| Advent Avvento |
| Prima Domenica d'Avvento |
| Terza Domenica d'Avvento: «Dirigite viam Domini» |
| Quarta domenica dell'Avvento: «Dominus prope est». |
| L'Initio del' Anno Liturgico |
| Figli carissimi! Diamo importanza alle cose importanti. Oggi ricomincia lanno liturgico, comincia lAvvento. Ne avrete ascoltato lannuncio, Noi pensiamo, alla Messa festiva; ed è tale annuncio che ci deve fare attenti alle idee maggiori, che investono non solo il momento specifico della preghiera, ma tutta la concezione della vita. |
| A cominciare da quella del tempo, fatale misura della nostra presente esistenza. Il grande panorama dei secoli, la storia, ci si apre davanti. Ha un senso questa vicenda immensa? sì, luomo cammina e progredisce; ma è sempre in via di ricerca; e questa, ancor più che una conquista, è un aumento di desideri e di bisogni, è uno spazio più vasto scavato nel cuore delluomo, reso più avido e più affamato duna vita piena e duna verità sicura. La scienza, lampada delluniverso, denuncia un mistero nella notte circostante, sempre più profonda e più tormentosa; è il mistero del mondo. |
| Ed ecco che noi, al lume della scienza e della fede, sappiamo il disegno del tempo e della storia; noi abbiamo la chiave che ci apre il senso delle cose e, fra tutte, quelle della nostra vita. E questo disegno, questo senso ci è stato rivelato in un avvento, cioè in un incontro, lincontro con Cristo, che è appunto venuto sul nostro sentiero, e si è fatto maestro e salvatore per chi ha avuto la fortuna somma dincontrarlo, ed ha liberamente accettato di ascoltarlo, di credergli senza meravigliarsi, senza scandalizzarsi di Lui (Matth. 11). |
| Questo istante decisivo per le sorti dellumanità lo chiamiamo avvento, la venuta. Vedete: è un fatto tale che merita memoria sovrana, tanto più che quel fatto continua spiritualmente, si ripete ogni anno, si rinnova in ogni uomo, il quale nel tempo matura e invecchia, e in Cristo, se riesce a farlo suo, ringiovanisce e cresce nella certezza e nella speranza. |
| Sì, pensieri alti e grandi, ma veri. È questo il soffio profetico, in cui respira la Chiesa, e che si offre allanelito del mondo; sì, anche del mondo moderno, che si sente soffocare dalle sue stesse opere gigantesche ma meravigliose. |
| È lavvento che ci fa un po silenziosi e pensosi; ci riabilita alla preghiera e alla speranza; ci fa umili e solleciti per volgere i passi verso il presepio. |
| In cammino, fratelli; ancora una volta in cammino. Ci precede con svelto passo (Luc. 1, 39) la Madonna. |
| (PAOLO VI; ANGELUS DOMINI; Domenica, 28 novembre 1971) |
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| Oggi è grande giorno per chi segue litinerario spirituale della Chiesa, perché segna linizio del nuovo anno liturgico, con la prima domenica di Avvento. |
| Di che cosa vi possiamo parlare questoggi se non della preghiera? Voi sapete che oggi, prima Domenica di Avvento, cioè di preparazione al Natale, la Chiesa ricomincia il suo ciclo liturgico, riprende dal principio la sua conversazione con Dio; ripensa e ripresenta nelle sue ragioni sia storiche, sia spirituali, sia finali, il grande, il supremo problema, quello religioso, quello dei nostri rapporti col mistero di Dio. La Chiesa risolve questo problema vivendolo, cioè pregando. |
| E prega la Chiesa - cioè noi, Figli carissimi, noi che siamo la Chiesa - partendo da una verità basilare: la nostra insufficienza, il nostro bisogno di vivere, di raggiungere quello che più desideriamo e che più ci manca: la luce, la verità, la sicurezza dessere alla fine salvati e felici. Qui è tutto luomo, nel dramma della sua grandezza e della sua miseria, nellapertura totale della sua umiltà, verso l'Infinito. È il suo De profundis; la sua ricerca, come quella di cieco che cammina nel deserto. |
| Ma ecco unaltra verità basilare per il nostro «sistema» religioso: la nostra ricerca non è vana, la nostra preghiera non si disperde nel vuoto. Vè chi ci aspetta; vè chi ci ascolta; vè chi ci viene incontro. Vi è una Provvidenza, vi è una Bontà infinita sospesa sopra di noi. Vi è Dio, vi è il Padre, che attende il nostro colloquio. Pregare non è inutile. Pregare è una conversazione, estremamente esaltante e confortante. È una conversazione che tutto dice della nostra grande, complessa, tormentata e povera vita; tutto può dire; e in modo spesso inatteso, è corrisposta; non è delusa. Conforti, doni, grazie e promesse, esperienze superlative la riempiono sempre; tanto che finisce, comebbe a dire unanima grande, per «adorare, tacere, godere» (Rosmini). |
| Ma questo rapporto religioso, per essere valido e per avere certezza di risolversi in pienezza di vita, si fortifica duna terza verità: quella di un mediatore, Cristo, voi lo sapete, chè la nostra vita, il nostro Sacerdote, il «Ponte» (Santa Caterina). Con Lui celebriamo la nostra preghiera comunitaria, la liturgia. |
| Ebbene: ecco ciò che vi diciamo, come importantissima cosa: preghiamo; preghiamo sempre, preghiamo bene, preghiamo insieme. |
| Ecco l'Avvento: comincia quest'oggi. Ci guida al Natale. È il nuovo ciclo liturgico della spirale che sale, verso Cristo, verso Dio. Ogni anno eguale, ogni anno ad un livello superiore, per l'esperienza progressiva della vita, per l'abbreviarsi del tempo restante, per l'insorgenza dei sempre nuovi problemi, per l'approssimarsi dell'incontro finale con Cristo. |
| Suo sentiero, sua scala per noi credenti e pellegrini non verso il nulla, ma verso il Tutto, è la preghiera, anche questa tessuta a giro intorno alla storia di Cristo Salvatore, la quale si riflette su la nostra storia personale, su le nostre vicende distribuite nei giorni fuggitivi del calendario. |
| Questo momentaneo dialogo vuole ora registrarne due sul nastro della nostra ascendente preghiera. |
| Così, con la bontà nel cuore e con la preghiera sulle labbra, cominceremo bene l'itinerario dell'Avvento, che ci guida al Natale, dove troveremo Maria che ci offre Gesù. |
| (PAOLO VI; ANGELUS DOMINI ; Domenica, 3 dicembre 1972) |
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| Ancora, ancora il Natale, volere o no, pone a tutti la questione della ricerca di Dio. Sappiamo tutti che questa è una questione immensa, include mille problemi, ritorna sempre sotto nuove forme. Adesso si va diffondendo lopinione che sia questione sorpassata. Se si domanda perché, le risposte sono molte, così che ci lasciano il dubbio che non tutte siano valide. Dio è morto, si osa dire. Ma come mai? è stato detto; è stato scritto, si risponde. Detto e scritto da altri; tu che ne pensi? Si risponde allora: non so bene; ma so che se ne può far senza. Chi ne può far senza? Il mondo, il cosmo, lessere delle cose sarebbe ragione sufficiente della propria esistenza? È enorme, è assurdo pensarlo senza cadere nel panteismo, estrema assurdità. Si ammette allora che il problema è insolubile; e si ripiega sullinutilità di porsi un tale problema; e allora si conclude che la famosa e folle dichiarazione sulla morte di Dio si riferisce non al mondo, che fuori di noi vediamo e tocchiamo realmente esistente e che non sappiamo né come, né perché esista, ma si riferisce alla nostra mente, nella quale il pensiero di Dio si è spento. Noi non saremmo più capaci, noi moderni, di esercitare la nostra intelligenza su tale irraggiungibile Oggetto; ci basta lesperienza sensibile, oggi tanto favorita dalla superlativa tecnica delle immagini e dei suoni e dal piacere dei sensi e dei sentimenti; ci basta la conoscenza scientifica delle cose, oggi diventata regina del pensiero, e con le sue applicazioni tecniche, padrona di tutto. Basta così? La tanto comune risposta oggi è: sì; non vogliamo di più. |
| LESIGENZA RELIGIOSA |
| Ecco: Noi diciamo che invece non basta così. E a confortare questa Nostra convinzione ci soccorre la testimonianza di quelli stessi che la impugnano. Il discorso sarebbe lungo e forsanche polemico, ma dovrebbe giungere a questa conclusione: lateismo stesso, se vuol essere logico, deve giungere alla istanza duna nuova professione, o almeno duna nuova ricerca dun Principio, immanente o trascendente che lo si voglia considerare, ma a Sé stante e da Sé causante, che torneremo a chiamare Dio. È la necessità intrinseca della razionalità, che esige questo sorpasso della presente stasi mentale; e ciò è tanto vero che Noi siamo sicuri che quanto più luomo progredisce nello studio, nellesperienza, nella conoscenza, nelluso delle cose, tanto più sarà obbligato a finire in adorazione il suo sforzo conoscitivo, perché dalle conquiste stesse di questo sforzo sorge alla fine imperativa e dolcissima lesigenza religiosa. Le cose, quanto più perfettamente sono conosciute, parlano, «annunciano la gloria di Dio» (Ps. 18, 2), si dichiarano da sé effetti duna Causa superiore, ci dimostrano da sé dessere segni dun Pensiero dominante, ci avvicinano da sé a quellunico e sommo Essere, che, secondo la celebre sintesi di S. Agostino, è «causa della esistenza, ragione della conoscenza, e ordine dellazione» (Cfr. De civ. Dei, VIII, 4; PL 41, 228). Iddio stesso, Noi diciamo, citando la sua parola biblica, «ha messo locchio suo nei nostri cuori per mostrarci la magnificenza delle sue opere, perché noi avessimo a celebrare il suo santo nome» (Cfr. Eccli. 17, 7). |
| UNASPIRAZIONE PROFONDA |
