Immaginiamo che a ciascuno di noi fosse proposto il tema: descrivete la fisionomia di Cristo; fate il ritratto di Gesù, anche sensibile; tracciate il suo profilo, la sua immagine. Verrebbe spontaneo un rilievo. Quante ne abbiamo viste di queste immagini! Tutti gli artisti si sono misurati a tradurre, nei colori e nelle forme, il volto divino di Gesù. E non ne restiamo soddisfatti. Forse la sola immagine della Sacra Sindone ci dà qualche cosa del mistero di questa figura umana e divina. Ma noi quel Volto santissimo vorremmo vederlo vivo; e allora dobbiamo concludere che i tratti sensibili restano indescrivibili: non riusciremo mai in questa impresa. Un giorno, finalmente potremo, Dio voglia, conseguire la infinita felicità di contemplarlo faccia a faccia. Ma, intanto, proviamo a definire il volto di Gesù concettualmente, cioè a notare quali sono i tratti salienti del suo aspetto. Se dovessimo scrivere un brano su questo soggetto ci troveremmo in grande imbarazzo perché il volto morale del Signore è molto complesso, profondo e vario. Lo preferiremmo come l'ha visto, nella tremenda maestà, Michelangelo dipingendo il suo affresco famoso alla Sistina, o lo vorremmo vedere nei lineamenti di talune devote immagini forse un po' convenzionali: oppure come il profeta che parla delle cose arcane e future: Gesù che predica alle folle dall'alto della montagna? In una parola: qual è il tratto caratteristico a cui Egli ha tenuto? Troviamo la risposta nella definizione di Sé quando ha detto: imparate da me che sono mite ed umile di cuore. Per questa via noi riusciremo a scorgere qualche cosa della sua vera, storica e spirituale figura.
IL BUON PASTORE CUSTODISCE E CERCA
Soffermiamoci a quanto ci espone il Vangelo. Gesù ha tratteggiato un paragone che, si può dire, riassume l'intero suo insegnamento quando ha detto: Io sono il Buon Pastore. Gesù ha voluto assimilarsi questa semplice figura agreste che, meditata in chiave simbolica, ci dice un'immensità di cose. Ora proprio questo pensiero ritroviamo nella pagina evangelica di oggi, e quasi in fase polemica.
Avevano rimproverato al Divino Maestro di conversare con gente assai discussa, con i pubblicani, i peccatori; di arrivare persino ad assidersi a mensa con loro. Non così doveva agire un profeta. Come fa a chiamarsi il Cristo chi discende all'ultimo livello dei rapporti sociali? Allora Gesù, per difendersi, ricorre ai due paragoni: del pastore, il quale, avendo smarrita una pecora, lascia nel sicuro recinto le novantanove che non corrono pericolo e va in cerca della centesima, e non desiste dalla fatica sin quando non la riporta all'ovile. Il secondo raffronto è molto curioso. Gesù si paragona a una dorma di casa la quale cerca con ansia una moneta cadutale dal gruzzolo, e rovista ovunque sin quando riesce a ritrovarla. In questi affanni Gesù raffigura Sé stesso. Incontriamo, così, nel racconto, il tratto saliente della fisionomia umana e morale di Cristo.
APPARTENIAMO A DIO
Gesù si è voluto raffigurare in un ricercatore, poiché viene a recuperare gli uomini perduti. Gesù insegue un essere, un tesoro che gli è sfuggito di mano e si rappresenta nell'ansia di chi sta appunto esplicando la ricerca febbrile di ciò che per lui è inestimabile bene. Il Figlio di Dio ricercatore degli uomini!
Ciò vuoi dire - qui incomincia la riflessione in profondità della pagina del Vangelo - che gli uomini, e siamo noi, appartengono a Lui; sono sua proprietà. Ancor prima di aprirmi alla coscienza e alla vita, io sono già nel Cuore di Cristo, l''Uomo-Dio; sono il suo gregge, il suo avere, la sua ricchezza.
Noi, iniziando la vita, siamo già parte di questo patrimonio: esso è inestimabile. C'è la grande parola scritturale che dice di Dio: «Ipse prior dilexit nos» . Il Signore ci ha amato personalmente prima che noi potessimo pensare alla nostra sorte, al nostro destino. Siamo nati in un ordine, quello della nostra esistenza, che ci pone in un rapporto di amore verso Chi crea la vita: Dio; e verso Cristo, il Salvatore della vita.
Noi apparteniamo a Dio. E non basta: il miracolo di questa scoperta procede in una rivelazione che non ci aspetteremmo e che sembra illogica. Quegli che è la creatura, a un tratto sfugge, si perde. Questo fatto quale reazione provoca? Noi penseremmo: di collera, condanna, anatema. Chi lascia la fonte stessa della vita si condanna da sé. È come un ramo staccato dall'albero: cade nella morte. Nel Vangelo, invece - ecco la sublime novità - questo distacco che, col Catechismo alla mano, chiamiamo peccato (la più grande disgrazia che l'uomo può infliggere a se stesso, poiché lo separa dalla vita), invece di provocare un abbandono, una condanna, suscita affanno ed amore anche più intensi. Sembrerebbe trattarsi di un paradosso: invece è così. «Ubi abundavit delictum superabundavit gratia».
