissimi!

Sì, diamo a questa celebrazione religiosa, innanzi tutto, il suo pieno significato religioso. Celebriamo la beata memoria dell’umile e meravigliosa nascita di Cristo nel mondo, nella storia, fra noi, uomini dispersi e cercanti. Anzi una sua rinnovata presenza noi celebriamo. Ed è così vero, così suggestivo questo avvenimento, che non è fantasia pensare a noi stessi come a viandanti nello sconfinato panorama della vita, i quali si mettono al passo sopra uno stesso sentiero, e l’uno all’altro si rivelano pellegrini verso una stessa meta. Eccoci insieme. Dove andiamo? Andiamo a Cristo. Chi è Cristo? Dov’è Cristo? Il Salvatore? Il Maestro? Il Verbo di Dio vivente nella povera e pura carne di Gesù, resosi nostro Fratello, nostra guida, nostro Collega, nostro amico, anzi nostro capo, nostra Vita? Se questo è vero, come è vero, ecco, è stupendo, è sbalorditivo. Sì, è vero. Voi lo sapete, e Noi, successori d’una testimonianza apostolica, che di secolo in secolo testualmente si ripete e si rinnova per ogni età, siamo qua venuti per darvene nuova e piena certezza. Sì, è vero. È nato il Messia, il centro dell’umanità, Colui che conosce ciò che è nell’uomo (cfr. Io. 2, 25), Colui al quale, scienti o no, tutti gli uomini sono rivolti; Colui dal quale, scienti o no, tutti gli uomini aspettano la soluzione suprema. Sì, è vero. Diciamo noi pure: Arriviamo fino a Betlem, «transeamus usque ad Betlem» (Luc. 2, 15); e vediamo un po’ come stanno le cose, «et videamus hoc Verbum quod factum est» (ibid.). E questa curiosità, questa avidità di sapere, di toccare la realtà del fatto prodigioso della venuta di Cristo, l’Emmanuele, nel mondo; di credere, in una parola, al mistero della Incarnazione, non sia da alcuno soffocata in fondo allo spirito, ma tutto lo invada, lo stimoli, lo tormenti, lo sollevi, lo abiliti a credere e a pregare, lo porti a personale contatto con Lui, con Cristo: questo è il Natale.

(SANTA MESSA DI MEZZANOTTE NELLA BASILICA DI SANTA MARIA DEL FIORE; OMELIA DI PAOLO VI; Firenze, 24 dicembre 1966)

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«MISSA IN AURORA»

Una sola espressione li raccoglie ed enuncia tutti: carissimi, buon Natale! Festa grande, festa bella, ed io sono venuto a celebrarla con voi.

E qui richiamo per alcuni istanti la vostra attenzione. Che faremo per celebrare bene il Natale? È semplice: dovremo ripresentarci quel che è avvenuto in quella mirabile notte di Betlemme. Dovremo ripetere, siccome nostri, i sentimenti, i gesti, gli atti che hanno composto quella sublime scena evangelica.

L’avete presente? Certo; anzi, avete fatto il presepio nelle vostre case: segno indubbio che conoscete bene i particolari narratici dal Vangelo.

A chi parlarono i messaggeri celesti? A gente umile, a lavoratori. A questi è dato udire la voce angelica: vi reco una grande e lieta notizia. È nato il Salvatore: andate a vedere; troverete un bambino in una mangiatoia. Ed ecco il canto eccelso: Gloria a Dio nel più alto dei cieli!

Questa è la cosa che, per prima, deve interessare la nostra anima. Vogliamo ripetere il Natale? Vogliamo rinnovare in noi la grazia dell’incontro con Cristo? Ebbene occorre subito ascoltare la voce del Cielo, la voce che ci annuncia i principi e le norme della fede. Perciò: se desideriamo incontrare Cristo, e che la grazia e il gaudio del Natale si rinnovellino in noi, il primo nostro dovere - ch’è poi la prima fortuna - è quello di accogliere la parola del Signore. In termini più semplici: bisogna istruirsi. Ecco un ricordo concreto della visita del Papa. Ognuno di voi rammenti sempre quanto Egli ha detto: se volete essere bravi cristiani e dare alla vostra vita il senso e il valore che essa merita, anzitutto la fede: credete; e, per credere, ascoltate, istruitevi. A tale importante ufficio attende il vostro Parroco: poichè se i fedeli non si curano di essere i discepoli di Cristo, non lo potranno nè conoscere, nè seguire. Fondamentale dovere, dunque: ascoltare.

Ed eccoci al secondo insegnamento del Vangelo odierno. Dopo l’apparizione e l’annunzio degli Angeli in una luce improvvisa, è tornato il silenzio e l’oscurità fonda della notte. I pastori avrebbero potuto discorrere, riflettere, indugiare nella curiosità e meraviglia o nel riposo. Invece, dopo, aver ascoltato, si pongono immediatamente in cammino. Muoversi, quindi, andare, cioè agire secondo la fede. I pastori non avevano una precisa indicazione del luogo ove erano felici di recarsi. E perciò si avviano sollecitamente - «festinantes» - e riescono senz’altro ad arrivare. Così il Presepio si accresce d’un nuovo elemento. Ecco Maria che tiene fra le braccia il Bambino avvolto in poveri panni : dappresso è Giuseppe, il padre putativo, che sta contemplando e adorando. Adesso si aggiungono i pastori.

Questo loro andare, cioè il tradurre in pratica gli insegnamenti della fede è il secondo punto del nostro programma. Non basta aver letto il catechismo o aver sentito qualche predica o possedere questo e quell’elemento sulle verità della fede. Bisogna che la religione diventi vita; diventi la legge del nostro operare; diventi la luce dei nostri passi; e sia la nota determinante nei nostri atti; la coerenza della nostra vita comune. Dobbiamo comportarci secondo la fede; applicare alla nostra condotta le nozioni apprese; tradurre in pratica quanto abbiamo imparato. In caso contrario, saremmo colpevoli di non aver applicato la legge di Dio pur conoscendola; e saremmo ben più responsabili di quanti sono lontani e non hanno ancora ricevuto il messaggio beato della venuta di Cristo.

Noi sappiamo che Nostro Signore è venuto: dobbiamo muovere i nostri passi; cioè l’anima, la volontà, il cuore, i propositi, secondo questa fede che abbiamo da Lui accolta. E allora: agire Fare la volontà di Dio, sempre.

Terzo elemento e ricordo. Giunti alla Grotta santa, i pastori vedono il Pargolo annunciato; non si stupiscono per tanta povertà, e subito si prostrano in preghiera. Sicuramente il Signore ha infuso nel loro cuore un fascino, una commozione, une certezza; il Vangelo lo dice: «cognoverunt de verbo». Hanno conosciuto che la parola era vera. Erano dunque riboccanti di entusiasmo e di gioia interiore: vale a dire hanno tradotto in sentimenti religiosi tutto quello che avevano imparato e compiuto. Siamo all’epilogo, al coronamento della vita cristiana.

Bisogna prima credere, quindi operare, infine pregare. È necessario saper trovare il Signore là ove Egli si offre a noi. Se è piccolo, nascosto, povero, non importa: se la religione nostra si presenta velata di misteri, di elementi che soverchiano la nostra mente, e ci invita alla Casa di Dio, ai Sacramenti, dobbiamo avere la coerenza e la virtù di dire: Signore, io credo; e prostrarci a pregare e adorare.

In una parola: occorre la pratica religiosa.

Riassumendo: istruirsi nella fede; praticare la nostra vita cristiana; esseve costanti nella unione con Dio. In tal modo si risponderà adeguatamente ai richiami del Signore, nel fervente colloquio con Lui, nel ricorso fiducioso alla sua bontà ed onnipotenza.

E, infine, una considerazione che riguarda da vicino l’uditorio.

Chi sono stati i primi a incontrare Gesù? A chi ha riservato Egli il primato, la preferenza della sua amicizia, del suo incontro, della sua comunicazione? Alla gente povera, alla gente del lavoro, alla gente umile. Non è andato a chiamare i grandi, i filosofi, i potenti, i ricchi, benchè pur essi invitati; ma i primi sono gli uomini semplici, comuni, il popolo.

Vogliamo tradurre in linguaggio nostro questo episodio evangelico? Diremo allora: attenti, o carissimi. Guardate che anche ora i primi a essere chiamati siete voi. Voi avete forse l’impressione di essere fuori della città, fuori della società, di essere un po’ in disparte, di non avere un posto eguale agli altri, di essere obbligati a tante cose pesanti: lavorare con fatica, preoccuparsi per la casa e per altre necessità. Ebbene voi, proprio perchè siete in queste condizioni difficili e non avete un posto distinto nella società, e non avete chi si curi di voi quanto meritereste e vorreste, ricordate: siete da Cristo i più amati, i preferiti. Gesù è venuto proprio per voi; siete i privilegiati, quelli che davvero possono avvicinarlo di più; siete gli invitati; avete il primo posto nel Regno di Dio. Dovete essere, di conseguenza, coloro che Lo amano di più, Gli sono più fedeli, e maggiormente godono di Lui.

Per voi è venuto il Signore; e quando Egli volle lanciare il suo programma al mondo e spiegare che cosa era accaduto nell’umanità, nella storia, e quale trasformazione profonda stava per compiersi, che ha detto Gesù nell’atto più grande del suo Magistero? Beati voi, poveri, perchè vostro è il Regno dei Cieli.

Venendo fra voi, io ripeto ed echeggio le parole di Cristo, nostro Maestro e nostro Salvatore, e vi dico, carissimi: Beati voi, se saprete conoscere Cristo!

Voi, questa mattina, fate festa al Papa; e vi commovete tutti e lo circondate della vostra cordialità e con questa vostra accoglienza. Io vi dico che, di fronte al Signore, sono ben poca cosa, ma sono l’umile suo Rappresentante e Vicario. E vi dichiaro: potete avere una fortuna anche più grande di quella di ricevere il Papa; avete la sorte di incontrare e ricevere Cristo, se volete.

E certamente lo vorrete. E farete perciò, a conclusione e conferma di questa giornata singolare, una promessa.

La raccolgo: sarete bravi cristiani, fedeli, che vorrete bene a Cristo, ed imprimerete nella vostra esistenza questo sigillo, questo stile della vita cristiana.

Se tale vostra promessa sale adesso dai vostri cuori e circonda l’altare, io credo che il Divino Maestro sarà molto contento di voi; ed io sono felice di ricevere, da questo lembo della città di Roma, una espressione così viva e cordiale per me, così bella ed importante: e sono lieto di offrirla a Gesù, sicuro che Egli l’accetta, la premia.

Con l’augurio e con la benedizione del « Buon Natale ».

(«MISSA IN AURORA» NELLA PARROCCHIA ROMANA; DI SAN RAFFAELE ARCANGELO; OMELIA DEL SOMMO PONTEFICE PAOLO VI; Venerdì 25 dicembre 1964)


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Buon Natale. La cara espressione in questi giorni è sulle labbra di tutti; e indica una realtà così alta ed importante da esigere numerose e adeguate spiegazioni, in merito a varie domande, proprio a cominciare da quella che affiora per prima: che cosa è il Natale?

Il Natale è la memoria della Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo. E qui basterebbe interrogare i fanciulli presenti per sentirsi descrivere quel che sappiamo dal Vangelo. La notte santa, Betlemme, gli Angeli della grande novella, infine la grotta, ed ivi: Maria, la Madre Immacolata; S. Giuseppe; il Pargolo Divino deposto nel presepe.