| Vittoria di Dio? Trionfo della religione? State attenti: tutto questo tormentato e sublime quadro dello studio - conoscenza ed amore - riguarda la razionalità naturale, la quale arriva alla certezza dellesistenza di Dio, ma rimane ancora nebulosa, anzi ignorante circa lessenza di Dio (Cfr. S. TH., Summa contra Gent. 1, III). Dio è mistero. La nozione che noi possiamo avere di Lui, usando rettamente il nostro pensiero, è indiretta; lo conosciamo come principio, nel rapporto che ogni cosa deve avere con Lui (Cfr. Ad Rom. 1, 19, ss.). Dio, in Se stesso, non può essere oggetto di scienza puramente naturale (Cfr. Job. 35, 26; DE Lusac, Sur les chemins de Dieu, p. 169, e n. 5, p. 327). Questo fatto può spiegare perché tanti pensatori indietreggiano davanti alle conclusioni insufficienti di questa religione costruita con le sole forze della razionalità umana, e ricadono nel dubbio o nello scetticismo, o nella negazione. La religione diventa perciò talora per gli uomini di studio, e anche per le persone puramente intelligenti, per tanti figli del nostro secolo, un tormento uninquietudine, un problema insoluto e marginale, piuttosto che una pace dellanima. |
| Ma qui è il primo punto di ciò che oggi vi vogliamo dire in prossimità del Natale: esiste nello spirito umano unaspirazione profonda, una nostalgia mistica, una certa predisposizione a capire qualche cosa di più di Dio, una segreta speranza di raggiungerlo in qualche modo, nellintuizione che qualsiasi stilla di questo possesso conoscitivo del Dio vivo, lo riempirebbe di gaudio ineffabile (Cfr. S. TH., ibid., V in fine). I mistici ci sono maestri di questa insonnia dellanimo umano. Ne potremmo citare qualcuno anche fra le persone profane del nostro tempo: ricordiamo, ad esempio, due nomi ebrei: H. L. Bergson (Les deux sources), e Simone Weil (Attente de Dieu). E tutti gli uomini puri di cuore sono, in un certo senso mistici, perché come Cristo proclamò, sono candidati a «vedere Dio» (Matth. 5, 8). E dovremmo essere tutti puri di cuore per il Natale che viene; tutti retti, semplici e piccoli (Cfr. Matth. 11, 25) per fruire del dono bramato e insieme insospettato della rivelazione del Dio fatto uomo. Saper attendere, saper desiderare, saper ricevere. |
| INCONTRO DELLUOMO CON DIO |
| E qui è il secondo punto che ci preme ricordarvi. Questo, sì: Dio si è rivelato. Dio si è manifestato (Io. 1, 18). Dio è venuto a vivere con noi e a stare con noi (Marc. 3, 38; Io. 1, 14). Questo è il prodigio. Questo è il Natale. Questa è la vita cristiana, inizio e pegno duna nostra fusione con la vita stessa di Dio (Cfr. 2 Petr. 1, 4). Da secoli, lungo tutto lantico Testamento, Dio aveva cominciato a venire alla ricerca delluomo (Cfr. A. HERSCHEL, Dieu en quite de lhomme). Eravamo cercatori miopi e incapaci di dare la scalata al regno di Dio. Il regno di Dio è venuto con Cristo alla nostra ricerca, ricerca universale della umanità, ricerca personale di ciascuno di noi. |
| Questo è il Natale. Non manchiamo allincontro. |
| Con la Nostra Apostolica Benedizione. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 22 dicembre 1971) |
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| Il Destino dell' Uomo nella Prospettiva Cristiana |
| Noi siamo nel periodo liturgico che precede la celebrazione del Natale, cioè della venuta del Salvatore nel mondo, della Incarnazione del Verbo di Dio, di Colui che avrà nome Gesù il Cristo, il Messia; siamo nel periodo chiamato Avvento, che significa aspettativa, preparazione, desiderio, speranza dellarrivo nel mondo, nel tessuto storico del Popolo eletto e nel disegno universale dellumanità di Colui verso il quale, per secoli ed in mezzo alle più tormentate esperienze, si è tesa lansia della salvezza, la visione del Re vincitore, dellinstauratore della giustizia e della pace: «sarà un bambino, profetizza Isaia, sarà un figlio (della nostra stirpe); e il principato è stato posto sulle sue spalle, e sarà chiamato col nome di Ammirabile, di Consigliere, Dio, forte, padre del secolo venturo, principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine . . .» (Is. 9. 6-7). |
| Questa spiritualità, rivolta verso un avvenire nuovo, felice, indescrivibile, e verso un Personaggio straordinario, che riassume in sé la figura di Davide, il re ideale, e la trasfigura in una personalità trascendente, liberatrice, salvatrice, e misteriosa, percorre lAntico Testamento, facendosi sempre più chiara e sempre più librata sulla infelice e deludente realtà storica della Nazione, da cui era coltivata, e la sorregge questa Nazione in una fiducia, che sembra sfidare gli avvenimenti più avversi: è la speranza messianica, la quale mantiene viva nel Popolo la memoria delle vicende secolari passate, gli impegni religiosi e morali ereditati dai Padri, fa della legge da loro ricevuta la norma testuale del proprio costume, e trae dalla fedeltà alla tradizione lenergia per vivificare la propria identità. |
| Così è stato aspettato Gesù. Conosciamo il Vangelo. Le promesse furono, nelle apparenze umane, deluse dalla figura e dalla missione che Gesù rivestì, sebbene anche questa kenosis, cioè questa umiltà del Signore fosse stata anchessa documentata dalle celebri profezie del «Servo di Jahve» (Cfr. Is. 53), ma furono sorpassate nella realtà esistenziale di Cristo, vero Figlio di Dio e vero Figlio delluomo, che proprio in virtù di questa sua duplice natura, divina ed umana, viventi nellunica Persona del Verbo, Figlio di Dio, consumò lopera della redenzione, morendo e risuscitando per la nostra salvezza. |
| Ora questo Vangelo è tal cosa che dovrebbe alimentare in ciascuno di noi e in tutta la comunità universale della Chiesa una analoga spiritualità, quale ci è illustrata dallantico Testamento, cioè la spiritualità della nostra convergenza in Gesù, nostro Signore, Salvatore, Redentore, nostro Maestro, Pastore ed Amico, nostro centro, nostro cardine dei destini umani, nostro Messia unico, necessario e sufficiente, nostro amore e nostra felicità. Per noi lattesa ha solo valore pedagogico; è reminiscenza della secolare economia preparatoria alla venuta di Cristo. Ma Cristo è venuto. La realtà messianica per noi è compiuta. |
| Questa è la spiritualità del Natale, nella quale la storia, la teologia, il mistero dellIncarnazione, il nostro destino umano e soprannaturale si fondono e diventano celebrazione, cioè liturgia, una liturgia che si alimenta di tutta la terra, di tutta la storia, e che sinnalza, con ampiezza cosmica, nei cieli, nella gloria divina. |
| Ed è tutto per sé, se non sentissimo lobbligo di aggiungere due osservazioni. La prima è questa. Sì, Cristo è venuto; ma per una misteriosa e terribile sventura non tutti lhanno conosciuto, non tutti lo hanno accolto: il prologo del Vangelo di San Giovanni lo dice drammaticamente: «. . . Egli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo, . . . e il mondo non lo conobbe. Egli è venuto nella sua proprietà, ed i suoi non lo accolsero» (1, 9-11). È il quadro dellumanità, quale noi, dopo venti secoli di cristianesimo, abbiamo davanti. Come mai? che cosa diremo? Non pretenderemo di sondare una realtà immersa in misteri che ci trascendono: il mistero del Bene e del Male. Ma possiamo ricordare che leconomia di Cristo, per la diffusione della sua luce, si dispiega in una subalterna, ma necessaria cooperazione umana: quella della evangelizzazione, quella della Chiesa apostolica e missionaria, che, se registra risultati incompleti, tanto più deve da tutti essere aiutata e integrata. |
| E possiamo concedere alle nostre curiosità storico-sociologiche di indagare se questo nostro mondo moderno, come quello indicato nella Bibbia, non riveli da sé, inconsciamente, sintomi dun messianismo insoddisfatto e angosciosamente teso verso una insaziata speranza duna venuta messianica. |
| Che cosa significa questa implacata inquietudine verso le mutazioni economico-politiche, verso il miraggio di sempre nuove rivoluzioni se non la disperata attesa dun ordine superiore che luomo da sé non sa creare se non mortificando la libera espressione delluomo stesso? E che cosa significa questa nausea della prosperità, risultante dal progresso tecnico-scientifico e respinta dalle giovani generazioni, se non il bisogno dun messianismo dello spirito e non della abbondanza materiale? |
| E la tendenza, quasi di moda, di esaltare il Povero come il tipo bisognoso duna nuova giustizia, che lo sviluppo economico non sa di per sé generare, ma piuttosto trascurare ed offendere? quando viene il Vangelo dei Poveri? Eccetera. Un mito messianico sembra denunciare follemente, ma non senza segreta sapienza, un bisogno autentico, quello di Uno che dice con forza di verità: «Io verrò, e lo guarirò!» (Matth. 8, 7) |
| E la seconda osservazione è questaltra. Cristo è venuto, sì; ma questa sua venuta, piena e felice sotto certi aspetti sostanziali, non è definitiva, non è lultima. Gesù verrà alla fine di questo mondo «a giudicare i vivi ed i morti». Un avvento escatologico, la «parusia», è ancora nelle attese del tempo e delle nostre anime. Lavvento che stiamo celebrando diventa, a sua volta, profetico e preparatorio. |
| A che cosa? al desiderio di Cristo, allamore di Cristo, allestimazione giusta e saggia di questa vita presente, che tanto vale quanto ci guida e ci prepara per quella eterna e futura. |
| Da ricordare sempre; con la nostra Apostolica Benedizione. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 4 dicembre 1974) |
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| III Domenica d'Avvento |
| «DIRIGITE VIAM DOMINI» |
| Raccogliendo perciò i nostri pensieri, come siamo soliti fare, come anzi dobbiamo, nel momento sacro che stiamo celebrando, incontriamo, in questa terza domenica di Avvento, il grande tema della preparazione. Il predisporsi, cioè a quellincontro misterioso e sublime, perfetto e fecondo, che è lincarnazione del Figlio di Dio; il Natale di Gesù. La Chiesa ci prepara ricordando quanto il Vangelo ci narra in prossimità della apparizione pubblica di Cristo, presentandoci il Battista in atto di annunziare il Messia. Prendiamo una parola, una sola tra quelle raccolte da questo misterioso e formidabile personaggio. Che cosa, in realtà, Giovanni diceva e faceva? Voleva predisporre gli spiriti dei suoi contemporanei, prodigandosi come per mettere a fuoco le anime nella imminenza dellincontro con Cristo, il quale, in procinto di rivelare la sua presenza e la sua missione, stava per impartire allumanità il suo insegnamento ineffabile e dar vita allevento grandioso di trovarsi e agire fra gli uomini. |