SCONFITTA LA DISPERAZIONE
È San Paolo che lo dice: dove il delitto, il peccato, la nostra miseria, la nostra sciagurata possibilità di ribellarci a Dio, si pronuncia e diventa subito enorme, con abbondanza di malizia e stupidità, immediatamente si presenta una sovrabbondanza di grazia e di bontà. Felix culpa! canta la Liturgia nella Veglia di Pasqua e S. Ambrogio dichiara : il Signore creò tutte le cose e si fermò all'uomo, perché «finalmente aveva qualcuno a cui perdonare, a cui mostrare il suo cuore, la sua misericordia». Siamo all'ineffabile mistero celato dai secoli e manifestato a noi: la carità di Dio vuole inondare il mondo e raggiungere tutte le anime anche le lontane e perdute.
Ora, se adunque riflettiamo che quelle anime siamo noi, che noi siamo l'oggetto d'una trama divina, di questa attenzione che si concentra su di noi e ci insegue e persegue e ci vuole - dov'è colui da me creato per il mio Amore? dove è finita quella coscienza, quell'anima che Io plasmavo quasi risposta alla mia grande interrogazione: tu mi ami? - coglieremo appieno il contenuto della pagina di Vangelo che stiamo meditando.
L'uomo se ne va; si allontana. E Dio, rincorrendolo e ritrovandolo, disvela la meraviglia della sua grandezza più nel perdonare i fuggiaschi, nel colmare l'abisso di nullità prodotta dal peccato che non nella stessa creazione. C'è un Oremus che indica ciò in maniera esattissima: O Dio, che hai manifestato la grandezza della tua potenza nel perdonare, e nell'avere misericordia . . .
Giunti a questo punto, una ulteriore considerazione si impone. Abbiamo mai pensato quanto noi valiamo? Certo, per le nostre tendenze, abbiamo moltissima stima di noi stessi, e la nostra vanità ci riempie di grosse parole atte a inorgoglire quella che chiamiamo la nostra personalità: eppure non raggiungeremo la vera stima del nostro valore se non aprendo il Vangelo.
Noi siamo oggetto, e tanto più reale quanto meno degno, dell'Amore di Dio. Ora se Dio ci ama è segno che l'essere umano, la nostra vita, è d'un valore incalcolabile. Il Signore ha dato Sé stesso per recuperarci. Dovremmo avere la coscienza piena della nostra dignità: «Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam»; e sappi che la sorte, la ventura di vivere è una cosa meravigliosa, immensa, sublime. L'essere viventi vuol dire essere oggetto dell'amore e della stima di Dio.
CI ACCOGLIE SEMPRE L'AMORE INFINITO
C'è ancora di più. Nonostante questo nostro dramma di incoscienza e di malizia col quale dissipiamo il tesoro datoci dal Signore per vivere la sua luce e la sua grazia, noi possiamo essere reintegrati nella dilezione di Dio. Come la pecorella smarrita, la moneta perduta. Siamo fatti per il salutare ritorno. Di questa rivelazione del Vangelo dovremmo ringraziare, con le lacrime agli occhi, il Signore, poiché concerne il destino di ciascuno di noi. Io sono salvabile: dunque non v'è più alcun motivo di disperazione.
Questa pagina del Vangelo cancella, quindi, la disgrazia più grande che possa toccare alla umanità: appunto il ritenersi abbandonati, reietti; il disperare. Quando si pensa agli scritti di gran parte della letteratura moderna, che terminano con asserzioni desolate sulla impossibilità del ricupero, del tornare, del riprendere, del rivivere, del risorgere, bisogna proclamare che il Vangelo sconfigge tali orrori, supera l'abisso e proclama: tu puoi, tu devi sperare. Voltati indietro: guarda Chi ti insegue: Dio ti è vicino. Gesù ti ama: è il Salvatore. Basta aprire le braccia, abbandonarti fiducioso sul suo Cuore. Egli non ti farà aspettare. Ti desidera proprio in questo atteggiamento di umiltà e intende svelarsi a te nel supremo dono della sua bontà. Tu eri morto e il Signore ti resuscita.
Quanto si potrebbe ancora meditare su questo portento di salvezza operato da Cristo! Ma soffermiamoci su di un solo tratto, quello che ci proponevamo di cogliere per imprimere nel nostro cuore l'immagine di Cristo. È il tratto che lo definisce di più. Ricordatevi, o figli, o fratelli, che Cristo è buono: anzi è la Bontà inesauribile; è l'Amore infinito.
(III DOMENICA DOPO LA PENTECOSTE; OMELIA DI PAOLO VI; Domenica, 4 giugno 1967)