GESÙ FIGLIO DI DIO E FRATELLO NOSTRO

È Gesù, il Figlio di Dio, che viene al mondo nella più squallida, povera, desolata dimora. Il Figlio di Dio, il Re del cielo e della terra, il padrone assoluto dell’universo, si fa simile a noi, nostro fratello nella vita terrena, e sceglie le forme più eloquenti per abbassarsi, ponendosi all’infimo livello, all’ultimo posto. Ora, mentre si svolge questo ineffabile atto di benignità e misericordia, i cieli nella notte silenziosa e stellata si aprono e l’empireo risuona dei canti della moltitudine di cori angelici: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli; e pace in terra agli uomini di buona volontà!».

Meditando con un po’ di intelletto su tale prodigio, soprattutto guardandolo con un po’ di fede, si comprende come veramente ci troviamo di fronte all’avvenimento più insigne di tutta la storia. Poteva forse accadere una cosa di questa più grande? Si tratta di Dio fattosi Uomo, del Re dell’universo, del Creatore degli astri, dei mondi, degli spazi e di questa nostra terra con quanto in essa vive e si trova, il quale assume l’umana natura per vivere, soffrire e morire come uno di noi. Chi non possiede la fede potrebbe quasi vacillare nell’ammettere così alto mistero; ma noi, credenti e cristiani, accettiamo ogni verità, ogni particolare, con indicibile commozione.

Inesprimibile congiungimento tra la Divinità e l’umanità! Dio diventa, dunque, nostro fratello, nostro simile; a Lui possiamo rivolgerci con familiarità, avvicinandolo, seguendolo, parlandogli: proprio come fecero i pastori in veglia nei dintorni di Betlemme, appena ricevuto l’annunzio angelico. Andarono subito, premurosi, alla Grotta per salutare il neonato Salvatore del mondo.

Ma, potrete osservare, noi le sappiamo bene queste cose; e perciò potreste chiedere: perché viene proprio il Papa a ricordarcele?

L’ANNUNCIO ANGELICO RIPETUTO DAL PAPA

Per tornare alla domanda sorta spontanea dagli ascoltatori, la risposta è ovvia, ed è formulata, a sua volta, con altro interrogativo. Chi, dopo 1963 anni, rinnova al mondo l’annuncio sublime che Dio si è fatto Uomo? Chi, sulla terra, tiene viva questa memoria, con tutto quanto ne consegue? È la Chiesa. Sono i Sacerdoti. Ora, tra i Sacerdoti, uno ve n’è, il primo, che si chiama il Papa: e non è forse suo ufficio e gaudio il ripetere al mondo che il Signore è nato, è disceso dal Cielo "propter nos homines et propter nostram salutem"? Nessuna meraviglia, quindi: ogni elemento è superlativamente regolare nella circostanza che il Papa annunci il Natale.

Infatti, per chi il Signore è disceso dal cielo? Intanto - è stato or ora ricordato - Egli è venuto per mettersi al livello della gente povera, di quelli che richiedono conforto e aiuto; è il fratello di chi è più solo e bisognoso. Non è giunto per i privilegiati, ma per preferire quelli che hanno meno fortuna quaggiù. Ed allora ecco che il Successore di Pietro vuol ripetere, finché gli è possibile, il gesto di Gesù, e trascorrere un’ora con tanto diletti figliuoli, per dichiarare ad essi: è Natale, il Signore vi vuole bene, Cristo è venuto per voi, Egli vi è fratello, comprende le vostre cose, le necessità, gli stenti, le vostre -possiamo dirlo? - mancanze, o diciamo, più universalmente ancora: i nostri peccati, poiché siamo tutti peccatori e bisognosi di essere salvati.

Il Signore comprende noi anche sotto questo aspetto, il più umiliante e che vorremmo nascondere: quello delle nostre miserie spirituali, delle nostre debolezze, dei nostri peccati. Il Signore è venuto soprattutto per salvarci da questi pericoli; e perciò il Natale - l’avete sentito enunciare - è la festa della pace, della pace di noi con Dio. Il Natale è buono se siamo in pace con Dio. E per essere in pace con Dio, è d’uopo togliere dalle nostre anime il peccato, cioè quanto ci separa dal Signore, le nostre cattiverie, i non buoni sentimenti, ogni riprovevole azione. E il Signore, se vede in noi un po’ di volenterosità, ci viene incontro e ci dice: coraggio, ti perdono io, sono venuto io ad assumermi il peso di tutte le tue mancanze, di tutti i tuoi debiti, penserò io ad espiare e a chiedere perdono al Padre celeste; io pregherò per te, io soffrirò per te, io ti salverò.

SUBLIME DIGNITÀ DEL CRISTIANO

L’Uomo-Dio che Bambino ci è mostrato a Betlemme, lo vedremo più oltre, verso le solennità Pasquali, confitto in Croce, immolato per noi, a redimerci dai nostri peccati.

Per i meriti infiniti del Salvatore siamo, così, in pace con Dio, e possiamo volgere, a fronte alta, lo sguardo verso il Cielo; possiamo sentirci brava gente, onesti, galantuomini, puri, rigenerati. Siamo cristiani!

«Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam: et divinae consors factus naturae, noli in veterem vilitatem degeneri conversatione redire».

Risonava stanotte questo alto monito di un Padre della Chiesa, un altro Pontefice Romano, S. Leone I: o cristiano, o cristiano, pensa alla tua dignità, pensa che il Signore ti ha riscattato. In virtù del suo Sacrificio, ogni persona è sacra davanti a Dio, giacché ognuno di noi è figlio di Dio, fratello di Gesù Cristo; ciascuno ha dinanzi a sé un destino immenso, infinito, quello di dover raggiungere la visione eterna del Signore, la pienezza della vita.

Questa la promessa del Natale; ed è Natale buono, ripeto, se lo celebriamo in pace con Dio, come certo ciascuno di voi cercherà di fare, proprio per mettere, nel gran giorno, la coscienza in pace, sì da poter esclamare: è veramente, questo, un bel Natale per me!

E allora che cosa succede? Che la pace con Dio, custodita nel cuore, diventa anche la pace con gli altri. Si è buoni quando la coscienza è limpida, quando si ha - secondo un detto molto espressivo - il cuore in pace. Di questo dono siamo mossi a far partecipi anche gli altri. Se quindi tale beneficio davvero si estendesse e diventasse un fenomeno sociale, familiare, e cioè, anzitutto, la pace nelle case, nella famiglia, nella borgata, nella città, nel Paese; e poi la pace tra le classi sociali, la pace nel mondo intero, gli uomini diventerebbero buoni, fratelli; sarebbero solleciti di scambiarsi aiuti e favori gli uni con gli altri e di sostenersi; diventerebbero solidali amici e colleghi tra loro; la terra muterebbe faccia e non sarebbe più così triste e inumana come tante volte, purtroppo, si presenta.

Ma occorre risalire alla sorgente genuina, unica. È Cristo a portare la vera pace nel mondo. Noi la celebriamo qui, oggi. Io ve l’annuncio: e sono qui ad augurarvi appunto il buon Natale. Vorrei, infatti, che in ciascuno di voi, nelle singole .case e famiglie ci fosse un po’ di questa serenità, di questa gioia cristiana, di questa speranza che non sarà solo spirituale, ma diverrà pure temporale, elevando e nobilitando le necessità materiali, le fatiche, i lavori, le quotidiane faccende, le preoccupazioni.

Un’armonia incomparabile, meravigliosa; di tanta e tale perfezione, da mostrarci come sa rendere profittevoli anche le cose inutili, persino quelle dannose e che ci addolorano. C’è fra voi qualcuno che piange, qualcuno ammalato, in angustie? qualcuno che è povero, che non ha nessuno? Ebbene, il Signore, non con argomenti umani, ma per divina virtù, dice a chi è nelle privazioni, soffre e piange: beato te, perché anche la tua sofferenza, la tua povertà, la tua solitudine, la tua pena nel cuore io renderò preziose. Non sei povero, non sei solo, non sei disperato e in lacrime, giacché quanto è dolore umano, sofferenza e privazione il Signore lo impiega per il bene stesso di chi patisce calamità ed incontra ostacoli.

PERENNITÀ DI GRAZIA IL «BUON NATALE»

Riecheggiando le assicurazioni divine, il Papa vuol dire, perciò, una parola di consolazione: Siate calmi, tranquilli, contenti. Badate: veruna lacrima, se è buona, sarà sparsa invano; non c’è dolore, privazione, indigenza che non abbia domani il suo premio. E forse, voi che siete tra quelli che soffrono di più, e che hanno maggiori bisogni, siete i preferiti, coloro ai quali il Signore darà maggiori grazie e più abbondanti ricompense. Verità misteriose, e non di adesso, che forse vedremo bene non tanto lungo il passaggio terreno, quanto nell’aldilà. Ma sono autentiche, splendenti, reali. Il Signore ce le assicura; e quel Gesù che è venuto a porsi vicino a noi, al fianco nostro, per guidarci in questa vita e ci promette così profonde consolazioni, così ubertosi premi, manterrà la parola e retribuirà quelli che avranno sofferto con bontà di cuore, avranno diffuso il bene, saranno stati generosi con gli altri; che avranno vissuto, in una parola, cristianamente.

Qui è l’essenza dell’intera esortazione paterna. Siate cristiani; avrete il Natale buono, e buona sarà la vostra esistenza. E adesso, affinché questi santi pensieri e realtà che ci circondano e quasi ci pervadono l’essere divengano davvero operanti nei singoli cuori, io ritorno all’altare, e celebrerò la Messa per voi, appunto perché il Natale quest’anno, a Pietralata, sia profondamente da tutti accolto e sentito nel suo profondo insegnamento; sia il buon Natale che il Papa è venuto ad augurare a figliuoli amati e benedetti.

(OMELIA DI PAOLO VI; Solennità del Santo Natale, 25 dicembre 1965)

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NATALE: PRINCIPIO DI COMPLETA SALVEZZA E DI AUTENTICO AMORE

Ecco il Natale. Il Natale di nostro Signor Gesù Cristo. Accettiamo il computo convenzionale: quel Natale avvenne 1968 anni fa. Oggi noi ne celebriamo la memoria. Oggi ricordiamo con commozione e con meraviglia quell’avvenimento estremamente umile. Oggi ripensiamo con riflessione grave e intelligente quell’avvenimento estremamente importante.

Da allora molte cose hanno avuto principio. Da allora, per il fatto d’una tale nascita (cfr. Col. 1, 15) la dignità della natura umana è stata riabilitata ed esaltata. Da allora l’unità potenziale del genere umano è diventata manifesta. Da allora la storia del mondo ha avuto il suo punto focale. Da allora un principio di fratellanza universale è stato proclamato (cfr. Rom. 8, 29). Da allora ogni essere umano è diventato sacro, degno di ogni cura, d’ogni rispetto. Da allora s’è inaugurato il criterio che chi soffre, chi è piccolo, chi è povero, chi è schiavo, chi è decaduto merita cura, soccorso, rispetto, e merita maggiore giustizia. Da allora la disperazione, ch’è in fondo all’anima dell’uomo deluso e peccatore, ha avuto titolo a sperare, a rivivere. Da allora una sorgente, ch’è diventata fiume, e di cui la Chiesa vuol essere il canale principale e autentico, un fiume refrigerante, fecondante, rigenerante, è scaturita a Bethleem: l’amore; l’amore nuovo, inconcepibile e incontenibile di Dio, di Dio fattosi nostro fratello e nostro modello, nostro maestro, nostro amico, nostro salvatore e redentore, nostro capo e nostra vita, s’è riversato sulla terra, e ancora la inonda, e qui oggi fa lago, e tutti ci invade, l’amore del Natale, l’amore di Cristo.