| Iddio venuto dal Cielo, incarnato, fatto Uomo dà principio al colloquio. Sono pronti gli uomini? sono preparati? lo amano? hanno maturato le condizioni interiori necessarie per cogliere il suono di quella voce; il senso di quelle parole; larcano di quel momento? |
| Lavviso del Precursore suona appunto così, nel Vangelo di questa mattina; «Dirigite viam Domini»: bisogna che rettifichiate la vita per lincontro con Dio. Quasi dicesse: badate che Egli può passarvi vicino senza che ve ne accorgiate: e se non disponete bene le vostre anime, e non volgete i vostri passi verso di Lui, lincontro potrebbe mancare. |
| IL PIANO GENERALE DI RELIGIOSA ESISTENZA |
| È sufficiente questa semplice premessa per sentirci invitati a considerare un piano generale della vita religiosa e anche delleconomia evangelica. Si tratta della misericordia, sgorgata dalla infinita generosità del Signore; si tratta della sua Grazia; di un dono suo inestimabile, gratuito, unilaterale. È Dio che si concede a noi, che scende a noi, che scende alla nostra ricerca; vuole salvarci; e pertanto universalizza il suo piano di bontà e di larghezza: «videbit omnis caro salutare Dei». |
| Ciascuno, in virtù di tale infinito amore, sarà in grado di accogliere questa venuta; tuttavia, anche offerta così, essa ha bisogno che, da parte nostra, vi siano precise doti, insostituibili requisiti, pena, se non ci fossero, il mancato attuarsi dellincontro. Il fatto religioso - lo abbiamo, nella sua espressione più genuina, completa, urgente davanti alle nostre anime, sui nostri destini, - impone a noi di non cadere nella insensibilità dolorosa: ut videntes non videant, descritta dal Vangelo. Può infatti, capitare la tremenda sventura: taluni che guardano, e non vedono nulla, hanno lorecchio e non sentono. La Grazia dellOnnipotente potrebbe dunque passare senza che fosse a me destinata. Come risuona ammonitrice la frase di S. Agostino: «timeo transeuntem Deum»! Io temo che Iddio mi si avvicini senza che io me ne accorga. Che cosa devo fare? |
| La domanda induce a studiare le analogie esistenti fra la economia del Signore: il campo evangelico, soprannaturale e religioso, e tutti gli altri settori della nostra esperienza. Non esiste alcun fatto, specie di quelli alti, splendenti, difficili, quelli cioè che danno risultati meravigliosi, che non sia preceduto da una serie di esigenze, e di condizioni. Non si può eseguire una buona fotografia senza adottare i molti accorgimenti perché leffetto voluto sia raggiunto; e nemmeno possiamo aprire gli occhi e vedere, senza che, a quanto asseriscono i fisiologi, dodici o tredici condizioni convergenti si realizzino nellistante in cui apriamo le palpebre, affinché la luce permetta allindividuo di porsi a contatto con le cose circostanti. |
| «TIMEO TRANSEUNTEM DEUM» |
| Del pari avviene nel mondo religioso. È indispensabile tenere gli occhi aperti; lorecchio teso; lanima idonea e pronta a cogliere le voci del Signore. Noi vediamo - per usare ancora unesemplificazione - gli strumenti inventati da non molti anni, registrare le voci delletere. Prima passavano senza che alcuno se ne avvedesse; passano tuttora inosservate se mancano quei mezzi. In questo caso la cosa resta per noi come non fosse; la immagine dilegua nello spazio e non si scorge, a meno che uno schermo non sia pronto ad inquadrarla. Così è nel mondo delle anime, nel mondo di Dio. Se lanima non si pone in condizioni tali da fermare, e ricevere, da essere capace di captare questo flusso della presenza e dellazione di Dio, potrebbe accaderle dessere a Lui vicinissima e come da Lui avvolta, senza intuirlo. Si resterebbe come immersi in un cristianesimo vago, che non permetterebbe di sentire vicino il Cristo. «Dominus prope est», dice lEpistola di oggi: si approssima il Signore; e chi dovrebbe, nella piena esultanza, riceverlo ed acclamarlo, rimane inerte. |
| E allora? Allora si giunge a questo mirabile capitolo della vita spirituale; e deve essere nostro, cioè di gente che pensa, studia, medita, riflette e domanda a se stesso: quali sono queste predisposizioni e condizioni che pongono lanima in grado di afferrare il messaggio divino? |
| Il messaggio divino non si comunica automaticamente, non arriva per vie di espressione sensibile. I miei occhi non servono: tutto il mondo esteriore può sì esprimermi un linguaggio superficiale, ma di per sé, allinterno, resta muto, non echeggia la parola divina. |
| LANIMA IN ASCOLTO DEL MESSAGGIO DIVINO |
| Che fare, dunque, per conseguire una vera disciplina spirituale, atta a conferire anche a noi le sue ricchezze soprannaturali? Dapprima una domanda: il Signore ci parla nel rumore o nel silenzio? Rispondiamo tutti: nel silenzio. E allora perché non facciamo silenzio qualche volta; perché non ascoltiamo, appena si percepisce, un qualche sussurro della voce di Dio vicino a noi? E ancora: parla Egli allanima agitata o allanima quieta? |
| Sappiamo benissimo che per tale ascolto deve esserci un po di calma, di tranquillità; occorre un po isolarsi da ogni eccitazione o stimolo incombenti; ed essere noi stessi, noi soli, essere dentro di noi. Ecco lelemento essenziale: dentro di noi! Perciò il punto di convegno non è fuori, ma allinterno. È duopo quindi creare nel proprio spirito una cella di raccoglimento perché lOspite divino possa incontrarsi con noi. |
| La vita religiosa non consiste tanto nellapparato del rito, pur necessario con la sua alta funzione: essa esige una vera e propria integrità. Io devo offrire a Dio il mio cuore, - per usare la parola più semplice ed espressiva - ivi è il punto di convegno; lappuntamento sarà dentro di me. La coscienza incalza: sono io capace di concentrarmi nel mio intimo? Quando è che sono con me stesso, - «secum vivebat», si dice di S. Benedetto, luomo della vita interiore che ha istruito generazioni e generazioni al colloquio con Dio, vivendo con se stesso -, quando è che pure io vivo con me stesso? Si può forse pretendere che Iddio discenda in unanima ingombra di sentimenti non buoni; se è macchiata e dimentica della sentenza del Maestro: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio»? |
| Occorre purità, limpidezza, candore, ordine morale perché avvenga lincontro con Dio. Ciò è essenziale. Anzitutto, dunque, questa rettifica del nostro essere. Passando poi dal negativo al positivo, sempre Dio si concederà a noi, purché di Dio nutriamo vivo desiderio. |
| «VIENI, O SIGNORE GESÙ!» |
| Lo desideriamo Dio? Abbiamo sete di Lui? Il cuore nostro invoca: dove sei? come Ti riveli? vuoi Tu parlarmi, o Signore? Questansia dellanima in cerca di Dio si definisce preghiera. E noi, preghiamo? Se non preghiamo, può il Signore ascoltare chi non Lo invoca? Talvolta è accaduto, ma come evento singolarissimo. Il Signore fa ciò che vuole. Potrebbe folgorarci come sulla via di Damasco, S. Paolo, che non solo non lo cercava, ma intendeva opporsi ai suoi disegni, ai suoi nuovi fedeli. Tuttavia ciò non può pretendersi nelleconomia ordinaria della Grazia. È necessario, invece, che lanima sia vegliante, desiderante; persista nella fiducia e divenga degna di accogliere, ospite atteso, il misterioso Pellegrino che va in cerca di ognuno di noi. Forse Egli è vicino, già alle soglie della nostra anima: tocca a noi compiere latto volenteroso ed esclamare: Vieni, o Signore Gesù! Talvolta luomo ha paura che il Signore diventi padrone del suo essere; è geloso della libertà, e si ostina a difenderla davanti a Colui che lha data e lha elargita proprio perché tutti noi imparassimo a restituirla con un atto di amore a Lui. |
| A molti, purtroppo, sembra assai difficile questo elemento fondamentale della religione. Esso esige tensione e disciplina non sempre accettate di buon grado: ed è forse questo che giustifica o almeno spiega la indifferenza religiosa intorno a noi. Domina, invece, la pigrizia; lincapacità a compiere atti spirituali preparatori e si limita a guardare soltanto il mondo; si lascia affievolire la fede, e si attenua la pratica religiosa. Se il mondo fosse veramente umano, se possedesse la reale disposizione di pregare, desiderare, figgere il suo sguardo al Cielo, non resterebbe deluso. |
| OGNI STATO DI VITA POSSIBILE INCONTRO CON DIO |
| Iddio, poi, non si lascia mai superare in generosità. Innumerevoli sono le sue vie e non sono esclusive; su ogni sentiero possiamo incontrare il Divino Viandante che muove verso di noi. Il che significa: non è necessario diventare anacoreti, o formulare un programma di vita sequestrata da tutta la comune profanità o dalle occupazioni temporali per incontrarsi con Cristo. |
| Le vie del Signore sono molte: il Santo Padre vuol dire di più: sono tutte. Qualsiasi stato di vita, purché sia retto e tale persista, può essere un incontro con Dio. «Dirigite viam vestram». Se noi sappiamo inserire in fase religiosa, divina, la nostra esistenza, ogni vita umana, onesta, buona, comune può diventare un sentiero, una traccia che porta verso il Signore. Come da ogni punto della circonferenza si può tracciare un raggio che perviene al centro, così da ogni periferia della vita umana può dipartirsi un percorso atto a portare a Cristo; centro di ogni vita, di ogni risorsa, attività ed umana esperienza. |