Cerchiamo, un istante, Fratelli e Figli, d’averne coscienza, d’averne interiore esperienza; e saremo felici; felici del vero «buon Natale».

E comprenderemo un mistero vitale, che tutti personalmente e socialmente ci riguarda. Il mistero è questo: la festa del Natale non è solo memoria. E non è solo celebrazione di riti, di abitudini liete e affettuose, di gioia domestica o pubblica che sia. È ripetizione, è rinnovamento. La nascita di Cristo, divina e naturale, deve essere rinascita nostra spirituale e cristiana. Questo è un fatto meraviglioso proprio della nostra fede, un fatto vitale.

Dobbiamo rinascere, possiamo rinascere. Chi di noi non ha l’esperienza dell’inesorabile voracità del tempo? Chi non vede come ogni umano progresso è insufficiente a se stesso, e per il suo stesso sviluppo reca in sé la condanna della sua caducità? Chi non avverte, oggi specialmente, che ogni manifestazione della vita offre il bersaglio ad una sua spietata, e, in certo senso, logica contestazione? Chi di noi non porta in fondo al suo spirito il morso della sfiducia; sfiducia in se stesso, se bene si conosce debole e peccatore, sfiducia negli altri, sfiducia nella società, sfiducia nella civiltà, sfiducia nel mondo?

IN CRISTO E CON CRISTO LA RIPRESA DELLA VITA PERSONALE FAMILIARE SOCIALE E CIVILE

Il Natale, Noi lo abbiamo già detto nel Nostro messaggio, vince questa sfiducia; e ci convince che si può, si deve sperare. Bisogna rinascere, bisogna ricominciare. Oggi rinascere, oggi ricominciare.

E la festa odierna, lieta e profonda, ce ne infonde la speranza e ce ne insegna la via. Bisogna rinascere mediante i criteri, mediante i principii, mediante le energie, che Cristo mette ancor oggi a nostra disposizione. In Cristo, con Cristo, è sempre possibile ritornare da capo e riprendere la costruzione della nostra vita personale, della nostra vita familiare, della nostra vita sociale e civile. Il Natale di Cristo è perenne. Cristo è l’infanzia, è la giovinezza, è la virilità nuova del mondo. Con Lui possiamo celebrare non solo il suo antico Natale, ma il nostro nuovo Natale.

È questo il Nostro augurio per voi, Figli e Fratelli. Lo è per chi ha fame e sete di giustizia. Lo è per chi soffre nel dolore e nella povertà. Lo è perché la pace e la concordia rinascano fra gli uomini ancora tesi in troppo lunghi conflitti. Lo è per la Chiesa, lo è per il mondo.

(MESSAGGIO DI PAOLO VI; URBI ET ORBI; Solennità del Natale del Signore; 25 dicembre 1968)

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Non solo la consuetudine della tradizione, non il semplice costume plurisecolare, ma un profondo desiderio del cuore, una spinta di ordine interiore ci sollecita a rivolgerci a voi per porgere a ciascuno il nostro augurio cristiano nel Natale di Nostro Signore Gesù Cristo. È l’augurio antichissimo e nuovo, che echeggiò dapprima nella notte sacra della natività in terra di Giudea e, diffuso nel mondo per bocca degli Apostoli, raggiunse quest’Urbe fatidica per farsi messaggio di universale destinazione per tutti gli uomini «ex omni tribu et lingua et populo et natione» (Apoc. 5, 9). È l’augurio che, con freschezza immutata, sale ora sulle nostre labbra, nella consapevolezza dell’insuperata sua trascendenza, com’è di «ogni dono perfetto che scende dal padre dei lumi» (Iac. 1, 17). È l’augurio che ora osiamo trepidanti ripetere, mentre si ravviva la fede e la speranza rinasce: «Sia gloria a Dio nell’alto dei cieli, e sia pace in terra agli uomini oggetto della benevolenza divina!» (Luc. 2, 14).

Sì, Figli, Fratelli, Amici: il Vangelo è tutto qui, il suo contenuto di effettiva salvezza e di autentica liberazione è racchiuso in queste brevi espressioni che, come musica arcana, avvolgono la povertà disadorna della culla di Betlemme, dove nasce - uomo per gli uomini - il Figlio stesso di Dio. È restaurato il rapporto tra Dio e l’uomo, e si apre all’uomo stesso, come invito rassicurante e beatificante, la duplice via della gloria di Dio e della pace con gli altri uomini.

Non ci stupisca, non ci meravigli, non ci scandalizzi l’elementare semplicità di queste parole: uomini di un secolo tecnologicamente assai progredito, è a noi necessario ed indispensabile ritrovare il sapore ed il gusto delle cose più umili e vere. È questa la prima condizione per scoprire la gioia, la serenità e la pace che sono le dimensioni genuine della vita umana, investita dal messaggio evangelico.

Accogliamo dunque, in questo giorno luminoso, l’invito angelico ed evangelico, e ripetiamolo quasi a suscitare in noi un’adesione più convinta e sicura: dove Dio è onorato, anche l’uomo è onorato; la gloria di Dio è fondamento della dignità dell’uomo; il Natale di Cristo segna, nel nome del Padre dei cieli, l’itinerario della pace sulla terra. «Natalis Domini natalis est pacis» (S. LEONE MAGNI Sermo XXVI, 5).

E il mondo contemporaneo, tutti ne possono essere testimoni, ha bisogno di pace. Si direbbe per molte situazioni della storia in via di attuazione che la terra ha esaurito le sue provviste di pace, che l’esperienza tragica delle due guerre mondiali, che hanno insanguinato la prima metà del secolo che ora volge alla fine, aveva arricchito di formidabili promesse. Ancora gli uomini sono gli uni agli altri avversari. Ancora l’ingiustizia, la fame e la miseria risvegliano istinti di lotta, di delinquenza. Ancora i patti sacrosanti della concordia e della collaborazione fra i popoli sembrano incapaci di sostenere i pesi dei loro impegni verso una rinuncia alla violenza. Ancora la paura dei terribili armamenti, di cui una scienza inumana è oggi più di ieri capace di suscitare gli spaventosi fantasmi, rende insonni i reggitori dei Popoli, che non possono prevedere una pace senza la difesa di sempre più potenti mezzi di guerra e di morte. La pace sembra lasciare libero il campo a nuove, inverosimili ipotesi di bellici furori . . .

No, così non sia! Le leali promesse di amicizia e di collaborazione, come le evidenti questioni che dividono le Nazioni fra loro, devono rinnovare alla Pace la loro fedeltà.

Ma come potremmo dimenticare in questo stesso momento la Terra benedetta che più e prima delle altre - pensiamo - è destinataria dell’annuncio augurale, perché lo ricevette fin dal primo suo inizio? Voi sapete che proprio oggi i colloqui per la composizione del lungo conflitto che, in più modi e con diverse tappe, ha funestato i Luoghi Santi, stanno segnando una nuova fase, che può essere - Dio lo voglia - di un’importanza forse determinante per gli accordi definitivi. È una più concreta speranza di pace che arride a quelle care popolazioni tanto duramente provate dalle guerre e dai lutti, e che hanno diritto, da parte nostra, ad una solidarietà operante che si ispiri e derivi dal messaggio di Cristo Signore.

Noi perciò rivolgeremo, in primo luogo, ad esse l’augurio natalizio, perché nella loro terra, che spiritualmente è anche la nostra, torni a fiorire la pace nella giustizia. Riprenderemo, poi, il medesimo augurio per estenderlo agli altri Paesi, dove punti dolenti di frizione, di sopraffazione, d’ingiustizia compromettono la stabilità della Pace, ovvero ne deformano il volto genuino di umanità e di libertà, affinché con animo nuovo sia ribadita la fiducia alla Pace, come unico sistema civile per risolvere i problemi esistenti, alimentando in tutti un vigile senso di responsabilità, di prudenza, di moderazione e alla fine, come vertice della Pace stessa, di giustizia libera e magnanima.

A questo fine noi incoraggiamo tutti, nel giorno e nel Nome di Cristo Salvatore, a dedicare ogni loro sforzo, mentre a voi, che ci ascoltate e vedete, rivolgiamo l’invito a pregare per la nobile causa della Pace e rinnoviamo di cuore l’augurio natalizio.

(MESSAGGIO DI PAOLO VI; URBI ET ORBI; NATALE 1977)
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Diletti Figli e Figlie!

Il primo biografo di S. Francesco d’Assisi, fra Tommaso da Celano, in Abruzzo, narra, nella prima vita da lui scritta del Santo (1228),  l’origine del Presepio, cioè della rappresentazione scenica della nascita di nostro Signore Gesù Cristo, secondo il Vangelo di San Luca, con l’aggiunta convenzionale del bue e dell’asinello (Isaia, 1, 3, vi ha dato occasione, e S. Ambrogio, con altri, la ricorda nella sua Expositio Evang. Luc. 2, 42; PL. 15, 1568). Scrive fra Tommaso che il supremo proposito di S. Francesco era quello di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo. «Specialmente, egli scrive, l’umiltà dell’Incarnazione. . .». Va ricordato a questo proposito  quanto egli fece, per . . . celebrare la memoria di quel Bambino, che nacque a Betlem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre ad un neonato; come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno, vicino al buone e all’asinello.  (Vita prima, c. 30, Analecta Franciscana, X, p. 63).

Questa è l’origine del nostro presepio.

«ANDIAMO A VEDERE».

Ed ora che questa popolare rappresentazione della storia evangelica è nella mente di tutti, viene spontaneo riflettere come il Signore volle farsi conoscere e come il primo dovere che noi uomini abbiamo verso questo misterioso Fratello venuto in mezzo a noi è di conoscerlo. La prima conoscenza è quella sensibile, quella che San Francesco volle concedere a sé e agli altri con la composizione del presepio, quella di contemplare in qualche modo con gli occhi del corpo, «utcumque corporis oculis pervidere». Ed è una forma naturalissima di conoscenza, che Cristo volle concedere a quei fortunati, i quali poterono avvicinarlo durante la sua vita temporale, «in illo tempore», in quel tempo, come ci istruisce la lettura evangelica della santa Messa; ed è una forma desideratissima, che tutti vorremmo godere, ed i Santi più di tutti. Ricordate che cosa dicono i pastori, dopo l’annuncio dell’Angelo: «Andiamo a vedere»? (Luc. 2, 15) e il desiderio dei Gentili, presenti all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù»? (Io. 12, 21). E la testimonianza degli Apostoli: «. . . quello che abbiamo veduto con gli occhi nostri, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato . . .»? (1 Io. 1, 1). Era il desiderio dell’Apostolo Tommaso: «Se non vedo . . . . se non tocco . . . . io non credo» (Io. 20, 25).

Ma questa conoscenza sensibile ha avuto la sua funzione iniziale, parziale e passeggera per dare certezza concreta, positiva, storica a coloro che avrebbero poi avuto la missione di predicare la testimonianza circa la realtà umana e prodigiosa di Gesù, e di suscitare quella nuova forma di conoscenza, sulla quale è fondato tutto l’edificio religioso stabilito da Cristo: la fede. Fu Lui ad ammonirci: «Beati coloro che avranno creduto, senza avere veduto» (Io. 20, 29). «Per fede, scrive S. Paolo, noi camminiamo non per visione» (2 Cor. 5, 7).

Ma sta il fatto che la venuta di Cristo nel mondo genera per noi il problema e di dovere di conoscerlo. Come conoscerlo? Ecco la domanda che ciascuno deve porre a se stesso: conosco io Gesù Cristo? Lo conosco davvero? Lo conosco abbastanza? Come posso conoscerlo meglio? Nessuno è in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi interrogativi, non solo perché la conoscenza di Cristo pone tali problemi e nasconde tali profondità, che solo l’ignoranza, non l’intelligenza, può dirsi paga d’una qualsiasi nozione su Cristo; ma anche perché ogni nuovo grado di conoscenza che di Lui acquistiamo, invece di calmare il desiderio della conoscenza di Cristo, vieppiù lo risveglia: l’esperienza degli studiosi, e ancor più quella dei Santi, lo dice.

LA DOVEROSA COSTANTE RICERCA DI GESÙ

Allora, Figli carissimi, bisogna che ci mettiamo alla ricerca di Gesù, cioè allo studio di quanto possiamo sapere su di Lui; ed ecco che ritorna a noi l’immagine del presepio, cioè il ricordo del racconto evangelico. La prima conoscenza, che dovremo avere di Cristo, è quella documentata dai Vangeli. Se non abbiamo avuto la fortuna della conoscenza diretta e sensibile del Signore, dobbiamo cercar di avere una conoscenza storica, una memoria sicura di Lui, dando la dovuta importanza alla forma umana, con cui il Verbo di Dio si è rivelato.

E qui, subito, grandi discussioni, grandi difficoltà, grandi incantesimi di studi e di interpretazioni, che tentano diminuire il valore storico dei Vangeli stessi, specialmente quelli che si riferiscono alla nascita di Gesù e alla sua infanzia. Accenniamo appena a questa svalutazione del contenuto storico delle mirabili pagine evangeliche, affinché sappiate difendere, con lo studio e con la fede, la consolante sicurezza che quelle pagine non sono invenzione della fantasia popolare, ma dicono la verità. «Gli apostoli - scrive chi se ne intende, il Card. Bea - hanno un autentico interesse storico. Non si tratta evidentemente di un interesse storico nel senso della storiografia greco-latina, cioè della storia ragionata e cronologicamente ordinata, che sia fine a se stessa, bensì di un interesse agli avvenimenti passati come tali e dell’intenzione di riferire e tramandare fedelmente fatti e detti passati.

NUTRIRE LA FEDE CON LA LETTURA DEL VANGELO

Ne è una riprova il concetto stesso di «testimone», «testimonianza», «testimoniare», che nelle sue varie forme ricorre nel Nuovo Testamento più di 150 volte (La storicità dei Vang. sin., in Civ. Catt., 1964; II, 417-436 e 526-545). Né altrimenti l’autorità del Concilio si è pronunciata: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce, o anche in iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù con sincerità e verità» (Dei Verbum, 19).

Rassicurati così, i fedeli devono dedicarsi innanzi tutto con devota passione alla lettura e allo studio delle fonti scritturali, che ci parlano di Gesù. La fede dev’essere nutrita di questa sacra dottrina. Se abbiamo bene celebrato il Natale, se ci siamo soffermati anche noi, con sapiente semplicità, davanti al presepio, dobbiamo noi pure desiderare quella «eminente scienza di Gesù Cristo» (Phil. 3, 8), che San Paolo anteponeva ad ogni altra cosa.

Conoscere Gesù Cristo: questa è oggi la Nostra esortazione, Figli carissimi, con la Nostra Apostolica Benedizione.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 28 dicembre 1966)

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La Terza Messa

Un istante, venerati Fratelli e figli carissimi, un istante di riflessione. La festa del Natale è talmente ricca di luci, di sentimenti, pensieri, motivi di riflessione e di studio, che non possiamo, in questa terza celebrazione del Divin Sacrificio, non sostare un momento, avidi come siamo di raccogliere i tesori che la Chiesa, la Liturgia, la rievocazione dei Misteri del Signore offrono alle nostre anime.

Di solito il Natale è considerato da noi nel suo aspetto umano. Basta soffermarsi al racconto evangelico per subirne quasi un fascino letterario, tanto è esso bello, incantevole, avvincente. Si può così ricostruire il prodigioso avvenimento con tutta la sua attrattiva umana, la sua poesia, i canti, i quadri semplici e meravigliosi, così veri, così parlanti, che la nostra devozione ne ha fatto il Presepio: la figurazione del Natale costruita nelle nostre case e famiglie, allo scopo appunto di rievocare ciò che avvenne a Betlemme. Si tratta, nondimeno, della scena umana, sensibile del Natale; ma non è la sola.

Dietro di essa ce n’è un’altra, immensamente profonda, misteriosa, ricca, che deve attrarre non i nostri occhi umani, ma i nostri spiriti, le nostre menti. È qui l’aspetto più vero e più dovizioso del Natale, quello che ci è presentato, in maniera speciale, in questa terza Messa, e che potremmo definire la teologia del Natale, con i divini splendori che esso racchiude.

IL FULGENTE MISTERO DELL'INCARNAZIONE

Che cosa c’è dietro la scena esteriore del Presepio? C’è l’Incarnazione, la discesa di Dio sulla terra. Qui è la sublime realtà: basta il semplice annunzio per accendere ed alimentare una nostra meditazione senza fine.

Primo commento vuol essere una parola, semplice e pur essa ricca, così da suscitare nelle anime una fervente contemplazione gioiosa. Che cosa è il Natale? È l’incarnazione, è la venuta di Dio sulla terra. Cioè: noi vediamo Iddio che entra nella scena del mondo. E come e perché? Chiunque abbia una qualche cognizione della realtà che ci circonda, dell’universo, resta sicuramente ammirato della sua grandezza incommensurabile, della arcana sapienza da cui è diretto. Le leggi che si riflettono in questo universo sono così varie, intrecciate, infallibili da offrirci sì un’immagine del Creatore, ma un’immagine che ci lascia pieni di sbigottimento e quasi di timore. Appaiono così inesorabili queste leggi dell’universo, così insensibili, così fatali da lasciarci qualche volta incapaci di saper porre al vertice, su di esse, un Dio personale, un Dio che sente, che parla, che conosce noi, invitati a colloquio proprio con gli ammirevoli ordinamenti che regolano il creato.

Ma c’è un punto, nel complesso della grande realtà, che noi possiamo conoscere: e questo punto risplende oggi in modo preminente: è il Natale. In esso Dio si rivela nella sua infinita carità; rivela se stesso. In quale forma, in quale maniera? forse della potenza, della grandezza, della bellezza? No; il Signore si è rivelato in amore, in bontà. «Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret». Il cuore dell’Onnipotente si apre! Dietro la scena del Presepio c’è l’infinita tenerezza del Creatore che ama. In una parola: c’è la Bontà infinita. Iddio, amandoci, vuole intessere un colloquio con gli uomini, stabilire con noi rapporti di familiarità. Vuole che lo invochiamo come Padre nostro; diventa per noi fratello e vuole essere nostro ospite. È la Santissima Trinità a dare i suoi raggi a coloro che hanno occhi per scorgere e capacità di comprendere, ed ammirare, così, il mistero aperto di Dio.

INFINITA EFFUSIONE DELLA DIVINA BONTÀ

La bontà di Dio! Dio è buono! Questo è il messaggio del Natale; questo il tema di riflessione che il Papa dà ai fedeli. Ricordino essi di continuo la bontà di Dio; e che in Gesù Cristo ciascuno di noi è stato pensato, ciascuno di noi è amato. Cristo è il centro da cui irraggiano le ricchezze della benignità del Signore; e un raggio, se noi lo vogliamo cogliere, si rifrange da Cristo sopra di noi.

Ognuno di noi deve sentire, oggi, quanto è amato da Dio. La bontà di Dio si interessa di ogni creatura umana; e suscita, di rimando, un atto di gioia, letizia, un canto di gratitudine. E perciò inesauribile è l’inno: gloria a Dio per la sua eccelsa bontà, per la sua infinita misericordia!

Ora - questa una prima, ineffabile deduzione - quando noi pensiamo di essere amati, non sentiamo che si modifica tutta la nostra psicologia? Un bambino, se avverte che i suoi genitori lo amano, progredisce nella docilità affettuosa; e quando uno, nel corso della vita, sente, è conscio che uno gli vuol bene, rettifica su questa traccia il cammino della propria esistenza.

Analoga trasformazione si riscontra nell’ambito spirituale. Se avvertiamo di essere amati da Dio, troviamo il giusto orientamento della nostra vita. Come è facile allora che il nostro culto si trasformi in ardente pietà, e la nostra religione attesti operosa carità; abbia bisogno di espandersi; e il dovere sacro non sia più quasi un giogo quotidiano imposto alle nostre anime, ma un respiro, un desiderio di effusioni, l’anelito di giungere al colloquio supremo con Dio, che, attraverso Gesù Cristo, interroga, parla, dichiara di amarci!

L'ECCELSO GAUDIO D'ESSERE AMATI DA DIO

Avviati su così luminoso sentiero, è pure facile migliorare il nostro costume. L’Epistola letta nella prima delle precedenti Messe Natalizie ci indica, derivandolo dalla Incarnazione, il programma del . nostro pellegrinaggio: Sobrie, et juste, et pie vivaamus, expectantes beatam spem, et adventum gloriae magni Dei et Salvatoris Nostri Jesu Christi.

Ecco come si deve vivere da cristiani, se abbiamo capito di essere amati dal Signore. E inoltre: noi che siamo così poveri, egoisti, e temiamo ci sfugga il tesoro della vita e ci venga dagli altri rapito, quando ci sentiamo amati da Dio, diventiamo generosi, e la prodigalità del poco che abbiamo diventa quasi istintiva. In una parola, siamo capaci di amare gli altri, di fare il bene ed essere dispensatori di carità, poiché abbiamo intuito il segreto di Dio, che è Carità. Sicché avendo ricevuto noi questo suo grande, infinito dono, saremo, a nostra volta, ministri di carità e di bene per gli altri.

Questo il Natale, questa la meditazione che ci proponiamo tutti, nella beatitudine e nella gioia di conoscere la ricchezza della bontà di Dio e di saperci amati da Lui.

(SANTA MESSA NELLA BASILICA VATICANA; OMELIA DI PAOLO VI; Solennità del Santo Natale, 25 dicembre 1965)

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Diletti Figli e Figlie!

Non possiamo in questa nostra breve meditazione dell’udienza generale scostarci dal grande tema di stagione, quello natalizio, tanto più che ci avviciniamo ad un’altra solennità relativa alla venuta di Cristo nel mondo, l’Epifania, la quale, come ognuno sa, commemora e celebra la manifestazione di Cristo (cf. August. Serm. 202; P.L. 38, 1033). Come già il Natale, l’Epifania ci chiama alla conoscenza di Cristo; ad una conoscenza non soltanto relativa al fatto storico della nascita del Signore, ma più profonda, più essenziale e più misteriosa; ad una conoscenza che mette in fermento gli animi di chi la accoglie, e anche di chi, avendone qualche nozione, volontariamente la respinge; è la conoscenza teologale, nella quale si compie un facile, ma complesso processo conoscitivo, che termina all’atto di fede.