| E come fare per raggiungere una mèta cotanto luminosa? Ecco. Essa potrebbe riassumersi in due punti. Anzitutto dirigere la vita, cercando di elevarla con la preghiera, la rettitudine, con qualche momento specifico esclusivamente consacrato allincontro con Dio. È quello che si fa coi Sacramenti, e seguendo il Ciclo liturgico della Chiesa. Ma cè un altro punto. Esso proclama: non solo si deve rendere buona, e santificare la professione, ma questa deve venir considerata essa medesima santificante, perfettiva. Non è necessario uscire dal proprio sentiero per diventare buono, degno del Vangelo, degno di Cristo. Basta rimanervi, insistervi; è sufficiente cioè dedicare ai doveri specifici quellattenzione e fedeltà che rendono luomo probo, onesto, giusto, esemplare; colui che chiamiamo comunemente, - ma si deve dar peso a questa parola -, il bravo uomo, il galantuomo. |
| LADESIONE AL VANGELO PIENEZZA DI GAUDIO |
| E ancora: se si vuole andare avanti ad approfondire che cosa significhi tale probità e bravura, si noterà, che essa ha una base composita. Mentre il cristiano esercita le mansioni di avvocato, di magistrato, di studioso e considera quindi le proprie cose con la attenzione specifica, professionale sempre dovuta, simultaneamente tiene presenti le ragioni di principio, le ragioni di fine in cui questo settore della propria attività viene inquadrandosi, quasi ripetendo a se stesso: donde muove lopera che io sto compiendo? che cosa è questo famoso diritto, che cosa è la giustizia e a che tende? E cioè: io ho dinanzi a me i punti trascendenti, lorigine e il fine: ora essi divengono immanenti e servono ad illuminare, sostenere, nobilitare anche latto professionale, che si rivela, allora, composito di sentimenti, ma ognora semplice nella sua espressione e nel suo esercizio, ricco di soprannaturalità. In tal modo non si tratta più del consueto procedere profano, sovente banale e volgare, ma di eletta operazione compiuta insieme con il misterioso Ospite che ci assiste, con la Grazia di Dio, con lo Spirito Santo. |
| Si potrebbe obbiettare: ma tutto ciò, è estremamente complicato; qui si arriva a collocare lanima in una problematica senza fine; tanti sono i pensieri che assillano; scarso è il tempo; e forse non molti hanno naturale attitudine per così alto programma. |
| Ebbene, o carissimi - tale il prezioso incoraggiamento paterno - badate che la vita cristiana diventa difficile se la si conduce mediocremente; ancor più ardua se male condotta, se reputata un peso, se non brilla la perfezione da conquistare. |
| Chi, al contrario, si dona, chi diventa buono e pio, e davvero cerca di entrare nello spirito della vocazione cristiana, non solo la trova agevole, ma provvida, fortificante. |
| È ancora la Messa odierna a ribadirlo: «Gaudete in Domino semper: iterum dico, gaudete». La vita cristiana va goduta in questa pienezza, in questa letizia, quando la nostra adesione è sincera, cordiale, generosamente attuata; quando ognuno di noi si prostra umilmente davanti a Cristo Signore, in atteggiamento di chi aspetta, di chi è consapevole che lospite Divino non mancherà, non mancherà. |
| Signori ed Amici carissimi, questo il Natale - ecco il voto conclusivo - che appunto auguro a voi come momento di pienezza, momento di felicità. |
| Sia prospera l'umanità nella pace! |
| (OMELIA DI PAOLO VI; 15 dicembre 1963; INCONTRO CON L'UNIONE DEI GIURISTI CATTOLICI) |
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| In questo periodo dell'Avvento risorge il grande problema dellincontro delluomo con Dio; diciamo meglio del «nostro» incontro con Dio: è il problema religioso. Sappiamo bene qual è la soluzione di questo problema per noi: è il Natale, è Cristo, è la fede, è la vita cattolica. Ma questa soluzione, per ciascuno di noi, è davvero acquisita, definitiva? È soddisfacente? È vissuta? Senza ora rispondere a queste domande, che possono sollevare in noi inquietudini e dubbi, dobbiamo notare che la Chiesa, grande maestra delle anime, ripropone ogni anno la medesima questione e nei medesimi termini oggettivi; così vuole il suo calendario, il ciclo annuale cioè della sua Liturgia, la quale ripete puntualmente la celebrazione delle stesse feste, degli stessi temi dottrinali e spirituali. Ripete: non è ben detto; occorre dire rinnova, e precisamente non a circolo che ritorna su se stesso, ma piuttosto a spirale in salita per quei fedeli che accolgono la sua guida pedagogica, sempre eguale nel programma, sempre nuova nella sua esplorazione. Questa osservazione ci fa avvertire che i termini soggettivi, cioè le nostre attitudini a partecipare alla celebrazione di questi temi religiosi ricorrenti non sono sempre le stesse, possono variare, possono dimostrare un differente interesse secondo lo stato danimo in cui noi ci troviamo. Cambia letà, cambia la nostra capacità di percepire le cose religiose. «Quando io ero bambino - scrive San Paolo - parlavo come bambino, pensavo come bambino, ragionavo come bambino; ma fatto uomo ho lasciato cadere i modi del bambino» (1 Cor. 13, 11). |
| IL FRASTUONO DELLA CIVILTÀ DELLE IMMAGINI |
| E non solo cambia letà per noi, ma cambia il mondo in cui viviamo, e che ci stimola, ci impressiona, ci impegna in forme sempre nuove e misure sempre crescenti. Noi siamo continuamente provocati ad unattenzione esteriore. Non abbiamo un minuto di pace. Lo stimolo più frequente e più esigente è lambiente nel quale si svolge la nostra laboriosa e spesso affannosa giornata, obbligandoci ad uno stato psicologico, continuamente estroflesso. Prevale in modo crescente un duplice richiamo sensibile: ascoltare e vedere. La nostra va diventando, come ora si dice, la civiltà dei suoni e delle immagini. Lo schermo della nostra psicologia è continuamente occupato dai sensi. E questi forniscono al pensiero un materiale sempre nuovo da elaborare; anzi lo aiutano con le loro voci e con i loro schemi. Così che la nostra vita tende a svolgersi nella sfera sensibile, e a trovare in essa il suo nutrimento e il suo esaurimento. Luomo diventa naturalista e positivista quasi senza accorgersi; e si abitua a tale concretezza, immediata e sicura di conoscenza, e non cerca altro. Ecco il paradigma delluomo comune ai nostri giorni. La sua formazione e la sua cultura sono a questo livello: il mondo dellesperienza sensibile. Salire più su? Sì, ma quasi sempre con la scala collaudata dai sensi, con quella quantitativa specialmente, chè la più usata nella sfera scientifica. Allora sorge e quasi simpone la tentazione: questo è tutto. Pensare più su? Cercare la ragione delle cose? Non solo come sono le cose, ma perché così sono le cose? Cercare la verità? Il principio, la causa trascendente? Cercare lamore? Il fine segreto delle cose? |
| DUE TENDENZE CONTRARIE |
| Avviene a questo punto che luomo è tormentato da due tendenze contrarie: una di gravitazione, di timore, di pigrizia soprattutto, la quale lo attrae a rimanere e ad accontentarsi del regno sperimentale e sensibile, in cui egli si è formato la sua dimora abituale e naturale; e lo ferma; laltra tendenza, pur essa naturale, anzi più profondamente naturale, una tendenza di levitazione, di ricerca superiore, di sforzo trascendente, lo invita a salire. |
| Qui comincia il pensiero, cioè il capire; capire il movimento (metafisico) in cui si trova ogni cosa: nessuna è ferma, nessuna è stabile; cioè nessuna spiega da sé che cosa è e perché è; donde viene e dove va. Ogni cosa, afferrata nel suo intimo essere è a sé insufficiente, rimanda a qualche principio, a qualche fine, fuori di sé. Ogni cosa è una «via», è una scala. Un mistero la circonda. Un mistero, cioè un regno incognito in se stesso, ma ormai certissimo per chi vi è in qualche modo arrivato: è il mistero di Dio; il mistero religioso. Questo viaggio faticoso e beato, per compiere il quale basta ordinariamente un istante, e non bastano gli anni per terminarlo, dicevamo, è la religione. |
| La religione naturale, se raggiunta con lo sforzo del nostro essere, predisposto a questo incontro appena incipiente e nebuloso; la religione soprannaturale, se allanelito delluomo cercante, pellegrino assetato, risponde da quel mistero, non più del tutto incognito e vuoto, una Voce viva, infinitamente viva: «Io sono»! la voce di Dio che apre il colloquio con luomo, il colloquio della fede, della «supervita», il colloquio del regno di Dio. Il colloquio dellAvvento, cioè dellarrivo del Dio vivente fra noi e per noi; il colloquio del Verbo, che si fa uomo per una sorprendente conversazione, con gli uomini, anzi una comunione ineffabile e vivificante. |
| IL SILENZIO CHE ASCOLTA |
| Non sono nuove queste cose per voi. Siete tutti «alunni di Dio» («Docibiles Dei»: Io. 6, 45). Ma affinché esse siano presenti allo spirito, operanti nella nostra vita, occorre una prima indispensabile condizione, occorre il silenzio. Bisogna che lo schermo psicologico della nostra recettività sia, per qualche istante almeno, sgombro, libero e tranquillo. Occorre che ciascuno di noi ritorni un momento in se stesso («In se reversus»: Luc. 15, 17). Ludito interiore si metta in stato di ascolto: dapprima degli echi, tumultuosi al principio, pacati poi, della propria coscienza, della propria personalità individuale, unica e sola, e non mai del tutto esplorata; e poi fatta eco essa stessa dunaltra voce finalmente captabile, la voce della coscienza religiosa, la voce dello Spirito di Dio, «che insegna ogni verità» (Cfr. Io. 16, 13). |
| Questo è il primo esercizio per la presente stagione liturgica, che è poi la stagione del nostro oggi storico, per vivere da uomini, da cristiani la quotidiana esperienza interiore o esteriore che sia. Il silenzio che ascolta. Fate la prova. Ascoltate bene; che cosa è quel vento profetico da cui viene, come da un deserto sconfinato, un suggestivo mormorante e poi acclamante invito: preparate la via del Signore? (Is. 40, 3-5; Io. 1, 23) |
| Noi moderni dobbiamo rifarci questa cella interiore, difesa dal frastuono esteriore, dove si ascoltano i passi e poi la voce del Dio che viene (Cfr. FORNARI, Vita di Gesù, 1, 1). |