Non di questo parleremo! oggi a voi; troppo avremmo da dire; ma Ci basti ancora richiamare la vostra riflessione sopra il grande dovere, che scaturisce dal fatto storico e reale dell’Incarnazione, per ogni intelligenza umana, quello di studiare quel fatto, di considerarlo, di vederlo irradiare nel mondo - nel mondo delle anime specialmente - la sua luce, riservata e sorprendente ad un tempo.

Bisogna innanzi tutto avvicinarsi a Cristo, e riconoscere chi Lui è. È questo il tema centrale, su cui è tessuto il Vangelo. Tema ancor oggi, ed oggi più che mai, presente alla coscienza dell’umanità che pensa, che studia, che soffre, e che intravede essere in Gesù Cristo nascosto un qualche segreto, che attira e intimidisce e disturba, che sembra tutto spiegare ed essere impossibile: discussioni appassionate c sconcertanti sono tuttora accese sulla famosa domanda che Gesù stesso presentò su Se medesimo ai suoi discepoli: «Che ne pensa la gente del Figlio dell’uomo?» (Matth. 16, 13). Chi è Gesù? Qui sulla tomba di S. Pietro, è bello ricordare la grande, la vera, la luminosa risposta, che risuona ancora nella sua autentica e testuale verità: «Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio vivente» (ibid. 16). Ed è bello anche ricordare come questa risposta, che costituirà la prerogativa di Pietro nei secoli, è frutto d’una rivelazione; una rivelazione universale per sé, ma che solo agli umili, a chi accetterà d’essere discepolo d’una scienza, autenticamente divina, superiore a quella umana, sarà elargita, «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra - dirà un giorno Gesù, in un momento sublime della sua conversazione con Dio e tra noi - perché hai nascosto queste cose ai dotti ed ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli» (Matth. 11, 25). Ed è bello ancora rammentare come la meditazione prolungata nel tempo, vogliamo dire la dottrina teologica della Chiesa su Cristo, abbia avuto dai Successori di Pietro, in comunione con la Chiesa d’Oriente e d’Occidente, la sua formulazione piena e sicura; così che, Figli carissimi, dovete pensare quale momento importante sia per voi trovarvi localmente, e certo anche spiritualmente, nel punto prospettico migliore, e in un certo senso unico (perché garante d’ogni altra visuale ortodossa), per conoscere Cristo. Qui è la sua Epifania centrale. La fede e di conseguenza l’amore a Cristo, la contemplazione del suo volto, mite ed umile, deliziosamente umano, immensamente grave e raccolto in un’interiorità che parla d’infinito, infinitamente perciò adorabile ed amabile, dovrebbero qui avere per tutti la loro prima scuola, la loro palestra, la loro fontana.

Vi ricorderete? Dobbiamo conoscere Cristo nella sua realtà, umana e divina, nella teologia cristologica, che la Chiesa cattolica custodisce e diffonde di Lui. E troverete allora come sia vera l’affermazione d’uno studioso contemporaneo, il quale dimostra come Cristo non possa essere presentato agIi uomini del nostro tempo, se non mediante la Chiesa, e come essi non dicano sì a Lui, se non dicendo sì alla Chiesa (Volk).

E questo sì, che voi certamente qui pronunciate oggi con vigore e con gaudio, questo atto di adesione cosciente alla Chiesa, madre e maestra, è accolto con immensa compiacenza da Noi, e da Noi avvalorato con la Nostra Benedizione Apostolica.

(UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 4 gennaio 1967)

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Figli carissimi!

Come può essere davvero buono e felice questo santo giorno, che porta, si, tante cose liete con sè: gli auguri, i doni, gli incontri familiari, la poesia dei ricordi e delle speranze, ma non cambia il corso della vita, ch’è pur piena di affanni e di malanni? Noi pensiamo che tutti coloro, i quali si lasciano invadere dallo spirito dolce e penetrante del Natale, avvertiranno in fondo al cuore una nota di tristezza, come se l’incanto soave di questo giorno singolare fosse subito per dileguarsi, come un sogno illusorio e passeggero. Come può essere veramente buono il Natale, se non porta qualche consolante novità, qualche speranza migliore, qualche gioia sincera?

Vi diremo ora due brevi pensieri, che voi già conoscete, ma che qui ricordati possono insegnare qualche cosa sulla vera bontà del Natale. Il primo è l’interiorità del Natale. Il Natale è buono se è interiore, se è celebrato, non fosse che per qualche momento, nel silenzio del cuore, dentro, nella coscienza fatta attenta e pensosa. Ed è interiore e rinnovatore, se ci fa cogliere il discorso che Gesù, entrando nella scena del mondo, non con le parole, ma con i fatti ha pronunciato. Quale discorso? Quello dell’umiltà; è questa la lezione fondamentale del mistero di Dio fatto uomo, ed è questa la medicina prima di cui abbiamo bisogno (cfr. S. Agostino, de Trin. 8, 5, 7; P.L. 42, 952). È da questa radice che può rinascere la vita buona. E il secondo pensiero si riferisce all’umanità del Natale: siamo in adorazione d’una nascita, d’un bambino, d’un presepio; la vita umana è celebrata nella sua più sacra espressione: ogni culla, ogni creatura umana, ogni infanzia oggi è irradiata dalla luce soavissima di Maria e di Gesù. L’invito è forte e incantevole: bisogna evangelicamente ritornare bambini: « Se non vi farete piccoli come bambini, dirà poi Gesù Maestro, non potrete entrare nel Regno dei cieli » (Matth. 18, 2). Bisogna avere il culto della vita nelle sue forme più deboli, più innocenti, più essenziali. Bisogna ridestare nel cuore di carta, di ferro e di cemento dell’uomo moderno il palpito della simpatia umana, dell’affetto semplice, puro e generoso. della poesia delle cose native e vive, dell’amore.

Figli e Fratelli: volete che il Natale sia buono davvero? Dategli il suo autentico valore spirituale e riconoscetegli la sua profonda esigenza umana. Rendetelo pio e affettuoso, e lo renderete buono. Sappiate quest’oggi curvarvi amorosi sui vostri bimbi; sappiate quest’oggi associare, con qualche più generosa carità, i poveri, i sofferenti, i derelitti, i piccoli, in una parola; e avrete un Natale sincero, un Natale rigeneratore, un Natale felice. Quello che ora con la Nostra Benedizione a voi tutti di gran cuore auguriamo.

(SANTA MESSA NATALIZIA; OMELIA DEL PAPA PAOLO VI Venerdì 25 dicembre 1964)

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La nostra parola, che ora osa interpretare la voce del Natale ed il linguaggio simbolico di questo rito giubilare, è semplice ed unica: Venite! Sì, Fratelli, venite!

Ma è parola polivalente ! Vogliate ascoltarne la risonanza nel fondo dei vostri animi; vogliate procurare di comprenderla. Innanzi tutto perché essa vuol essere parola universale. A tutti, noi lanciamo come un grido di richiamo, questo invito del cuore: Venite! La parola risuona in questa basilica; ma essa è rivolta a tutti i Fedeli, a tutta la Chiesa qua convergente dai quattro punti cardinali della terra; venite! come «un Cuor solo ed un’anima sola» (Act. 4, 32) a celebrare insieme il Natale di Cristo ed a compiere insieme il Giubileo del rinnovamento e della riconciliazione, nel prodigio e nel gaudio di quella unità di fede e di amore, che il Signore ci lasciò suo comandamento e suo retaggio: venite!

E poi la medesima parola, piena di rispetto e di speranza, si effonde dovunque il nome di Cristo definisce una fratellanza e ne reclama una felice pienezza: venite! noi conserviamo sempre disponibile, intorno all’unico nostro e vostro Signore e Maestro, il posto d’onore e di amore, che a voi è dovuto in questo Natale di novità e di riconciliazione: venite! È l’invito ecumenico! L’invito subito si allarga nei grandi cerchi dell’umanità non cristiana, con lo stesso suono, ma con accento diverso, anche se non meno riguardoso e cordiale: anche voi, uomini amici, siete invitati, anche voi attesi all’incontro della nostra fraternità. Trema la nostra voce, di commozione, non d’incertezza, affermando che il richiamo è anche, e, in un certo senso, specialmente per voi, che siete solidali con noi, in Abramo, della nostra fede e tuttora figli della sua promessa, in noi già operante.

E ancora non tace la nostra chiamata. Essa vuole diffondersi verso i lontani, verso gli spiriti vagabondi, solitari, sfiduciati, verso i cuori chiusi, e perfino verso coloro che si sono resi refrattari alla religione e alla fede: venite! Sarà forse la nostra una parola al vento? In ogni caso, non sarà priva d’una sua segreta virtù, che non deriva dalla nostra debole voce, ma dal fatto inconfutabile al quale essa rende testimonianza: Cristo vi attende! Egli aspetta anche voi e voi forse con amorosa impazienza: venite! Voi ci domandate, Fratelli tutti e Uomini ai quali perviene questo nostro invito, tanto incalzante e tanto fiducioso: don e esso deriva? quali motivi lo mettono sulle nostre labbra?

Non chiedeteci in questo momento un’adeguata risposta: soltanto quella che deriva da voi stessi noi vi daremo; ed è questa: venite, perché questa è già la via dei vostri passi. Venite, perché ne avete inconscio desiderio e assoluto bisogno. Venite, perché il cammino dell’uomo è segnato verso la direzione, alla quale noi vi chiamiamo; diciamo la grande parola: la meta della vita umana è Dio! venite: e noi vi faremo incontrare o riscoprire quel Dio vivente, che non avete mai cessato di cercare. Lo andate cercando quando la traccia della vostra vita è semplice e primitiva, perché quasi per attrazione naturale noi siamo tutti orientati verso il polo originario e terminale della nostra esistenza; è la sintesi di Sant’Agostino, che scolpisce nelle note parole questo nostro destino: «Tu, o Dio, ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non avrà pace finché in Te non riposi» (Conf. 1, 1). E anche oggi che la vita nostra non è più semplice, ma complicata nello sviluppo del suo pensiero e del suo progresso, la verità è sempre quella, anzi più quella che mai: perché dove sfocia il pensiero e dove il progresso nelle sue estreme conclusioni, quando non voglia perdersi nella notte del nulla, se non in un supremo anelito, in un inno estatico, verso l’Essere assoluto e necessario, ch’è il Dio della luce e della vita?

E ancora noi vi ripetiamo: venite! perché siamo peccatori, diciamolo con umile, ma salutare franchezza; il che vuol dire che se il prodigio del Natale non fosse realmente avvenuto non potremmo nemmeno camminare con speranza: la nostra sorte sarebbe disperata. Non noi abbiamo capacità di raggiungere Dio, ma Dio ha avuto l’infinita bontà di venirci incontro, anzi di giungere Lui, dagli insondabili spazi del suo regno, che è mistero, fino a noi.

Lui è venuto incontro a noi fino a farsi uno di noi, fino a farsi uomo; e così «è comparso sulla terra, e si è messo a conversazione con gli uomini» (Bar. 3, 38). Questo è il Vangelo, questo è il Natale.