| Con la Nostra Apostolica Benedizione. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 1° dicembre 1971) |
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| Natale è alle porte. Dobbiamo preparare già animi alla celebrazione duna festività, che di natura sua la richiede, iscritta comè nella secolare attesa profetica e nellintenzione liturgica della Chiesa. Preparare il Natale nella comprensione della sua sorprendente originalità, lIncarnazione, lavvento del Verbo di Dio nella nostra carne, nella nostra storia, nel dramma dei nostri destini, non solo universali, ma particolari e personali. È mistero il Natale; ma saremmo stolti, se non cercassimo di carpire con umile intelligenza qualche cosa della sua vera ed intima luce. |
| E poi è costume il Natale; ed è costume bello, gentile, umano, che dalla sfera religiosa ha trasfuso qualcuno dei suoi aspetti caratteristici nella sensibilità e nelle abitudini dei Popoli, del nostro specialmente. La casa, la famiglia, i bambini avvertono che il Natale è la loro festa. |
| Procuriamo appunto che ogni focolare domestico lo festeggi con raccolta intimità, nella fedeltà dellamore, nel senso sacrale della vita familiare, nella esperienza serena della riunione, della pace, della riconciliazione se occorre, della comune preghiera. Lo fate in casa un piccolo presepio per avere Gesù con voi in questo giorno benedetto? |
| Perché il Natale è giorno di festa e di gaudio; non lo lasciamo passare senza averne espressi gli auguri, gustati i sentimenti, imbandita la mensa, goduta la sana letizia. |
| È giorno di bontà. Di bontà effusiva. Come Cristo con noi, così noi con gli altri dobbiamo essere capaci di irradiare qualche gesto gentile e generoso di amore. Verso chi maggiormente ne ha bisogno; e molti, molti sono, lontani e vicini che hanno bisogno di conforto e di aiuto. Con le tragiche vicende che ora sono nel mondo, quante nuove, grandi e gravi necessità! e con tanti poveri che ancora circondano questa e molte altre Città! Affinché sia felice il vostro Natale procurate di rendere felice quello degli altri! Quello dei Poveri specialmente, dei bambini, dei «baraccati», dei disoccupati, dei carcerati, dei solitari e dei dimenticati, dei malati; e dei senza fede anche! |
| Tutti li segnaliamo alla vostra sensibilità, svegliata a viva pietà umana dal Natale. E così anche Noi vi auguriamo buon Natale, invocando insieme la Madonna, al centro della festa, affinché davvero sia buono, santo e felice il vostro Natale e quello di tutti. |
| (PAOLO VI; ANGELUS DOMINI; Domenica, 12 dicembre 1971) |
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| Quarta domenica dell'Avvento: «Dominus prope est». |
| "Ricordiamo fugacemente; quale fu lappellativo, con cui Isaia profeta dapprima, |
| e poi lAngelo a Giuseppe nel sogno, qualificò il Messia? |
| Lappellativo è «Emmanuel», che vuol dire «Dio con noi» (Is. 7, 14; Matth. 1, 23)." |
| La prossima festività del Natale attrae, comè dovere, la nostra A attenzione. Qual è il significato religioso essenziale di questa festività? Noi labbiamo già considerato sotto un duplice aspetto: il primo è laspetto commemorativo, storico: noi, cioè la Chiesa intende celebrare la nascita di Gesù Cristo, avvenuta a Betlem, 1977 anni fa; il Natale è un ricordo, duna importanza straordinaria, che ci riporta a rievocare la storia del mondo e dellumanità anteriore al fatto commemorato che noi siamo soliti ad ammirare, dopo i secoli dellattesa e della profezia, nellammirabile scena del presepio durante la notte incantevole, che non finiremo mai di meditare, in ogni sua circostanza nella sua relazione con la storia religiosa che lha preceduta e che lha circondata: lestrema umiltà della scena evangelica e lineffabile canto degli angeli che lha esaltata con incomparabile, celeste solennità, rendono lavvenimento attraente per tutta la storia del mondo, per ogni essere umano, che ha acquistato la fortuna davere un Fratello divino. È questo laspetto più considerato, che impegna con la memoria abbagliata dal fatto contemplato, anche la fantasia esaltata dalla familiarità pastorale, di cui la scena è inesauribilmente feconda. |
| Un secondo aspetto vi ha scoperto la Chiesa, derivata dallAvvento di Cristo nel mondo, ed è laspetto profetico, quello che sa e crede essere il Natale nellumiltà del presepio un primo momento della presenza di Cristo nellumanità, preludio e promessa dunaltra e trionfale sua venuta a conclusione della presente vita storica degli uomini sulla terra. Di questo Avvento futuro noi nulla sappiamo, tranne che esso avverrà nella gloria e nella potenza per un giudizio finale della storia del mondo; pensiero questo che deve penetrare le vostre coscienze per renderle più vigilanti e premurose nel compimento del Vangelo, che Cristo ci lasciò, non solo a suo ricordo, ma a suo responsabile comandamento. LAvvento, dicevamo altra volta, guarda al passato, al Natale che commemoriamo, e guarda al futuro, che contiene il segreto duna futura venuta di Cristo, la quale deciderà del nostro eterno destino. |
| Ma questo duplice nostro rapporto con Cristo ne include un altro, al quale il Natale ci invita a pensare, ed è il Natale del presente. Sì, Cristo ci ha lasciati: la sua presenza sensibile e personale non è a noi concessa (lo fu, mediante eccezionali visioni: da ricordare S. Paolo (Act. 9, 7; etc.) ed alcuni Santi per brevi e interiori episodi). Ma abbiamo noi memoria duna presenza di Cristo nella nostra vita, che costituisce un suo «avvento» continuo tra noi? Ricordiamo fugacemente; quale fu lappellativo, con cui Isaia profeta dapprima, e poi lAngelo a Giuseppe nel sogno, qualificò il Messia? Lappellativo è «Emmanuel», che vuol dire «Dio con noi» (Is. 7, 14; Matth. 1, 23). Non comporta questo nome una permanenza nel mondo fra noi uomini? e non disse Gesù stesso, allatto di congedarsi dai suoi discepoli, prima di scomparire nel cielo con la sua Ascensione: «Ecco Io sono con voi ogni giorno fino alla fine del tempo»? (Matth. 28, 20) E poi, e specialmente, non istituì il Signore il sacramento dellEucaristia, nel quale Egli vivo e vero realmente si trova? Non è questo adorabile Sacramento una permanenza di Cristo con noi? Non certo nelle sue sensibili sembianze, ma nella sua sacramentale realtà? Tutti noi, per la nostra felicità e per il nostro conforto sappiamo e crediamo che di Cristo stesso, e non solo a Betlemme, ma in ogni punto del mondo, dove si celebra lEucaristia, e per ognuno di noi, orfani della sua sensibile presenza, la vera e reale presenza sacramentale ci è offerta, ed offerta come alimento sacrificale per il nostro presente pellegrinaggio verso la vita eterna. Non è questo un perenne Natale? |
| Noi dobbiamo ravvivare, e proprio celebrando la grande festività del Natale, la nostra fede nella misteriosa e gioiosa presenza eucaristica fra noi. E poi quanti e quali modi, mistici questi, rendono a noi possibile, a noi consueta la presenza vivificante e fin dora beatificante di Cristo fra noi! il suo Vangelo, la sua Chiesa, i suoi Poveri... Ogni giorno può essere Natale per noi! |
| Con la nostra Benedizione Apostolica. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 14 dicembre 1977) |
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| Diletti Figli e Figlie! |
| Questa udienza nellimminenza del Santo Natale non Ci consente di pensare ad altro e di parlare daltro che del grande fatto, del grande mistero dellIncarnazione, della nascita di nostro Signor Gesù Cristo, due volte generato, come diceva uniscrizione nellantica Basilica di San Pietro: senza madre in cielo, senza padre in terra, cioè Figlio eterno di Dio Padre, e Figlio nel tempo di Maria, uno nella Persona divina del Verbo, che associa alla sua divinità lumanità di Gesù luomo-Dio, nostro Salvatore, nostro Maestro, nostro fratello, Sacerdote sommo fra cielo e terra, centro della storia e delluniverso. Chi avverte la realtà di questo avvenimento non può occuparsi daltro; e quanto più esso supera la nostra capacità di comprensione tanto più attrae ed impegna la nostra avidità di contemplazione; tutto in Cristo si concentra, tutto sillumina. E la grande meraviglia è poi questa, che ciascuno di noi è interessato al fatto prodigioso; esso ci tocca personalmente, e non in modo accidentale e fortuito, ma in modo essenziale; il nostro destino è collegato con esso; nessuno di noi può prescindere dal rapporto che la nascita di Cristo stabilisce fra Lui e ognuno di noi. |
| Se non che questo non è il momento per sostare in simile meditazione, di cui Ci basta qui fare ricordo per esortarvi a cercare nella prossima celebrazione della dolcissima festa ciò che ne costituisce il punto focale, il mistero cioè della venuta di Cristo fra noi. Tante sono le esteriorità che ornano e abbelliscono il Natale, che spesso il suo significato vero ci resta nascosto, così che ciò che abbiamo accumulato di feste, di riti, di lumi, di canti, di doni, di pranzi, di giochi intorno al Natale per farcene gustare la serena bellezza finisce talvolta per ostacolare il godimento del suo valore spirituale. Questo fatto, sembra a Noi, ha una sua spiegazione indulgente e legittima: se il Signore, Noi pensiamo, è venuto a questo mondo, fra noi, piccolo e povero, partecipe anche Lui della nostra scena terrena, vuol dire che possiamo andare a Lui per i sentieri comuni della nostra esperienza vissuta e sensibile; la maestà e lineffabilità di Dio si sono velate delle nostre sembianze umane; la sua umanità ci ha tolto il timore e la fatica di cercare per vie angeliche, più alte e difficili, lincontro con Lui. Celebre, a questo proposito, la parola del grande dottore dellIncarnazione, S. Leone Magno: il Figlio di Dio «invisibilis in suis, visibilis est factus in nostris», invisibile di sua natura, si è fatto visibile nella nostra (Sermo 22, 2 - PL. 54, 195). E questa è grande cosa: vuol dire che tutta la nostra espressività umana: logica, sentimentale, simbolica, artistica, popolare . . . può servire, se bene usata, al linguaggio religioso, senza profanarne la sacralità: è questa la giustificazione teologica dellapparato esteriore liturgico, dellarte, e, nel caso nostro, del decoro natalizio e specialmente del presepio. |