Il Natale! il punto di contatto vitale del Verbo di Dio, Dio lui stesso col Padre e con lo Spirito Santo, con noi, gente di questo piccolo pianeta, ch’è la terra; Emmanuele è il suo nome, che appunto vuol dire: Dio con noi (Matth. 1, 23; Is. 7, 14).
Ma allora, sembra di dover dire, non altro occorre; non dobbiamo noi andare da Lui, se Lui è venuto da noi. La soluzione ultima dei nostri problemi non sarebbe già raggiunta? la salvezza già assicurata?

Ascoltate un’ultima volta il nostro invito, Fratelli e Uomini di buona volontà, invito che ancora ripetiamo per i passi che ci restano da compiere, affinché l’incontro si realizzi e si consumi nell’abbraccio, anzi nella comunione col Cristo, il Dio-uomo, nostro salvatore, nostro rigeneratore nell’ordine di vita soprannaturale, che ci è destinata.

Venite! Sono due i passi nostri, insignificanti rispetto alle distanze che Gesù, il Messia divino, ha colmato per avvicinarsi a noi, ma per noi estremamente importanti, e non privi di nostre drammatiche difficoltà.

Il primo passo, il grande passo, che umilia il nostro abusivo orgoglio di presunta autosufficienza, ma amplifica il nostro spirito alle proporzioni immense ed esaltanti della Parola rivelatrice di Dio, è la fede. Su le soglie del presepio, del Vangelo, della salvezza sta la fede. Occorre da parte nostra la fede; dobbiamo credere al regno di Dio, che ci è aperto davanti, e dire con l’anonimo personaggio evangelico : «Credo, o Signore; ma Tu aiuta la mia incredulità» (Marc. 9, 24).

Poi il secondo passo, che la celebrazione del Giubileo, con la sua semplice ma profonda disciplina spirituale, e con l’apertura simbolica delle sue porte di misericordia e di perdono, vuole significare, il passo della metamorfosi interiore, il passo coraggioso della verità morale, il passo evangelico del figlio prodigo, che ritorna alla casa paterna, il passo che il Padre attende e interiormente ispira e rende gioioso; ecco, è il passo della conversione del cuore: «Io sorgerò e andrò».

Ciascuno di noi lo può fare questo passo; lo deve. È in fondo, così facile. È così felice. È così dolce. È il passo che noi stiamo facendo. Il passo di Natale per l’Anno Santo, che abbiamo insieme questa notte inaugurato.

La Chiesa è con noi! così lo sia il mondo! Con questi voti nel cuore riprendiamo ora la nostra preghiera.

(NATALE DEL SIGNORE; OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI; Notte Santa di mercoledì, 25 dicembre 1974)

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  English
    Friends and brothers who are seeking and discovering Christ, let us pay attention to this extraordinary moment of Christmas.  It is likely that a dual sentiment awakens in hearts.

    One of mistrust and fear with regard to the new King who, anew, is born in the world!  This King is a power: and what do the Powerful of this world fear more than a new power?  Now if He is indeed a power, this Jesus, who declares that His kingdom is not of this world but belongs to a transcendent sphere, perhaps we fear Him and reject Him even more today, jealous as we are of our sovereign autonomy, agnostic, laicist or atheistic, which does not admit a kingdom of God.

    The other sentiment, on the contrary, is one of trust.  Is not that power which is Christ completely for us, for our benefit, for our salvation, for our love?   "He who came to give his heavenly kingdom, does not take from us our earthly kingdoms: Non eripit mortalia, qui regna dat caelestia" (Hymn of Epiphany).  He came for us, not against us.  He is not a rival.  He is not an enemy.  He is a guide for us on our way, He is a friend.  And that means for all of us: everyone can rightly say: for me.

    Of course, once he has come among us, a drama may begin, a struggle: for or against Christ.  Human history now develops around Him;  the Gospel is the meeting point, or the battle field (cf. Lk. 2, 34).

    But on this Christmas night, in this place, at this meeting, the choice is easy, it is sweet, it is strong; and everyone can say, with a heart exulting with joy:  He came for me! (cf. Gal. 2, 20; Eph. 9, 2; Jn. 3, 16; 15, 9; . . .).
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  Français


Cette sainte nuit ramène devant nos esprits la méditation toujours nouvelle, toujours suggestive, et à vrai dire inépuisable, du mystère fondamental de tout le christianisme: Dieu s’est fait homme! «Si quelqu’un, assure S. Thomas, d’Aquin, considère avec attention et piété le mystère de l’Incarnation, il y trouvera une profondeur de sagesse telle, qu’elle dépasse toute connaissance humaine» («Si quis diligenter et pie incarnationis mysteria consideret, inveniet tantam sapientiae profunditatem quod omnem humanam cognitionem excedat» [Summa contra Gentiles, 4, 54]).

En effet, dire: Dieu, c’est dire la grandeur, la puissance, la sainteté infinie. Dire: l’homme, c’est dire la petitesse, la faiblesse, la misère. Entre ces deux termes, la distance semble impossible à franchir, le fossé impossible à combler. Et voici que dans le Christ ces deux ne font plus qu’un. La même personne vit à la fois dans la nature divine et dans la nature humaine du Christ. Le Père du Ciel peut dire: «Celui-ci est mon fils bien-aimé» (Matth. 17, 5), comme le peut dire à son tour la Vierge Mère, en s’adressant à l’Enfant de la crèche, qu’elle vient de mettre au monde.

Ineffable mystère d’union : ce qui était séparé est réuni, ce qui semblait incompatible se rapproche, les extrêmes se fondent en un: deux natures distinctes - l’humaine et la divine - en une seule personne, celle de l’Homme-Dieu. Voilà toute la théologie de l’incarnation, le fondement et la synthèse de tout le Christianisme.

Le prodige initial réalisé dans le Christ, a sa continuation mystérieuse dans ce qui est ici-bas, jusqu’à la fin des temps, le «Corps mystique» du Christ, la grande famille de tous ceux qui croient en lui. Car c’est chaque homme qui doit être uni à Dieu: «Dieu s’est fait homme, dit magnifiquement S. Augustin, afin que l’homme devînt Dieu». Tel est bien le dessein divin, révélé dans le mystère de Noël. Et l’histoire de l’Eglise à travers les siècles, est l’histoire de la réalisation de ce dessein.

Dans l’Incarnation, Dieu s’est attaché l’homme par des liens si forts, qu’ils vont se révéler capables de dépasser tous les autres, même ceux qu’ont formés la chair et le sang, même ceux qui rattachent l’homme à ce qu’il a de plus précieux en ce monde: la vie. Tout ne nous parle-t-il pas, ici à Rome, du courage des martyrs chrétiens des premiers siècles? Des hommes, des femmes, jusqu’à des enfants témoignent devant le bourreau que se séparer de Dieu par une abjuration serait pour eux un bien plus grand malheur que de perdre la vie. Ils la sacrifient, pour rester unis à Dieu.

Quand le glaive du persécuteur romain a cessé de sévir, c’est dans la solitude que de grandes âmes chrétiennes vont chercher Dieu. On quitte sa famille, on renonce à en fonder une, pour mieux s’unir à Dieu. L’auréole de la virginité est ambitionnée avec la même ferveur que l’était celle du martyre. L’offrande quotidienne de soi-même dans la vie monastique est venue prendre le relai du sacrifice sanglant offert en une fois. Et dans les mille formes de la vie consacrée, cette union de l’homme à Dieu, aimé par-dessus toute chose, continuera à se manifester à travers les siècles et jusqu’à nos jours. L’Eglise suscitera aussi des légions de saints dans le monde; à côté de ses martyrs, de ses vierges, docteurs, pontifes et confesseurs, elle aura l’immense famille de ses saintes femmes, mères de famille et veuves; à toutes les époques et dans tous les pays, elle suscitera nombre de fidèles exemplaires, et tant de foyers chrétiens qui tous témoigneront de ce que peut faire l’homme pour s’unir à Dieu, quand il a compris ce qu’a fait Dieu pour s’unir à l’homme.

Modèle sublime et principe de l’union de l’homme à Dieu, l’incarnation s’est révélée aussi un merveilleux facteur de civilisation. Qui plus que les apôtres du Dieu incarné, a contribué au cours des âges à élever les peuples, et à leur révéler, outre la grandeur de Dieu, leur propre dignité?

La société où pénètre le ferment chrétien voit peu à peu s’élever son niveau moral, et son horizon s’élargir aux dimensions du monde: car ce qui semblait ne devoir concerner que les rapports de l’homme avec Dieu se révèle le plus puissant facteur d’union entre les hommes eux-mêmes. La vertu unifiante de la foi chrétienne agit au sein des familles, et des peuples. Elle abat les barrières de castes, de races, de nations. La foi qui unit l’homme à Dieu unit l’homme à l’homme dans un commun idéal, un commun effort, une commune espérance. La foi au Dieu incarné pénétrant, au long des siècles, les différentes cultures, les purifiant, les enrichissant, les transformant, quel sujet de méditations sans fin! C’est l’intelligence humaine élevée au-dessus d’elle-même, c’est la philosophie humaine recevant le complément des lumières divines comme une plus vive lumière sur son chemin. Et n’est-ce pas la foi, elle aussi, qui a inspiré à Michel-Ange les chefs d’oeuvre inscrits au plafond de cette chapelle, et qui font l’admiration des hommes, de génération en génération?

Or cet enrichissement de la culture est en même temps un étonnant principe d’union : une civilisation chrétienne qui mûrit dans un pays, c’est l’entrée de ce pays dans la grande famille où une même foi fait communier les intelligences, les coeurs et les volontés. On n’en finirait pas si l’on voulait détailler ces merveilleux développements qui jalonnent l’histoire de la civilisation. Et qu’est-ce que tout cela, en définitive, sinon la conséquence de l’Incarnation?

De ces vastes fresques que pourrait évoquer à l’esprit l’histoire de l’Eglise, il faut revenir à l’homme, qui en est le sujet et l’artisan. C’est au dedans de l’homme, dans son âme, dans sa psychologie, qu’il faut essayer de saisir les harmonies de la foi et de l’intelligence.

L’Incarnation peut sembler d’abord un poids trop lourd à porter pour l’intelligence humaine. Saint Thomas le dit sans ambages: de toutes les oeuvres divines, c’est celle qui dépasse le plus la raison humaine: car on ne peut, dit-il, rien imaginer de plus admirable («Incarnationis mysterium inter divina opera maxime rationem excedit : nihil enim mirabilius excogitari potest» [Summa contra Gentiles, 4, 27]). A qui en effet serait-il venu à l’idée, que Dieu pût un jour se faire homme?

Mais cette vérité sublime n’éblouit pas l’esprit qui l’accueille humblement; elle l’éclaire d’une lumière nouvelle et supérieure. Dans cette lumière, l’homme comprend son destin, il voit la raison de son existence, la possibilité de sortir de sa misère, d’atteindre le but de ses efforts. Il voit aussi la valeur des créatures, l’aide ou l’obstacle qu’elles peuvent constituer pour lui dans sa marche vers Dieu. Ici aussi, ici d’abord, le mystère de Noël exerce son action unifiante. Et, en le scrutant plus profondément, le croyant y trouve, non pas une explication entre d’autres du destin de l’homme, mais l’explication définitive: il n’y a qu’un Christ, il n’y a qu’un salut! Et ce salut, loin d’être réservé à une nation privilégiée, est proposé à tous. L’âme du croyant se sent alors pénétrée par un sentiment de fraternité universelle; elle comprend en quoi réside la véritable unité de destin de l’humanité, telle qu’elle est dans le dessein de Dieu que nous manifeste l’Incarnation. Elle saisit le principe fondamental d’union de l’homme avec Dieu et des hommes entre eux; Noël est devenu pour elle ce qu’il est: plus que mystère d’union, mystère d’unité.