| La rappresentazione scenica del racconto evangelico sulla nascita di Gesù a Betlemme ha nel modo scelto da Dio per immettersi nel dramma umano la sua giustificazione. Il Prefazio della Messa natatalizia ce lo insegna: «Dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur», mentre veniamo a conoscere Dio in modo visibile, siamo da Lui attratti allamore delle cose invisibili. E allora: se noi ci chiediamo qual è la via centrale e diritta del nostro mondo terreno, che ci porta a quellumanità di Cristo, nella quale troviamo la rivelazione di Dio e la nostra salvezza, la risposta è pronta e bellissima: quella via è la Madonna, è Maria Santissima, è la Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra. Questo volevamo ricordare a voi in questa attesa del Natale. |
| Se vogliamo entrare nello spirito del Natale, nel segreto del Natale, nel godimento del Natale, dobbiamo avvicinarci a Maria, la cristifera, la portatrice di Cristo nel mondo. Dalla maternità virginale di Maria possiamo introdurci alla umanità di Cristo Uomo-Dio. Questa è la migliore stagione liturgica del culto alla Madonna. Dovremmo meditare ciò che il Concilio cinsegna sul culto che le è dovuto, e dovremmo lasciare che le nostre anime fossero invase dal fervore e dalla poesia, che tale culto suscita ed esige. |
| Uno dei grandi Padri greci, S. Cirillo Alessandrino, il protagonista del Concilio di Efeso (a. 431), nel quale fu proclamata Maria Madre di Dio, essendo di Gesù Cristo riconosciuta la divinità, pronunciando «la più celebre predica che su Maria abbia lantichità» (Bardenhewer, Patrologie, 321; cfr. Grisar, Roma . . . I, 338, 2), esclama: «Salve, o Maria, Madre di Dio, tesoro venerando di tutto il mondo, lucerna che mai non si spegne, fulgida corona della verginità, tempio indistruttibile, madre e vergine ad un tempo; da Te infatti è nato Colui, del quale dice il Vangelo: benedetto quegli che viene nel nome del Signore» (PG. 77, 1054). Così dovremmo ripetere noi, traendo dai nostri cuori, ciascuno da sé e tutti insieme, la medesima lode, quale voce gentile e affettuosa per la Donna benedetta, che portò la Luce della salvezza del mondo. |
| È ciò che, a ricordo di questa Udienza, vi raccomandiamo, mentre a tutti impartiamo la Nostra Benedizione Apostolica. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 21 dicembre 1966) |
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| Nel tempo di Avvento, la Liturgia, oltre che in occasione della solennità dell'8 dicembre celebrazione congiunta della Concezione immacolata di Maria, della preparazione radicale (cfr Is 11,1. 10) alla venuta del Salvatore, e del felice esordio della Chiesa senza macchia e senza ruga11 , ricorda frequentemente la beata Vergine soprattutto nelle ferie dal 17 al 24 dicembre e, segnatamente, nella domenica che precede il Natale, nella quale fa risuonare antiche voci profetiche sulla Vergine Maria e sul Messia12 e legge episodi evangelici relativi alla nascita imminente del Cristo e del suo Precursore.13 |
| In tal modo i fedeli, che vivono con la Liturgia lo spirito dell'Avvento, considerando l'ineffabile amore con cui la Vergine Madre attese il Figlio,14 sono invitati ad assumerla come modello e a prepararsi per andare incontro al Salvatore che viene, vigilanti nella preghiera, esultanti nella sua lode.15 Vogliamo, inoltre, osservare come la Liturgia dell'Avvento, congiungendo l'attesa messianica e quella del glorioso ritorno di Cristo con l'ammirata memoria della Madre, presenti un felice equilibrio cultuale, che può essere assunto quale norma per impedire ogni tendenza a distaccare come è accaduto talora in alcune forme di pietà popolare il culto della Vergine dal suo necessario punto di riferimento, che è Cristo; e faccia sì che questo periodo come hanno osservato i cultori della Liturgia debba esser considerato un tempo particolarmente adatto per il culto alla Madre del Signore: tale orientamento Noi confermiamo, auspicando di vederlo dappertutto accolto e seguito. |
| (Marialis Cultus; II-2-1974) |
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| Diletti Figli e Figlie! |
| Viene spontaneo alle nostre labbra, in questa prossimità del santo Natale, laugurio che gli è proprio: buon Natale! |
| Sì, visitatori carissimi, buon Natale a tutti ed Ia ciascuno di voi! Quanti pensieri, quanti ricordi, quante emozioni, quanti desideri, quante speranze questa santa e dolce festa mette nel cuore! Noi pregheremo per voi affinché questa prossima ricorrenza non passi come un giorno comune, ma sia piena per voi di quelle spirituali percezioni che fanno gustare le realtà profonde della fede e della vita. Della fede e della vita. |
| E verso questi obiettivi, che altro non sono se non le realtà in cui siamo immersi, noi invitiamo la vostra attenzione ad essere particolarmente vigilante nella prossima fausta occasione; cioè confermiamo laugurio con unesortazione: fate bene il Natale! |
| La prima condizione per fare bene il Natale è quella di conservargli la sua autenticità religiosa. Non stiamo ora a parlarvi del pericolo che il vero significato del Natale sia soffocato dalle manifestazioni esteriori e profane, alle quali la festa presta occasione, prendendo il sopravvento e trasformandone il carattere sacro; ciascuno sa come questa vanificazione del Natale può avvenire, anche partendo da forme innocenti e simpatiche di folclore, o di lieto costume domestico, o popolare; il presepio stesso può diventare spettacolo impegnato in finalità estetiche o fantasiose più che nel richiamo alla rappresentazione dellumile e sublime fatto della nascita del Salvatore. Anche questa cornice festiva e artistica può avere la sua poetica e pratica utilità. Ma non fermiamoci alla cornice; guardiamo il quadro; e nel quadro vediamo il mistero. |
| IL MISTERO DI BETLEMME |
| Procuriamo di vedere, di contemplare il quadro, cioè la scena di Betlemme, in trasparenza. Questo momento di attenzione è del tutto conforme allo stile mentale del nostro tempo, avido di sapere il significato reale dei fatti e delle cose, di conoscere la realtà dun avvenimento tanto importante e centrale, qual è la nascita di Colui, che si chiama Salvatore. Gesù vuol dire Salvatore; Cristo vuol dire Messia, cioè Colui nel quale si incentrano e si compiono i disegni divini relativi ai destini dellumanità. Lo sguardo contemplativo diventa teologico, diventa teleologico (cioè rivelatore della Verità divina e delle finalità, degli scopi di ciò che facciamo oggetto di contemplazione). Dobbiamo allora considerare il Natale come unapparizione. È una rivelazione. Quale apparizione? Ce lo dice San Paolo: «Apparve la bontà e lamore di Dio Salvatore nostro verso gli uomini» (Tit. 3, 4). È il segreto di Dio, che sè svelato in Gesù Cristo: Dio è bontà, Dio è Amore. Comprendiamo come San Francesco andasse in estasi davanti al Presepio; e come noi stessi possiamo sentirci trasformati davanti ad una scoperta, che ci folgora di meraviglia e di commozione: noi siamo amati, amati da Dio! Comprendiamo Pascal: «Gioia, gioia, gioia: pianti di gioia!». Perché «il Verbo di Dio sè fatto uomo ed è venuto ad abitare fra noi» (Io. 1, 14). Questo è il Natale! Il Natale della Fede. |
| ONDA RIGENERATRICE |
| Compreso questo, possiamo comprendere qualche cosa di molto bello anche circa laltro aspetto: il Natale della vita. Della nostra vita. La nascita verginale di Cristo nel mondo diffonde in tutta lumanità unonda rigeneratrice: tutta la vita umana è tocca da questa presenza, anche sul piano naturale. Un tale Fratello illumina divinamente il volto dogni mortale: ogni uomo riflette la faccia di Cristo. La generazione umana è sublimata alla dignità di veicolo duna vita chiamata a diventare umanità di Cristo. La Famiglia trova nel Natale la propria festa. Se la Famiglia poi è cristiana, è un fiume di grazia, di letizia, di pace, che la invade. Sì, fate festa, fate festa, Famiglie cristiane, nel giorno in cui Gesù Cristo è venuto ad abitare in una Famiglia umana; a formare un focolare, a santificarlo di Sé. Esaltate nella coscienza del suo essere, della sua funzione, del suo destino il concetto della Famiglia, comunità di amore, ministra della virtù creatrice di Dio, segno ed effusione della carità, con cui Cristo amò ed ama lumanità redenta, la Chiesa. |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 17 dicembre 1969) |
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| Papa Paolo VI rinnova i Suoi paterni auguri per l'imminente solennità del Natale, inviandoli, dapprima, ai piccoli, ai fanciulli, alle nuove generazioni. Pregheremo il Signore perché essi siano felici, siano buoni, siano puri, siano sani e abbiano la grande fortuna di conoscere il loro Divino Fratello, Gesù Bambino. Quindi benediremo i Presepi, che vengono disposti nelle case cristiane, dove risplenderà questa immagine della mirabile scena evangelica; ed intorno ai Presepi vogliamo benedire le famiglie, affinché nel Natale ritrovino la gioia dell'unione, dell'amore, della pace, della prosperità. |
| Esteso, quindi, il Suo augurio a tutte le comunità religiose e civili, alle città ed alle nazioni, perché ovunque si abbia a godere dei veraci doni del Natale; e all'intera umanità perché sia prospera nella pace, il Santo Padre esprime un augurio del tutto particolare ai poveri, ai malati, ai sofferenti, ai derelitti, a tutti quelli che sono soli e non hanno il conforto della conversazione umana. |