Et ce mystère, d’où procède-t-il, où a-t-il sa source? Disons-le d’un mot qui explique tout: il est l’effet de l’amour. Ce moyen divin d’unifier l’homme en lui-même et d’unifier le genre humain autour du Dieu fait homme, ce n’est pas, ce ne peut pas être une détermination imposée par la force, à laquelle on ne pourrait se soustraire. Aussi la foi est-elle proposée, et non imposée. Dieu respecte trop sa créature, qu’il a faite libre, et non esclave. Si la foi et l’intelligence sont amies, combien plus la foi et la liberté! Que pourrait valoir un amour qui serait de contrainte et non de choix?

Ainsi l’Enfant de la crèche-nous révèle le dernier mot du mystère: Dieu s’est incarné parce qu’il a aimé l’homme et qu’il a voulu le sauver. On peut accepter ou refuser l’amour. Mais si on l’accepte, il apporte au coeur une paix et une joie indescriptibles: Pax hominibus bonae voluntatis! Daigne le Dieu fait homme ouvrir en cette nuit nos esprits et nos coeurs, afin que «connaissant Dieu visiblement, nous soyons par lui entraînés à l’amour des choses invisibles»: ut dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur!» (Missel Romain, Préface de Noël). Amen.

(MESSE DE MINUIT; HOMÉLIE DU PAPE PAUL VI; Noël 24 décembre 1965)

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Chers Frères et Fils, chers amis, L’heure qui nous trouve rassemblés ici est une heure d’intense méditation. Tout ce qu’elle évoque nous le rappelle avec force: l’heure nocturne, l’objet de la célébration - la naissance du Sauveur - l’incidence de cette fête sur nos habitudes familiales et sociales. Veiller est en ce moment un devoir et nous sommes tous invités à l’attention. L’obscurité de la nuit devient lumière pour l’esprit.

Qu’est-ce que nous méditons ? Nous méditons la naissance de Jésus-Christ dans le monde, il y a dix-neuf cent soixante et onze ans, à Bethléem de Judée, la cité de David, dans les circonstances que nous connaissons tous. Nous avons devant les yeux de l’imagination le tableau de l’événement. Il se reflète, se renouvelle, comme une image dans un miroir, en chacune de nos âmes; et il se renouvellera dans un instant sous une forme mystique et sacramentelle, avec un mystérieux réalisme, sur cet autel. Ici le Christ sera avec nous. Un attrait spécial arrête notre attention et nous invite à contempler.

Notre attention peut prendre ici deux voies. L’une est celle de la scène historique et sensible, évoquée par l’Evangile de Saint Luc (lequel, probablement, en entendit le récit de Marie elle-même, la Mère, la protagoniste du fait commémoré); c’est la scène de la crèche, la scène idyllique du pauvre logement de fortune choisi par les deux pèlerins, Marie et Joseph, pour l’événement imminent, une naissance. Tout ici nous intéresse: la nuit, le froid, la pauvreté, la solitude. Et puis, le Ciel qui s’ouvre, l’incomparable message angélique, l’arrivée des bergers. L’imagination reconstruit les détails; c’est un paysage arcadien, qui nous semble familier, qui encadre une histoire enchanteresse. Ici nous redevenons tous enfants et goûtons un moment délicieux.

Mais notre esprit est attiré par une autre voie de réflexion: la voie prophétique. Qui est Celui qui est né? L’annonce qui résonne en cette nuit même le dit avec précision: «. ..aujourd’hui est né pour vous un Sauveur, qui est le Christ Seigneur . . .». L’événement revêt aussitôt une qualité merveilleuse: celle d’un but qui est atteint. Ce qui est devant nous n’est pas seulement un fait, si grand et émouvant soit-il: celui d’un nouvel homme qui entre dans le monde (Cfr. Io. 16, 21); c’est une histoire, c’est un dessein qui traverse les siècles, qui comprend des événements disparates et espacés, heureux et malheureux, qui décrivent la formation d’un peuple et surtout la formation en lui d’une conscience caractéristique et unique, celle d’une élection, d’une vocation, d’une promesse, d’un destin, d’un homme unique et souverain, d’un Roi, d’un Sauveur: c’est la conscience messianique.

Soyons bien attentifs à cet aspect de Noël. C’est un point d’arrivée, qui révèle et atteste une ligne qui le précède, une pensée divine, un mystère qui opère dans la succession des temps, une espérance indéfinie et grandiose, gardée par une petite fraction du genre humain, mais une espérance telle, qu’elle donne un sens à la marche inconsciente de tous les peuples (Cfr. Is. 55, 5). La nativité du Christ marque sur le cadran des siècles le moment fatidique de l’accomplissement de ce plan divin, qui domine sereinement le torrent tumultueux de l’histoire humaine; elle indique la «plénitude des temps» dont parle S. Paul (Gal. 4, 4; Eph. 1, 10) et où on voit converger les destins de l’humanité; la lointaine prophétie d’Isaïe se réalise: «Voici qu’un enfant nous est né, qu’un fils nous a été donné; la souveraineté repose sur ses épaules, et il s’e nomme Conseiller merveilleux, Dieu fort, Père éternel, Prince de la Paix. L’empire sera grand et la paix sans fin, sur le trône de David et dans son royaume. Il l’établira et le maintiendra dans le droit et la justice, dès maintenant et pour toujours» (Is. 9 , 5-6).

Oui, à cet enfant qui est Fils de Dieu et fils de Marie, né sous le régime de la loi mosaïque (Gal. 1, 3), aboutit toute la tradition transcendante dont Israël était porteur: en Lui elle se régénère, se transforme et se répand sur le monde. Ce petit Jésus de Betléem est le point central de l’histoire humaine; en lui se concentrent tous les cheminements humains, qui viennent rejoindre la ligne droite de l’élection des enfants d’Abraham: Abraham qui vit de loin, dans la nuit des siècles, ce futur point lumineux et, comme le Christ lui-même nous l’a confié, «le vit et exulta» (Io. 8, 56).

Et le prodige continue. Comme il advient des rayons qui se fondent au foyer d’une lentille, et qui en repartent pour un nouveau faisceau de lumière, ainsi l’histoire religieuse de l’humanité, c’est-à-dire l’histoire qui donne unité, sens et valeur aux générations qui se succèdent, s’agitent et avancent? tête baissée, sur la terre, cette histoire a sa lentille dans le Christ, qui absorbe toute l’histoire passée et éclaire toute l’histoire future, jusqu’à la fin des temps (Cfr. Matth. 28, 20).

Cette vision de Noël, qui est la vraie, vaut spécialement pour Nous, pour vous, rassemblés ici cette nuit pour célébrer le mystère de Noël: elle est pour tous une invitation à réfléchir sur la destinée de l’humanité. Cette destinée, elle est liée à la très humble crèche où est couché le Verbe de Dieu fait chair; bien plus, elle en dépend: là où arrive cette irradiation chrétienne dont nous parlions, et qui s’appelle l’Evangile, là arrive la lumière, là arrive l’unité, là arrive l’homme, non plus la tête basse, mais dressé de toute sa stature, là arrive la dignité de sa personne, là arrive la paix, là arrive le salut.

Messieurs, amis et frères qui cherchez et découvrez le Christ, soyons attentifs à ce moment singulier. Il est probable qu’un double sentiment se fait jour dans les cœurs. L’un, de défiance et de crainte en face du nouveau Roi qui, aujourd’hui encore, naît dans le monde. C’est une puissance, ce Roi: et, qu’est-ce que les Puissants de ce monde craignent plus qu’une nouvelle puissance? Et s’il est bien une puissance, ce Jésus, qui déclare que son royaume n’est pas de ce monde, mais appartient à une sphère transcendante, peut-être le craignons-nous et le rejetons-nous encore davantage aujourd’hui, jaloux comme nous le sommes de notre souveraine autonomie, agnostique, laïciste ou athée, qui n’admet pas un royaume de Dieu.

L’autre sentiment, au contraire, c’est la confiance. La puissance qu’est le Christ, n’est-elle pas toute pour nous, pour notre avantage, pour notre salut, pour notre amour? Non eripit mortalia, qui regna dat caelestia: il ne nous enlève pas nos royaumes temporels, Celui qui est venu pour donner son royaume céleste (Hymne de l’Epiphanie). Il est venu pour nous, non contre nous. Ce n’est pas un émule, ce n’est pas un ennemi; c’est un guide pour notre chemin, c’est un ami. Et cela pour tous; chacun peut bien dire: pour moi.

Certes, une fois qu’il est venu parmi nous, un drame peut commencer, une lutte: pour ou contre le Christ. L’histoire humaine se déroule désormais autour de lui: l’Evangile est le terrain de la rencontre, ou de l’affrontement (Cfr. Luc. 2. 31).

Mais en cette nuit, en ce lieu, en cette rencontre, le choix est facile, il est doux, il est fort: et chacun peut dire, d’un coeur exultant de joie: il est venu pour moi! (Cfr. Gal. 2, 20; Eph. 9, 2; Io. 3, 16; 15, 9)

(MESSE DE MINUIT; HOMÉLIE DU PAPE PAUL VI; Noël 25 décembre 1971)

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Noël: la rencontre avec le Christ.

Cette célébration nocturne revêt un caractère symbolique. Elle est le symbole de l’homme qui marche dans la nuit et qui cherche. Il cherche une lumière, il cherche sa propre direction, il cherche la rencontre avec un Homme qui lui est nécessaire, un Homme qu’il lui faut absolument trouver.

Cela signifie que le sens profond de cette cérémonie inaccoutumée est, avant tout autre, une prise de conscience de nous-même. Qui sommes-nous ? Nous sommes des êtres humains qui marchons dans les ténèbres. Oui, si notre vie, sous tant d’aspects, est pleine de lumière: lumière de la pensée, de la science, de l’histoire et de l’expérience, lumière du progrès moderne, à un autre point de vue plus important et décisif, et qui nous concerne nous-mêmes, comme notre existence personnelle et notre destin -, cette même vie est dans l’obscurité. C’est l’obscurité du doute, qui semble tout envahir comme une nuit totale, l’obscurité de notre solitude intérieure, l’obscurité qui règne jusque sur le monde dans lequel nous vivons,. et que nous connaissons bien, mais qui devient toujours plus mystérieux à mesure qu’il se manifeste: qu’est-il réellement? Que signifie-t-il, au fond? Que vaut-il, en fine de compte? Voilà quelles sont nos ténèbres. Il y aurait de quoi gémir et désespérer si nous n’étions soutenus par une prodigieuse énergie intérieure qui nous pousse à poursuivre notre recherche, et par une joyeuse espérance qui, cette nuit, envahit et exalte nos esprits : l’espoir de trouver ce que nous cherchons, de trouver, disions-nous, l’Homme nécessaire, l’Homme qui sait tout sur nous-mêmes (cfr. Io. 2, 25), l’Homme qui peut nous sauver.

Dans notre recherche, nous ne sommes d’ailleurs pas dépourvus d’une certaine lumière qui éclaire nos pas et qui, cette nuit, nous a guidés jusqu’ici. C’est la lumière de la raison naturelle; c’est la lumière des traditions religieuses dans ce qu’elles ont de vrai et d’honnête; c’est surtout la lumière de notre tradition chrétienne, la lumière de notre éducation religieuse, la lumière de notre expérience spirituelle. Nous connaissons l’histoire de l’Evangile. Nous avons foi dans le Christ, sur le témoignage de cette voix prophétique séculaire qui s’appelle l’Eglise. Cette nuit est celle de la foi. Et qu’est-ce que la foi? La foi, c’est la rencontre avec le Christ, la foi, c’est l’accueil du Christ. Nous entendons résonner dans notre mêmoire une parole fatidique inscrite au frontispice du récit messianique, l’Evangile de saint Jean: «II est venu chez lui, et les siens ne l’ont pas reçu» (Io. 1, 11). Ce fut une rencontre manquée. Et il est important de noter que lui aussi, le Christ, est à la recherche, à la recherche de l’humanité. Qu’il est long, le chemin qu’il a dû parcourir pour arriver jusqu’à nous! D’où vient-il? Il a dû franchir des abîmes démesurés, des dis tances infinies : «il descendit du ciel, et il a pris chair». Verbe ineffable de Dieu et Dieu lui-même, il s’est fait homme, pour se mettre à notre portée et rendre possible cette rencontre. Seul un amour sans limite, un amour divin, a pu imaginer et réaliser un tel plan. Et tel est le plan de notre religion: oui, c’est une rencontre, une communion. Mais il nous faut encore nous demander: comment se réalise cette venue du Christ jusqu’à nous, cet accueil que nous lui réservons? La réponse est toujours la même: cela se réalise dans la foi. Lui, Dieu, vient à nous revêtu de la nature humaine; et il viendra pour nous, longtemps après le moment historique de l’Evangile, caché sous le signe, à la fois révélateur et mystérieux, du sacrement. L’acceptons-nous? Croyons-nous?

Notre prière, en cette heure décisive, est celle-là même, psychologiquement si exacte, des disciples du Seigneur dans l’Evangile: «Augmente en nous la foi» (Luc. 17, 5). Nous remarquons en effet que la foi, cette adhésion vitale au Dieu incarné dans le Christ Jésus, comporte des degrés: elle peut être inerte et passive, elle peut être douteuse et intermittente, elle peut être laborieuse et en recherche (cfr. Matth. 11, 3), elle peut ‘être engagée dans cet effort dialectique bien connu: l’intelligence à la recherche de la foi; ou la foi à la recherche de l’intelligence. Elle peut connaître le drame de ce personnage de l’Evangile qui nous représente tous: «Je crois, Seigneur; mais viens en aide à mon incrédulité» (Marc. 9, 23). Pour être authentique, pour être efficace, la foi doit être entière, vivante, personnelle. La rencontre avec le Christ doit s’achever dans un «oui», qui nous le révèle comme le Maître, comme le Sauveur, comme Lui-même s’est défini, et comme nous voulons le reconnaître en ce jour de Noël et, dans une certaine mesure, en faire l’expérience: «Je suis la Voie, la Vérité et la Vie» (Io. 14, 6).

A cet instant notre méditation s’interrompt et cesse d’être absorbée dans cette vision où nous a conduits la recherche de cette nuit: nous nous souvenons alors de la réalité, de l’autre réalité, extérieure et sensible, de la réalité concrète et expérimentale, dans laquelle se déroule effectivement notre vie naturelle. Il ne faudrait pas que cette méditation nous eût distrait, comme dans un songe, des conditions qui nous qualifient comme hommes de ce monde. Non, Messieurs. La foi, la vie chrétienne ne nous éloignent pas du contact normal avec l’expérience humaine qui nous est propre. Une telle affirmation mériterait un long discours: comment la vie surnaturelle du monde de la foi peut s’associer à la vie naturelle de notre milieu et de nos droits et devoirs personnels. Rien ne change apparemment. Mais c’est comme si la nuit était terminée et comme si la lumière du jour avait commencé à poindre, éclairant tout le cadre de notre cheminement dans le temps: toute chose, à la lumière de la foi, prend son vrai visage. «Tout ce qu’il y a de vrai, de digne, de juste, de beau, d’aimable, tout ce qui mérite l’estime . . . (cf. Philip., 4, 8) vient au grand jour. Tous les secteurs de la vie se définissent selon leur valeur propre; et au milieu de la scène - étonnante et dramatique, parfois douloureuse et mauvaise - du monde qui nous entoure et nous possède, l’homme, la personne humaine, se dresse et se découvre, souveraine et libre, dans une vérité nouvelle (cfr. Io. 8, 32). Ainsi s’exprime l’Evangile de l’Incarnation. «A tous ceux qui l’ont reçu (le Christ), il a donné le pouvoir de devenir enfants de Dieu» (Io. 1, 12).

Voilà le miracle de Noël: la Naissance du Christ devient notre naissance. Le mystère de la Vie divine, jaillie du Christ, l’Homme-Dieu, se communique par voie de participation, non plus seulement par la foi, mais également par la grâce, à tous ceux qui l’auront accueilli, Lui le premier-né parmi nous tous, hommes devenus frères (cfr. Rom. 8, 29).

Et vous, Laïcs, qui vivez dans le siècle, qui revendiquez pour la sphère temporelle son autonomie; vous spécialement, Messieurs les Diplomates, qui représentez une puissance absolue dans son ordre, indépendante de toute autre autorité terrestre, fût-elle même celle de l’Eglise qui, elle, est au service de l’ordre surnaturel, ne craignez point pour votre souveraineté temporelle, car «non eripit mortalia, qui regna dat caelestia», il ne prend pas les royaumes de la terre, Celui qui donne le royaume du Ciel (Hymne de l’Epiphanie). Il n’est pas venu pour prendre, mais pour donner. Craignons et exultons en même temps: il est venu apporter un feu sur la terre, le feu de la charité. Et que désire-t-il, sinon que ce feu s’allume dans le monde (Luc. 12, 49): le feu de l’amour et de la paix.

(MESSE DE MINUIT; HOMÉLIE DU PAPE PAUL VI; Noël, 24-25 décembre 1969)

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Altri collegati insegnamenti:

Il pensiero dominante di questi giorni, dedicati alla celebrazione del mistero natalizio, è deviato dagli avvenimenti della vita internazionale, che assorbono l’attenzione del mondo, e che generano nell’opinione pubblica sentimenti di apprensione, di deplorazione e di disagio: la persistenza della guerra in varie parti del mondo, certi procedimenti giudiziari che tanto commuovono l’opinione pubblica mondiale, lo stato di tensione sociale in varie Nazioni, la delinquenza e la violenza, che moltiplicano casi di rapine, di ricatti, di soprusi, di torture, di estorsioni, di delitti ... Il mondo sembra assalito dalla malattia del disordine, della falsa legalità, della criminalità, della pseudo-politica della forza, della demagogia, della contestazione sistematica, della gara mercantile e militare agli armamenti ... Sì; si fanno anche sforzi generosi per l’ordine pubblico, per le trattative economiche, politiche e diplomatiche allo scopo di promuovere soccorsi e stimoli di progresso rinnovatore; ma tutto insieme, questa non è pace, non è civiltà, non è cristianesimo.
Che cosa dobbiamo fare? noi estranei, noi osservatori, noi uomini del nostro tempo? Deplorare, inveire, lasciarci invadere dallo scetticismo e dal pessimismo, perdere la fiducia negli uomini e nel tempo nostro?

No. Per suggerire qualche cosa, in questo luogo e in questo momento, Noi esorteremo semplicemente a ritornare al filo interrotto dei pensieri natalizi. Procuriamo, innanzi tutto, di conservare la pace interiore dello spirito, non solo con uno sforzo psicologico di dominare in noi stessi le reazioni negative, che i mali circostanti provocano nei nostri animi, ma con un atto religioso di fiducia, positiva ed operante, nell’economia di grazia e di bontà, che il Natale di Cristo ha instaurato sulla terra, e che la festa da noi testé celebrata di quell’avvenimento salvatore, rende tuttora attuale e beato.
Così facendo - e perché, con la fede e con la preghiera, non ne dovremmo essere capaci? -, riacquistiamo una personale libertà di giudizio. Questo è importante: ora che la magia invisibile, ma strapotente, della marea dell’opinione pubblica, alimentata e manovrata dai mezzi di comunicazione sociale, tenta di travolgerci e di dominarci (strega, fata, o angelo che sia), dobbiamo difendere la nostra coscienza nativa, illuminata da principi logici e morali superiori. Allora emerge nella nostra mente un senso primigenio di bene, di giustizia, di umanità; e può essere questo un prezioso vantaggio, che scaturisce da una situazione confusa e disordinata, come quella che in certe ore ci circonda e ci opprime. Nasce in noi, o rinasce più forte e più diritto il desiderio dei valori umani autentici; un’ansia di umanità ideale ridona respiro alla nostra critica; un senso di comunione, che, volere o no, ci collega con le vicende del nostro tempo, purifica ed esalta in noi il senso della solidarietà, e impone il peso e lo stimolo della corresponsabilità, con il conseguente bisogno di distinguerci da ciò che deploriamo e di corroborare propositi nuovi di azione positiva, d’impegno personale, di dedizione coraggiosa alla causa, che crediamo buona.

Ci si accorge così che ognuno di noi deve uscire da uno stato di inerzia morale, e tanto più da qualsiasi forma, attiva o passiva, di acquiescenza alle forze negative dell’operare e della vita comunitaria; una nuova carica della dinamica operativa, cioè il dovere, si rimonta in noi; e sorge la domanda: quale causa servire?
E qui, la nostra psicologia di osservatori, dapprima indolenti e parassiti della scena del mondo, o tentati di fuga dalla sua realtà per rifugiarsi in un egoismo più furbo, o più sognatore, ora svegliati da una vocazione di milizia ideale, progredisce verso una domanda, che può essere per molti poco onorevole scoperta, se rimane senza risposta: so io per che cosa militare? ho idee? ho principi? per quali valori operare e combattere? ho io chiaro il concetto di qualche cosa per cui vale la pena di impegnare e di giocare la vita? vi è qualche idea più preziosa della vita stessa? perché solo questa idea, non solo darebbe significato e statura piena e normale alla vita personale, ma potrebbe fare leva fuori di noi per la sollevazione morale del mondo, cioè per la comune salvezza. Scopriamo cioè che non solo il mondo, ma noi per primi abbiamo bisogno di idee; di idee vere, di idee forti, di idee nuove, di idee alte, di idee che fanno l’uomo più grande di sé.
Dove arriviamo? di idee buone e grandi, umane e degne, ve ne sono molte nel nostro tempo, ma spesso esse sono ostacolate e divorate da altre idee opposte; e alla fine la confusione ancora prevale. Ma, entrati nel dibattito delle idee valide per la salute del mondo, noi siamo per fortunata e misteriosa forza di cose, cioè di esperienza, di attrattiva, di verità, ricondotti alle soglie del presepio: al piccolo e umile Cristo, che possiede il segreto della nostra salvezza. Non terminiamo la riflessione sulle presenti vicende della nostra storia senza ricordarci, col capo chino e col cuore aperto, di Lui! Con la Nostra Benedizione Apostolica.