| Che speciale augurio faremo? Il primo, fervidissimo, è quello che tutti conoscano Gesù Cristo, il Signore che ha varcato gli abissi della sua trascendenza per scendere dal cielo e venire a farsi nostro Fratello, nostro Maestro e nostro Salvatore; e l'altro, ancora e sempre di attualità, il voto per una vera pace; nei cuori, nelle famiglie, nei popoli, nel mondo. |
| Pregheremo, poi, specialmente per l'Italia, affinché, superato questo momento di incertezza e di difficoltà, possa ritrovarsi concorde nella pace e nel lavoro, per quindi percorrere le buone vie della prosperità e di un felice avvenire. |
| (PAOLO VI, ANGELUS, Domenica, 20 dicembre 1964) |
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| Dal nostro osservatorio sulla vita che Ci circonda un aspetto interessante, fra tanti, anche più gravi, ferma il Nostro sguardo in questi giorni, ed è lattesa del prossimo Natale; la «operazione-Natale», come qualcuno del mondo commerciale lha chiamata. |
| Ebbene, Noi vediamo con piacere cotesto desiderio di rendere lieto e caratterizzato da doni gentili questo unico e grande giorno di Natale, che segna una data decisiva per la salvezza del mondo e per quella di ciascuno di noi; e auguriamo che questi preparativi portino gioia e serenità in tutti, specialmente nelle singole famiglie; Noi le vorremmo tutte raccolte quel giorno in affettuosa concordia, e in rinnovata coscienza della loro intangibile consistenza e della sacralità dellamore che ne definisce la dignità, la felicità, la fecondità. Ai bambini specialmente auguriamo un Natale felice, con bei regali, lumi, canti e preghiere, che non si dimenticheranno mai più. |
| Ma due cose, Figli carissimi, Ci permettiamo raccomandarvi. |
| Prima: non sia il Natale una festa troppo fastosa e solo esteriore, una occasione dimmoderata dissipazione, o di sperpero in lussuose e superflue vanità, provocanti laltrui indigenza; ricordiamo che la vera ricchezza del Natale è quella interiore e religiosa. |
| E seconda raccomandazione: ricordiamo, nel Natale, i bisogni del prossimo. Nessuno dimentichi i poveri nel giorno della povertà di Cristo; ma ciascuno cerchi e trovi modo di compiere, in occasione di questa santa ed umanissima festa, qualche opera buona. Maria ci sta a guardare. |
| (PAOLO VI, ANGELUS DOMINI, Domenica, 10 dicembre 1967) |
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| "E in tutto questo avvenimento la Madonna è Lei al centro" |
| Si avvicina il Natale: vi pensate? Sì certamente, perché il Natale è tale ricorrenza che interessa tutti, gioiosamente e preventivamente. |
| Ma come vi pensate? |
| Noi vogliamo ricordarvi che l«operazione-Natale» non esige solo preparativi profani; ma chiede soprattutto preparativi spirituali, di fede e di carità. |
| Siamo in Avvento: bisogna preparare le vie al Signore, con la preghiera, con la penitenza, con la attesa e la ricerca di Cristo. |
| E bisogna ricordare che il Natale deve essere lieto per tutti, e che perciò dobbiamo disporre qualche interessamento per chi è nellindigenza e nella sofferenza. È festa di pietà il Natale; pietà umana e pietà religiosa. Fate sentire questo ai vostri Figliuoli: lo preparate il presepio nelle vostre case? |
| E in tutto questo avvenimento la Madonna è Lei al centro; onoriamola e preghiamola col nostro Angelus, che in questo periodo viene quanto mai a proposito. |
| (PAOLO VI ANGELUS Domenica, 4 dicembre 1966) |
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| "La Madre fortunatissima e santissima, Maria" |
| Dedicheremo questo incontro spirituale agli auguri per la festa di domani, per il Natale: non è vana espressione di parola quella degli auguri, quando sveglia negli animi i migliori sentimenti e quando, per noi, si traduce in preghiera al Datore di ogni bene. |
| Gli auguri Nostri! Tanti ne abbiamo nel cuore, che non finiremmo più di elencarne i destinatari e di indicarne il contenuto, se volessimo darvi qualche, anche breve, esposizione. Avremo per tutti, nel Natale, i Nostri voti: per voi qui presenti, innanzi tutto; poi per il mondo, per la Chiesa, per le Nazioni, per questa Italiana, per questa vostra e Nostra Città di Roma, per le classi sociali e per ogni categoria di persone, e per ogni famiglia, per ogni uomo bisognoso di conforto e di luce divina. Il cuore del Papa si fa grande, in occasione come questa del Natale, e vorrebbe imitare quello infinitamente grande di Cristo, che tutti ci amò e si fece uomo e diede la sua vita per noi. |
| Riserveremo, pensando ai vostri Presepi domestici, unintenzione speciale nei Nostri auguri: quella per i vostri figli, per i giovani, per i fanciulli, per i bambini, per i neonati e anche per i nascituri. |
| La nascita di Gesù rifletta lamore di Dio ed un carattere sacro su tutta la generazione umana. In nome di Cristo Noi la proteggiamo, la benediciamo e per essa preghiamo la Madre fortunatissima e santissima, Maria. |
| (PAOLO VI; ANGELUS DOMINI; Vigilia del Santo Natale; Domenica, 24 dicembre 1967) |
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| Vedi anche: L'Annuncio |
| (UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI; Mercoledì, 30 novembre 1970) |
| English |
| "The Silence that Listens" |
| At this period of Advent there arises again the great problem of man's meeting with God; to put it better, "our" meeting with God: it is the religious problem. We well know what the solution of this problem is for us: it is Christmas, it is Christ, it is faith, it is Catholic life. But is this solution really acquired, definitive, for each of us? Is it satisfactory? Is it lived? Without answering now these questions which may raise worries and doubts in us, we must note that the Church, the great teacher of souls, brings up again, every year, the same question and in the same objective terms, according to her calendar, that is the annual cycle of her Liturgy, which repeats exactly the celebration of the same feasts, of the same doctrinal and spiritual themes. But repeat is not the right word; we should say renew, and, to be precise, not circling round on itself, but rather spiraling upwards for those faithful that accept her pedagogical guidance, always with the same programme, always with a new method of exploring it. |
| This observation makes us realize that the subjective terms, that is, our aptitude to take part in the celebration of religious themes, are not always the same. They may vary, they may show a different interest according to our state of mind. With a change in age, our capacity for perceiving religious things changes, too. "When I was a child, I spoke like a child, I thought like a child, I reasoned like a child; when I became a man, I gave up childish ways" (1Cor. 13, 11). |
| The Civilization of Images |
| And not only does our age change, but the world in which we live changes and stimulates us, impresses us, occupies us in ever new forms and ever increasing measures. We are continually provoked by demands on our attention from outside. We have never a moment of peace. |
| The most frequent and urgent stimulus is the environment in which our laborious and often harassed day takes place, forcing upon us a psychological state that is continually turned outwards. A double appeal to the senses prevails more and more: listening and looking. Ours is becoming the civilization of sounds and images, as is said now. The screen of our psychology is continually occupied by the senses. And the latter supply thought with ever new material to digest; they help it, in fact, with their voices and their patterns. |
| Thus our life tends to take place in the sphere of the senses, and to find in it its nourishment and its exhaustion. Man becomes naturalistic and positivistic almost without realizing it; and he becomes accustomed to this immediate and sure concreteness of knowledge, and does not seek anything else. This is typical of the "man in the street" nowadays. His formation and culture are at this level: the world of sensible experience. Rise higher? Yes, but nearly always with the ladder tested by the senses, with the quantitative one especially, the one most used in the scientific sphere. Then there arises and almost imposes itself the temptation to believe that this is everything. |
| Think higher? Seek the reason for things? Not just what things are like, but why they are like this? Seek truth? The principle, the transcendent cause? Seek love? The secret purpose of things? |
| The Contrary Tendencies |
| At this point it happens that man is tormented by two contrary tendencies: one of gravitation, fear, above all laziness, the pull of which makes him stay and be content with the experimental and sensible kingdom, in which he has made his usual and natural abode; and it holds him. The other tendency, which is also natural, in fact more deeply natural, a tendency of levitation, higher search, transcendent effort, invites him to move upwards. This is where thought, that is understanding begins; understanding the (metaphysical) movement in which everything is immersed: nothing is firm, nothing is stable; nothing explains by itself what it is and shy it exists; where it comes from and where it is going. Everything is a "way", is a ladder. A mystery surrounds it. A mystery, that is, a kingdom unknown in itself, but now absolutely certain for those who have reached it in some way. It is the mystery of God: the religious mystery. This tiring and blessed journey, to start on which a moment is generally enough, and years are not enough to end it, is, we were saying, religion. |
| It is natural religion, if reached with the effort of our being, predisposed to this incipient and indistinct meeting; supernatural religion, if to the longing of man the seeker, the thirsty pilgrim, there replies from that mystery, no longer completely unknown and empty, a living Voice, infinitely living: "I exist"!, the voice of God opening the conversation with man, the conversation of faith, of "super-life", the conversation of the kingdom of God. The conversation of Advent, that is of the arrival of the living God among us and for us; the conversation of the Word, who becomes man for an astonishing conversation, with men, or rather an ineffable and life-bringing communion. |
| The Silence that Listens |
| These things are not new to you. You are all "pupils of God" ("docibiles Dei": Jn 6, 45). But for them to be present in our minds, operating in our lives, one first indispensable condition is necessary, silence. The psychological screen of our receptivity must be, for some moments at least, empty, free and quiet. Each of us must return for a moment to ourselves ("in se reversus": Lk. 15, 17). The inward ear must begin to listen; first of all echoes, tumultuous at the beginning, then placated, of our own conscience, of our own individual personality, which is unique, and never completely explored. And then it becomes itself the echo of another voice which can at last be distinguished, the voice of religious conscience, the voice of the Spirit of God, "who will guide you into all the truth" (cf. Jn. 16, 13). |
| This is the first exercise for the present liturgical season, which is furthermore the season of our historic today, in order to live as men, as Christians, our daily experience, whether it be inward or exterior. The silence that listens. Just try. Listen carefully; what is that prophetic wind that brings, as if from an immense desert, an inspiring invitation, whispered and then acclaimed: make straight the way of the Lord? (Is. 40, 3-5; Jn. 1, 23). |
| We moderns must recreate this inner cell, a defense against the din outside, where we can listen to the steps and then the voice of God (cf. Fornari, Vita di Gesù Cristo, 1,1). |
| With our Apostolic Blessing. |
| (General Audience of Pope Paul VI; Wednsday, Dec. 1, 1971) |
| During Advent there are many liturgical references to Mary besides the Solemnity of December 8, which is a joint celebration of the Immaculate Conception of Mary, of the basic preparation (cf. Is. 11:1, 10) for the coming of the Savior and of the happy beginning of the Church without spot or wrinkle.(11) Such liturgical references are found especially on the days from December 17 to 24, and more particularly on the Sunday before Christmas, which recalls the ancient prophecies concerning the Virgin Mother and the Messiah(12) and includes readings from the Gospel concerning the imminent birth of Christ and His precursor.(13) |
| In this way the faithful, living in the liturgy the spirit of Advent, by thinking about the inexpressible love with which the Virgin Mother awaited her Son,(14) are invited to take her as a model and to prepare themselves to meet the Savior who is to come. They must be "vigilant in prayer and joyful in...praise."(15) We would also remark that the Advent liturgy, by linking the awaiting of the Messiah and the awaiting of the glorious return of Christ with the admirable commemoration of His Mother, presents a happy balance in worship. This balance can be taken as a norm for preventing any tendency (as has happened at times in certain forms of popular piety) to separate devotion to the Blessed Virgin from its necessary point of reference-Christ. It also ensures that this season, as liturgy experts have noted, should be considered as a time particularly suited to devotion to the Mother of the Lord. This is an orientation that we confirm and which we hope to see accepted and followed everywhere. |
| (Marialis Cultus; II-2-1974) |
| See also the Annunciation |
| Durante el tiempo de Adviento la Liturgia recuerda frecuentemente a la Santísima Virgen aparte la solemnidad del día 8 de diciembre, en que se celebran conjuntamente la Inmaculada Concepción de María, la preparación radical (cf. Is 11, 1.10) a la venida del Salvador y el feliz exordio de la Iglesia sin mancha ni arruga (11), sobre todos los días feriales del 17 al 24 de diciembre y, más concretamente, el domingo anterior a la Navidad, en que hace resonar antiguas voces proféticas sobre la Virgen Madre y el Mesías (12), y se leen episodios evangélicos relativos al nacimiento inminente de Cristo y del Precursor (13). |
| De este modo, los fieles que viven con la Liturgia el espíritu del Adviento, al considerar el inefable amor con que la Virgen Madre esperó al Hijo (14), se sentirán animados a tomarla como modelos y a prepararse, "vigilantes en la oración y... jubilosos en la alabanza" (15), para salir al encuentro del Salvador que viene. Queremos, además, observar cómo en la Liturgia de Adviento, uniendo la espera mesiánica y la espera del glorioso retorno de Cristo al admirable recuerdo de la Madre, presenta un feliz equilibrio cultual, que puede ser tomado como norma para impedir toda tendencia a separar, como ha ocurrido a veces en algunas formas de piedad popular el culto a la Virgen de su necesario punto de referencia: Cristo. Resulta así que este periodo, como han observado los especialistas en liturgia, debe ser considerado como un tiempo particularmente apto para el culto de la Madre del Señor: orientación que confirmamos y deseamos ver acogida y seguida en todas partes. |
| (Marialis Cultus; II-2-1974) |
| No tempo do Advento a Liturgia, não apenas na altura da solenidade de 8 de dezembro, celebração, a um tempo, da Imaculada Conceição de Maria, da preparação radical (cf. Is 11,1.10) para a vinda do Salvador e para o feliz exórdio da Igreja sem mancha e sem ruga, (4) recorda com freqüência a bem-aventurada Virgem Maria, sobretudo nas férias que vão de 17 a 24 de dezembro; e, mais particularmente, no domingo que precede o Natal, quando faz ecoar antigas palavras proféticas acerca da Virgem Mãe e acerca do Messias (5) e lê episódios evangélicos relativos ao iminente nascimento de Cristo e do seu Precursor.(6) |
| Desta maneira, os fiéis que procuram viver com a Liturgia o espírito do Advento, ao considerarem o amor inefável com que a Virgem Mãe esperou o Filho,(7) serão levados a tomá-la como modelo e a prepararem-se, também eles, para irem ao encontro do Salvador que vem, "bem vigilantes na oração e... celebrando os seus divinos louvores".(8) Queremos observar, ainda, que a Liturgia do Advento, conjugando a expectativa messiânica e a outra expectativa da segunda vinda gloriosa de Cristo, com a admirável memória da Mãe, apresenta um equilíbrio cultual muito acertado, que bem pode ser tomado como norma a fim de impedir quaisquer tendências para separar, como algumas vezes sucedeu em certas formas de piedade popular, o culto da Virgem Maria do seu necessário ponto de referência: Cristo. Além disso, faz com que este período, como têm vindo a observar os cultores da Liturgia, deva ser considerado como um tempo particularmente adequado para o culto da Mãe do Senhor: orientação essa, que nós confirmamos e auspiciamos ver aceita e seguida por toda a parte. |
| (Marialis Cultus; II-2-1974) |
| Tempore ergo Adventus in sacra Liturgia, praeterquam in sollemnitate diei VI? mensis Decembris - qua simul immaculata Conceptio Deiparae Virginis, praeparatio, ad radicem pertingens (cf Is 11, 1.10), adventus Salvatoris et felix initium Ecclesiae, sine macula vel ruga formosae (Cf Missale Romanum ex Decr. Sacr. Oec. Conc. Vat. II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, ed. typica, MCMLXX, die 8 Decembris, Praefatio), recoluntur - eadem Virgo saepe commemoratur, praesertim in feriis, quae a die XVII ad diem XXIV Decembris ducuntur, et modo singulari die dominica Nativitatem Domini praecedente, qua vetera praesagia prophetarum de Virgine Matre ac de Messia (Missale Romanum ex Decr. Sacr. Oec. Conc. Vat. II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Ordo Lectionum Misae, ed. typica, MCMLXIX, p. 8: Lectio I (Anno A: Is 7, 10-14: «Ecce Virgo concipieto; Anno B: 2 Sam 7, 1-5. 8b-11.16: « Regnum David erit usque in aeternum ante faciem Domini»; Anno C: Mich 5, 2-5a [Hebr. 1-4a]: «Ex te egredietur dominator in Israel») exsonant necnon narrationes evangelicae de instanti natali Christi eiusque Praecursoris leguntur (Ibid., n. 8: Evangelium (Anno A: Mt 1, 18-24: «Iesus nascetur de Maria, desponsata Ioseph, filio David»; Anno B: Lc 1,26-38: «Ecce concipies in utero et paries filium»; Anno C: Lc 1, 39-45: «Unde hoc mihi ut veniat mater Domini mei ad me?»)). |
| Hoc profecto modo fideles, qui e sacra Liturgia spiritum Adventus ad vitam suam transferunt, ineffabilem dilectionem, qua Virgo Mater Filium sustinuit (Cf Missale Romanum, Praefatio de Adventu, II), considerantes, inducuntur, ut eam sibi tamquam exemplum proponant et venturo Salvatori obviam ire parent, in oratione pervigiles et in suis . . . laudibus exsultantes (Missale Romanum, Ibid.). Iuvat etiam animadvertere in Liturgia Adventus, eo quod exspectatio messianica et exspectatio gloriosi reditus Christi cum memoria, admirationis plena, Matris coniunguntur, praeberi exemplum praeclarae aequabilitatis in cultu exhibendo, quod quasi norma haberi potest, ea mente ut quaevis inclinatio praepediatur seiungendi - quemadmodum in quibusdam formis pietatis popularis accidit - devotionem erga Deiparam Mariam a centro, quo necessario referatur oportet: a Christo, quodque efficit, ut hoc tempus putari possit - cultores sacrae Liturgiae id asseveraverunt - singularem in modum idoneum ad cultum Dei Genetrici praestandum; hanc quidem propensionem et consilium Nos prorsus confirmamus, optantes, ut ea omnibus locis accipiantur atque secundentur. |
| (Marialis Cultus; II-2-1974) |